Trump accelera la crisi climatica: a rischio anche l’obiettivo dei 2 gradi?
Vari fattori fanno temere che anche l’obiettivo meno ambizioso dell’Accordo di Parigi – i 2 gradi di riscaldamento globale – sia fuori portata
Mancano otto mesi alla Cop30, la trentesima Conferenza delle parti sul clima che si terrà a Belem, in Brasile. Oltre che per l’appuntamento stesso, c’è attesa per l’uscita dell’Emissions Gap Report 2025 dell’Unep, l’Agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite. Un’analisi globale sul divario tra le emissioni di gas serra effettive, quelle previste in base alle politiche attuali e quelle necessarie per raggiungere gli obiettivi di 1,5 e 2 gradi centigradi, senza entrare nel merito delle responsabilità dei singoli Stati. Già alla Cop21 di Parigi si sapeva che le nationally determined contributions (Ndc), gli impegni presi su scala nazionale, erano insufficienti. Le Cop successive e quelle future – come Cop30 – servono proprio per dare attuazione all’Accordo di Parigi e rendere più ambiziosi gli impegni.
Qual è il carbon budget rimasto per restare entro gli 1,5 e i 2 gradi
Abbiamo già parlato della situazione prima della Cop29. Secondo l’Emissions Gap Report 2024, restavano 250 GtCO2 (gigatonnellate di CO2) di carbon budget per stare dentro gli 1,5 gradi. Che salgono a 1.150 GtCO2 per l’obiettivo, meno ambizioso, dei 2 gradi. Pari rispettivamente a sei e 28 anni di emissioni al ritmo attuale. Notare che queste soglie non garantirebbero di stare dentro ai limiti rispetto all’era preindustriale ma ci darebbero un 50% di probabilità. Il che ci pone nella traiettoria per portare l’aumento delle temperature globali al 2100 a una forbice fra 2,6 e 3,1 gradi.
Intendiamoci, è sempre meglio degli scenari business as usual pre-Cop21 che ci portavano a 4-5 gradi di riscaldamento globale. Ricordiamo che ogni decimo di grado evitato riduce gli impatti e il rischio di superare dei punti di non ritorno. Tuttavia assisteremo comunque a effetti gravi e irreversibili come la fusione accelerata delle calotte polari, avviate peraltro a una possibile estate senza ghiacci artici già da quest’anno, l’innalzamento incontrollato dei mari e un’intensificazione degli eventi meteorologici estremi. Proprio pochi giorni fa, l’ennesima alluvione ha colpito la Romagna e la Toscana.
Per centrare l’obiettivo dei 2 gradi bisogna abbattere le emissioni
La discussione si è riaperta anche in virtù delle novità geopolitiche, in particolare con il secondo mandato di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti. A complicare il quadro è l’Unione europea che ridimensiona il Green Deal e punta al riarmo che, aspetti pacifistici a parte, è senz’altro in netto contrasto con qualsiasi politica ambientale.
«Abbiamo bisogno di un’azione globale su una scala e a un ritmo mai visti prima, ora, altrimenti l’obiettivo di 1,5 gradi sarà presto vanificato», ha dichiarato la direttrice esecutiva dell’Unep Inger Andersen presentando l’Emissions Gap Report. Il rapporto poi dà un barlume di speranza spiegando che restare al di sotto degli 1,5 gradi di riscaldamento globale «è ancora tecnicamente possibile».
Nel 2023 l’incremento delle emissioni è rallentato a +1,3% e si prevede un picco nel 2024 o 2025. Ma, sempre a Parigi, l’allora segretaria dell’Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) Cristiana Figueres, i climatologi e gli ambientalisti indicavano la necessità di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2020. Non basta che le emissioni crescano più lentamente: devono calare, e nettamente, del 6-8% all’anno in termini assoluti.
Se ridurre l’inquinamento delle navi accelera il riscaldamento globale
Lo scienziato James Hansen fu uno dei primi a denunciare fin da fine anni Settanta i rischi del global warming (era quello il termine in voga all’epoca). Suo è il paper che indica come soglia di sicurezza le 350 parti per milione di concentrazione di CO2 in atmosfera. Oggi siamo a 430 ppm. Il noto climatologo sostiene che anche l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 2 gradi sia ormai irrealizzabile. Secondo una nuova analisi del suo team, finora i modelli hanno gravemente sottostimato il ritmo del riscaldamento globale a causa di una serie di fattori, tra cui la riduzione delle emissioni di aerosol da parte delle navi e una maggiore sensibilità del clima alle emissioni di gas serra. Il 2024 si è confermato oltre la soglia degli 1,5 gradi, sia pure di poco, e i 2 gradi potrebbero essere raggiunti già entro il 2045.
Nel dettaglio Hansen ha calcolato la forzatura radiativa dovuta all’abbattimento dei solfati in 0,5 W/m², molto di più rispetto agli studi precedenti (0,07-0,15 W/m²). Questi aerosol hanno un effetto raffreddante bloccando parte della radiazione solare e sono una delle parti più incerte del complesso bilancio energetico dell’atmosfera, che dovrebbe stare in pareggio per mantenere le temperature stabili. La loro riduzione ha portato a un aumento della radiazione solare in entrata. Accelerando il riscaldamento che comunque per gran parte, circa 2 W/m², è dovuto ai gas serra.
Le soluzioni controverse proposte dal climatologo James Hansen
James Hansen si è sempre prodigato anche per proporre soluzioni. E qui la discussione si fa controversa, in quanto esprime pareri molto diversi rispetto al mondo ambientalista. Il nemico numero uno per Hansen è giustamente il carbone, tanto da essere stato arrestato alcuni anni fa durante una protesta. Propone però come alternativa il nucleare. Che, a detta di molti, non è una strada né sicura, né economicamente conveniente.
Ora Hansen propone di valutare la geoingegneria solare per raffreddare intenzionalmente il Pianeta. In pratica, saremmo al paradosso: da un lato riduciamo i solfati delle navi, e certo serve per altri aspetti ambientali. Dall’altro, con metodi tutti da discutere e sperimentare e che aprono questioni geopolitiche complesse, dovremmo immettere sostanze in stratosfera per ridurre l’irraggiamento solare. Suggerisce poi l’introduzione di una carbon tax globale con redistribuzione dei proventi alla popolazione (carbon fee and dividend). Un tema anch’esso molto complesso.
Limitare il riscaldamento globale a 2 gradi è possibile? Il parere dei climatologi
Anche Michael Mann e Leon Simons hanno espresso preoccupazioni simili riguardo alla difficoltà di mantenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 o i 2 gradi. Evidenziando la necessità di azioni più ambiziose e immediate. Tuttavia altri scienziati, come Zeke Hausfather e Gavin Schmidt, avvertono che ci sono ancora margini di incertezza e che gli scenari peggiori potrebbero non avverarsi.
Chi scrive questo articolo già nel 2015 riteneva irrealizzabile l’obiettivo di 1,5 gradi e possibile, ma difficile da raggiungere, quello dei 2 gradi. Tuttavia, fissare il traguardo degli 1,5 gradi è stato fondamentale per stimolare il massimo impegno nella transizione ecologica ed energetica. Oggi, ritengo il limite di 1,5 gradi ormai perso e i 2 gradi sempre più difficili, ma questo non significa che dobbiamo abbandonare gli sforzi di mitigazione. Al contrario, è più che mai necessario intensificarli, affiancandoli a strategie di adattamento. Adattarsi non significa arrendersi, ma accettare la realtà e agire di conseguenza, seguendo il principio «gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile».
Da Donald Trump il colpo di grazia agli obiettivi dell’Accordo di Parigi?
Senza un’azione immediata e radicale, il Pianeta si avvia verso un riscaldamento incontrollabile con conseguenze devastanti. Purtroppo l’umanità è diretta in tutt’altra direzione. Con le politiche di Donald Trump che mettono a rischio innanzitutto la scienza del clima.
La Noaa, l’Agenzia per l’atmosfera e l’oceano del dipartimento del Commercio statunitense, è finita anch’essa sotto la scure del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa guidato da Elon Musk. Licenziamenti in tronco sono arrivati a molti meteorologi precari del servizio meteorologico Nws (National Weather Service). Stazioni di osservazione di radiosondaggio come quella di Kotzebue, in Alaska, hanno dovuto sospendere i lanci di palloni sonda meteorologici a causa della carenza di personale creata dai licenziamenti. Sono a rischio i voli degli aerei cacciatori di uragani per la prossima, ormai imminente, stagione. Le previsioni delle loro traiettorie potrebbero dunque rivelarsi meno precise, rendendo meno attendibili le allerte.
Ultima cattiva notizia: è a rischio lo storico osservatorio di Mauna Loa, alle isole Hawaii. Una struttura che dal 1952 misura scrupolosamente e con continuità le concentrazioni di biossido di carbonio in atmosfera. Pur non colpendo per ora direttamente le attività, i tagli potrebbero portare a non rinnovare il contratto di affitto per lo stabile.
L’attacco di Donald Trump alla scienza e alle politiche per il clima
Passiamo agli effetti diretti dell’attacco alla scienza e alle politiche climatiche da parte di Trump. Attacco che rischia di portare fuori controllo il riscaldamento globale e perdere ogni speranza anche di stare nei 2 gradi. Nonché di far saltare le promesse e azioni già in corso, portando ad aumenti di temperatura anche oltre i 3 gradi. Come nel precedente mandato, Trump ha fatto carta straccia della firma dell’Accordo di Parigi, mettendo gli Stati Uniti alla pari di Eritrea, Iran, Libia e Yemen. Come se non bastasse, intende smantellare l’Inflation reduction act, la più grande legge per il clima della storia degli Stati Uniti. Tuttavia, l’abrogazione richiederebbe una maggioranza in Congresso che sembra difficile da ottenere.
L’intensificazione delle trivellazioni e l’uso massiccio di petrolio, gas e carbone potrebbero causare un incremento di 4 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2030. Il che allargherebbe il gap nelle emissioni globali. Il disimpegno americano potrebbe anche nuocere all’ambizione della Cina e altri attori. Anche l’Europa, finora in prima linea, ha preso una strada contraddittoria. Pur non abbandonando (almeno per ora) la transizione ecologica, stanzia 800 miliardi per il riarmo: è la somma che sarebbe necessaria per installare abbastanza energie rinnovabili da azzerare le emissioni.
Per chiudere con una frase di speranza: se il clima dipendesse solo dalle politiche di un singolo Paese, il futuro sarebbe già scritto. Ma la storia ci insegna che la determinazione dei cittadini, delle comunità locali, delle imprese lungimiranti e degli scienziati può fare la differenza. Anche nei momenti più difficili, l’azione verso un mondo più sostenibile non va fermata.