Opl 245: niente Descalzi in aula (né altri). Eni decide di non partecipare

Al processo per la maxi tangente nigeriana il banco degli imputati sarà quasi vuoto. Eni fa marcia indietro: i vertici non testimonieranno

Di Antonio Tricarico*

Colpo di scena al processo Eni-Shell per la maxi tangente nigeriana legata all’acquisizione della licenza offshore Opl245. Come Shell e i suoi quattro manager imputati, anche Eni ha annunciato al tribunale di Milano che l’ex amministratore delegato Paolo Scaroni, l’attuale ad Claudio Descalzi, l’ex numero due Roberto Casula e il dirigente di Eni Nigeria Ciro Pagano non compariranno in tribunale e non saranno quindi ascoltati dai giudici. Una decisione che smentisce la disponibilità data in linea di massima un paio di mesi fa dall’avvocato Neri Diodà, che nel procedimento difende il cane a sei zampe.

Anche Luigi Bisignani ha detto no, dopo che si era strappato le vesti pur di farsi ascoltate dal giudice delle indagini preliminari nel 2017 che poi ha deciso il rinvio a giudizio per tutti. E lo stesso vale per il console italiano in Nigeria, Gianfranco Falcioni.

Un banco degli imputati quasi vuoto

Sul banco degli imputati saranno quindi solo in due: il mediatore russo Ednan Agaev, legato ai servizi segreti del Cremlino e da sempre uomo di Shell in molti negoziati petroliferi; e, soprattutto, il grande accusatore Vincenzo Armanna, ex Opl 245 project leader per Eni e da molti considerato uomo “vicino” ai servizi italiani. Resta da capire se Armanna non cambierà idea all’ultimo momento prima dell’udienza del 17 luglio o se invece confermerà quanto dichiarato ai pm di Milano in varie occasioni, mettendo nero su bianco le responsabilità di Descalzi e Casula nel negoziato di acquisizione della licenza dall’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, il quale di fatto se l’era auto-intestata nel lontano 1998.

Nemmeno Etete, anch’esso imputato, si farà vedere a Milano, visto anche l’ordine di arresto internazionale dell’Interpol partito dalla Nigeria che grava su di lui. Pure Casula è “wanted” in Nigeria viste le accuse formulate a suo carico dai magistrati di Abuja, ma l’Eni ha dichiarato agli azionisti a metà maggio che non faciliterà la presenza del suo manager al processo nigeriano, perché non avrebbe ancora ricevuto una notifica.

La strategia di Eni ed Enel: non partecipare per sminuire le accuse

A questo punto dopo un anno di processo, che ha già ascoltato tutti i testimoni della pubblica accusa e i consulenti tecnici di tutte le parti, con la scelta degli imputati resa pubblica all’udienza di mercoledì scorso, risulta chiaro che la linea difensiva delle due società petrolifere è quella di fare un engagement molto limitato nel procedimento, quasi a sminuire la legittimità delle accuse portate dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro.

Gli attacchi alle Ong internazionali

Come sintetizzato in conclusione del suo esame lo scorso 15 maggio dal principale consulente tecnico di Eni, l’avvocato nigeriano Fidelis Oditah, «la sfida mossa sull’Opl 245 [ad Eni e Shell dal governo nigeriano] è politicamente motivata sotto la pressione delle Ong internazionali». Un leit motif che piace molto ai difensori dei manager Eni, in primis l’ex ministro della Giustizia Paola Severino – che difende Descalzi – la quale nei suoi pochi interventi in tribunale ha sempre accennato ad un presunto inopportuno ruolo che avrebbero avuto le Ong internazionali, quali Global Witness, nel procedimento. Singolare che l’Eni continua ad alludere a presunte ingerenze, quando il finto complotto orchestrato dal suo ex legal counsel Massimo Mantovani in combutta con l’avvocato Piero Amara, con tanto di corruzione di magistrati in Sud Italia, è stato smascherato dalla Procura di Milano ed oggi non solo è parte di un’ulteriore indagine, ma ha addirittura scoperchiato un vaso di pandora che sta destabilizzando l’intero Consiglio Superiore della Magistratura.

Consulenti poco credibili

Tranne che nel caso dell’eloquente e combattivo Oditah, va detto che tutti gli altri numerosi consulenti tecnici di Eni e Shell sono stati sotto le aspettative, sempre secondo la linea difensiva di poco engagement, e nei contro-esami segnati dai fendenti della pubblica accusa e del legale del governo della Nigeria, che è parte civile al procedimento, hanno mostrato forti lacune e limitata credibilità. Per gli aspetti giuridici della vicenda Eni ha schierato in tribunale Kemi Segun, oltre Fidelis Oditah, nonché l’esperto di arbitrati internazionali Barton Legum. Dal lato Shell, l’ex giudice Adekoye Ayoola – poi sostituito dalla sua assistente – e Peter Cameron.

La difesa: Opl245, tutto in regola..

La trama difensiva costruita ha ruotato intorno alla legittimità dell’affare Opl245 e di tutte le clausole presenti nel resolution agreement del 2011 e di quanto fosse rispettoso della legge petrolifera nigeriana. Dopo 13 anni di tira e molla sulla licenza questa è finita nella mani di due società petrolifere internazionali escludendo totalmente ogni impresa nigeriana e lo stesso governo, che così ha beneficiato di minori entrate per il Paese. Per gli esperti di Shell nessun problema, così come lecito era anche come è avvenuto il pagamento per la licenza, con una triangolazione su un conto del governo nigeriano aperto a Londra per l’occasione. Gli esperti Shell si sono concentrati molto anche sulle numerose dispute passate che hanno segnato la storia dell’Opl245, così costruendo un’argomentazione secondo cui Shell avrebbe vinto l’arbitrato internazionale avviato nel 2007 contro il governo nigeriano e quindi era nell’interesse anche di quest’ultimo di addivenire ad un concordato tombale che mettesse fine a tutte le controversie pendenti. Insomma, era giunto il momento di andare avanti e sfruttare il petrolio ingente del blocco offshore ed il miliardo e cento di dollari versato dalle società ne valeva la pena.

…un affare senza valore

Anche sul valore del blocco le società hanno portato i propri esperti a controbattere quanto argomentato ad inizio aprile dal consulente tecnico del governo nigeriano. David Kotler e Pasquale Scandizzo per Eni e Dante Quaglione per Shell hanno difeso una valutazione al ribasso affermando che il valore del blocco debba tenere in considerazione anche i rischi che gravavano su questo. Ma l’esperto di Shell ha dato spettacolo mercoledì scorso in tribunale, sostenendo addirittura che il blocco non aveva valore perché le riserve presunte non erano affatto certe, mettendo così addirittura in discussione le stesse valutazioni interne dell’epoca di Shell ed Eni approvate dai CdA delle rispettiva società. In modo inusuale Neri Diodà per Eni non ha potuto rimanere in silenzio ed ha deciso di contro-esaminare il perito di Shell, forzandolo ad ammettere che le valutazioni fatte dalle società sono standard practice internazionale. Non è la prima volta che irrompono sulla scena del processo alcuni screzi tra i rappresentanti delle due società, a testimoniare che queste potrebbero vedere in maniera diversa le strategie processuali concordando solo sul fatto che meno si parla del processo di Milano meglio è. D’altronde, oltre al procedimento all’Alta Corte di Abuja, su Shell grava anche la spada di damocle di un processo in Olanda e la battaglia legale in udienza preliminare a Rotterdam è appena iniziata.

 

*Re:Common

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