Si dice «ondata di calore» o «ondata di caldo»? Perché su Valori scegliamo il caldo
In fisica il calore è energia in transito, il caldo è la condizione che percepiamo. Una distinzione che vale anche per il giornalismo climatico
Ogni estate torna, puntuale come l’anticiclone africano: l’ondata. Bollini rossi sulle città, minime notturne che non scendono sotto i venti gradi, allerte del ministero della Salute. E torna, altrettanto puntuale, un piccolo dubbio linguistico: si dice ondata di calore o ondata di caldo?
Se guardiamo a come parlano le istituzioni, la risposta sembra scontata. La Protezione Civile intitola le sue pagine informative «In caso di ondate di calore». Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente parla di «ondata di calore su Italia ed Europa». La stessa dicitura la usano le Arpa regionali, il Consorzio LaMMA, e in generale quasi tutta la meteorologia italiana, che riprende la definizione dell’Organizzazione meteorologica mondiale. «Ondata di calore» è, di gran lunga, la forma dominante.
Eppure su Valori scegliamo di scrivere ondata di caldo. Non perché l’altra sia sbagliata – non lo è – ma perché ci sembra la più precisa. Vale la pena spiegare perché.
Caldo e calore non sono la stessa cosa
Il punto di partenza è la fisica. In termodinamica il calore è una grandezza ben definita: è energia in transito, il trasferimento di energia che avviene tra due – o due sistemi – che si trovano a temperature diverse. Si misura in joule, esattamente come il lavoro meccanico. Un corpo, a rigore, non “contiene” calore: il calore è il flusso di energia che passa dal corpo più caldo a quello più freddo proprio in virtù della loro differenza di temperatura.
Il caldo, invece, è un’altra cosa. È la condizione – e la sensazione – che proviamo quando le temperature sono elevate. Non è una grandezza fisica rigorosa: dipende dalla temperatura, certo, ma anche dall’umidità, dal vento, dall’irraggiamento solare, e perfino dall’abitudine di chi lo percepisce. Non a caso lo stesso valore sul termometro è vissuto come insopportabile in un clima temperato e come normale in una regione tropicale.
Detto in modo semplice: un’ondata estiva è un periodo prolungato di caldo, cioè di temperature anomale rispetto alla media di quella zona in quel periodo. Non è un’ondata di calore, perché il calore, inteso in senso fisico, è l’energia che si trasferisce, non la condizione atmosferica che sperimentiamo.
Perché allora tutti dicono «calore»?
Se si apre un vocabolario, la distinzione fisica si ammorbidisce. La Treccani registra il caldo come sostantivo nel senso di «alta temperatura, in particolare dell’aria riscaldata dal sole», e tra i suoi sinonimi elenca proprio calore, calura, afa. Nell’italiano comune, insomma, «un gran calore» e «un gran caldo» sono considerati equivalenti. Sul piano della lingua d’uso, «ondata di calore» non costituisce un errore.
Da dove nasce, allora, la preferenza istituzionale per «calore»? Probabilmente da un doppio calco. L’inglese heat wave usa heat, termine che copre sia “caldo” sia “calore”; e il francese vague de chaleur traduce con chaleur, che è appunto “calore”. Quando la terminologia meteorologica internazionale è arrivata in Italia, si è cristallizzata nella forma “calore”, che oggi troviamo ovunque.
Una scelta di precisione, non di purismo
Su Valori facciamo una scelta diversa, e la facciamo per coerenza. Raccontare la crisi climatica con precisione è parte del nostro lavoro: se distinguiamo tra carbonio e anidride carbonica, o se preferiamo il plurale cambiamenti climatici per restituire la molteplicità dei fenomeni in gioco, allora ha senso scegliere anche la parola che descrive con più esattezza ciò di cui stiamo parlando.
E ciò di cui parliamo, quando l’anticiclone si installa sull’Italia per giorni e le città vanno in bollino rosso, è il caldo: la condizione che mette a rischio la salute degli anziani, che secca i suoli, che riduce le rese agricole, che rende invivibili le notti nelle aree urbane. Fenomeni sempre più frequenti e intensi, che gli scienziati collegano al riscaldamento globale.
Chiamarli col loro nome è un gesto piccolo. Ma la lingua con cui descriviamo la crisi climatica orienta il modo in cui la comprendiamo. E su questo, come sulle parole in generale, preferiamo tenere alta l’attenzione.




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