Per l’Alleanza degli asset manager per il clima un nuovo inizio che sa di resa

Niente più impegni per le zero emissioni al 2050, assenti i fondi americani: l’Alleanza degli asset manager per il clima sopravvive a suon di compromessi

I grandi asset manager americani continuano a disertare l'Alleanza per il clima © Michael Dean Shelton/iStockPhoto

Quando alla Cop26 di Glasgow l’ex governatore della Banca d’Inghilterra (oggi premier canadese) Mark Carney e l’imprenditore Michael Bloomberg annunciavano trionfalmente che il mondo della finanza aveva deciso di contribuire all’obiettivo zero emissioni, probabilmente in pochi si aspettavano che sarebbe andata a finire così.

Sono passati poco più di quattro anni e delle varie coalizioni per il net zero è rimasto poco o niente. Il 25 febbraio 2026 l’alleanza degli asset manager per il clima (Net Zero Asset Managers, Nzam) ha decretato il proprio rilancio, dopo una lunga pausa di riflessione. Ma le ambizioni sono così modeste che questo nuovo inizio suona quasi come una resa.

La tormentata storia dell’Alleanza degli asset manager per il clima

L’Alleanza degli asset manager per il clima è nata a dicembre 2020 con il primo nucleo di 30 gestori patrimoniali che, all’epoca, avevano circa 9mila miliardi di dollari di asset in gestione. In sostanza, i firmatari stipulavano una serie di impegni volti a monitorare e abbassare gradualmente le emissioni di gas serra associate ai loro portafogli, per puntare al net zero entro il 2050. Alla Cop26 del 2021 la coalizione è passata sotto l’ombrello della Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz), insieme a iniziative analoghe che riunivano banche, compagnie di assicurazione, consulenti e così via.

Ben presto si sono manifestati i primi problemi, quando i repubblicani statunitensi hanno iniziato a dare battaglia contro la finanza sostenibile. Alla fine del 2024 i procuratori generali di undici Stati americani hanno accusato BlackRock, Vanguard e State Street di aver violato le normative antitrust e aver cospirato per manipolare i mercati. Citando anche la loro adesione a gruppi come l’Alleanza degli asset manager per il clima.

Detto fatto, BlackRock all’inizio del 2025 ha dato forfait. E la Net Zero Asset Managers initiative, trovatasi senza il proprio membro più influente, ha congelato tutte le attività e rimosso dal sito gli impegni e la lista dei firmatari. In autunno, tramite una nota, la coalizione si è detta pronta a «iniziare un nuovo capitolo» con l’inizio dell’anno successivo. Una promessa rispettata, ma al prezzo di notevoli concessioni.

Un’alleanza per il net zero senza impegni per il net zero al 2050

Il nuovo impegno per i firmatari «sembra muoversi con cautela», per riprendere le diplomatiche parole della testata specializzata EsgToday. Per cominciare, non include più alcun obbligo esplicito di fissare target vincolanti che siano coerenti con l’azzeramento delle emissioni nette associate ai portafogli entro il 2050. Il che appare paradossale, per un’iniziativa che ha l’espressione net zero nel proprio nome. La formula usata ora è ben più blanda, con i firmatari che si impegnano a «sostenere investimenti allineati all’obiettivo globale di emissioni nette zero di gas a effetto serra». Senza una scadenza temporale.

Anche il nuovo testo richiama l’importanza di contenere il riscaldamento globale. Ma di fatto, nel dettagliare il come e il quando, lascia tutto alla discrezione dei singoli. Il comunicato stampa di accompagnamento lo conferma. Spiega infatti che l’iniziativa «fornisce ai gestori patrimoniali una piattaforma per rendere pubblici i propri impegni individuali sul net zero e le relative modalità di attuazione». Ma sottolinea anche che «i firmatari definiscono in modo indipendente i propri obiettivi» e «sviluppano le proprie strategie».

I grandi asset manager statunitensi disertano l’Alleanza per il clima

Si potrebbe dire che almeno è qualcosa, se solo a sottoscrivere questo impegno fosse chi muove veramente le grandi masse finanziarie. Nella nuova lista dei firmatari invece manca BlackRock, il primo asset manager al mondo con 14mila miliardi di dollari di asset in gestione. E manca Vanguard, il secondo con 12mila miliardi. C’è State Street, ma soltanto con le divisioni che operano in Europa e nel Regno Unito – la stessa scelta di T. Rowe Price e Wellington Management.

Assenti anche JPMorgan Asset Management, Invesco e Goldman Sachs Asset Management. Le grandi società statunitensi, insomma, continuano a disertare l’Alleanza degli asset manager per il clima, anche in questa forma edulcorata. Gli equilibri si spostano dunque visibilmente verso l’Europa, con la presenza – tra gli altri – di UBS Asset Management, Amundi e BNP Paribas Asset Management.

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