Opl245, il testimone chiave dell’accusa smentisce sé stesso: «Mai visto manager Eni né tangenti»

Il super-poliziotto nigeriano Isaac Eke ritratta in aula le dichiarazioni da lui firmate e inviate nei mesi scorsi al Tribunale di Milano

Un particolare del Palazzo di Giustizia di Milano. FOTO: Massimiliano Calamelli (CC BY-SA 2.0)

Mercoledì mattina l’aula 7 della corte di appello del Tribunale di Milano era gremita per una delle ultime udienze della fase istruttoria del processo contro Eni e Shell e diversi top manager delle due società per la presunta mega tangente pagata per l’acquisizione della licenza Opl245 in Nigeria. Finalmente numerosi gli esponenti della stampa presenti per ascoltare la testimonianza del super-poliziotto nigeriano Isaac Eke, probabilmente collegato all’intelligence del paese africano e tirato in ballo dall’imputato Vincenzo Armanna, ex Eni e grande accusatore del vertice della società.

Una testimonianza clamorosa

Eke aveva contattato la Procura di Milano lo scorso novembre, dando la sua disponibilità a testimoniare al processo perché aveva incontrato Armanna nel 2009 ed era informato di alcuni fatti. Dopo una lunga gestazione finalmente il grande giorno è arrivato, ma Eke ha spiazzato l’accusa e sorpreso tanti.

Egli avrebbe incontrato Armanna solo due volte e brevemente nel 2014 e 2015 ad Abuja. E la sua decisione di venire a Milano sarebbe nata dalla richiesta di un suo amico, tal Timy Aya, testimone della difesa di Armanna – poi ritirato – che avrebbe chiesto a Aya di andare a Milano per chiarire la sua posizione e aiutarlo nelle sue vicende legali. Eke ha firmato la lettera inviata alla Procura a novembre, ma questa sarebbe stata scritta da Aya con la consapevolezza di Eke che alcune delle dichiarazioni contenute erano di fatto false.

Eke ha negato di avere rapporti con l’intelligence nigeriana e di essersi mai relazionato con la sicurezza dell’ex Presidente Goodluck Jonathan, né con manager di Eni o Shell. Secondo Armanna, Eke gli aveva detto di aver visto valigie con contante della tangente pagata circolare nella villa presidenziale di Aso Rock. Tutto negato ieri in tribunale. Incurante di aver candidamente ammesso di aver affermato il falso nella sua lettera, Eke ha lasciato l’aula. Ha tirato un sospiro di sollievo la difesa Eni, e soprattutto quella del manager Roberto Casula. Sempre secondo Armanna, infatti, Eke aveva saputo che due delle valigie contenenti 50 milioni di dollari del denaro corrotto sarebbero finite nella villa del manager italiano.

Roberto Casula, già n.1 di Eni in Nigeria, poi capo del settore Operazioni, è sotto processo a Milano per le presunte tangenti nella concessione petrolifera OPL245.
Roberto Casula, già n.1 di Eni in Nigeria, poi capo del settore Operazioni, è sotto processo a Milano per le presunte tangenti nella concessione petrolifera OPL245.

Lo 007 Castilletti: nessuna ingerenza ENI nella nomina del console onorario

Proprio la difesa di Casula ha portato in aula il successivo testimone, Salvatore Castilletti, una figura apicale dei servizi segreti italiani. Sembrerebbe che questi fosse tra i responsabile del Sismi a Baghdad ai tempi della triste vicenda Sgrena-Calipari.

Ai tempi del negoziato dell’Opl245, Castilletti era responsabile dell’intelligence italiana in Nigeria. Da dietro un paravento che proteggeva la sua identità, Castilletti ha detto al tribunale di aver saputo dell’Opl245 solo dai giornali, di non aver curato la security delle visite nel paese di Paolo Scaroni, allora ad di Eni, di non avere avuto rapporti professionali con Armanna e di aver solo riferito all’allora Console Generale Antonio Giandomenico il parere non ostativo dell’intelligence sulla candidatura di Gianfranco Falcioni, anch’egli imputato al processo, per la nomina a console onorario a Port Harcourt, poi avvenuta.

Per Castilletti questo era l’unico candidato formale, non anche l’imprenditore Gabriele Volpi, come sostenuto in tribunale nel 2019 da Armanna e dallo stesso Giandomenico. Quindi non ci sarebbe stata alcuna ingerenza di Eni nella nomina di Falcioni. Il quale, secondo la pubblica accusa, avrebbe aiutato, seppur con poco successo, poi la Malabu dell’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete a trasferire la presunta tangente dell’Opl245 da Londra in Svizzera e poi nuovamente in Libano.

Castilletti non avrebbe saputo neanche del viaggio datato febbraio 2011 a Minna, nel sud del paese, di Scaroni, Descalzi, Casula e Pagano di Eni per una visita lampo al presidente Jonathan nel contesto di un evento della sua campagna presidenziale.

ex presidente Nigeria Goodluck Jonathan
L’ex presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, sospettato di essere uno dei destinatari dei soldi incassati con la presunta tangente pagata da Eni e Shell per ottenere la licenza del giacimento OPL245

L’accusa chiede (senza successo) due confronti all’americana

Di fronte alle pesanti smentite dei due testimoni, la pubblica accusa ha cercato senza successo di richiedere al tribunale di accettare un confronto all’americana tra Armanna e Eke e poi tra Armanna e Castilletti. Dopo una lunga pausa l’udienza è ripresa con una dichiazione spontanea di Armanna che ha ricordato come lui non sarebbe mai stato in Nigeria nel 2014 e nel 2015, che alle cene con Castilletti e Falcioni si sarebbe parlato regolarmente della nomina di quest’ultimo e che Castilletti avrebbe saputo bene di tutti gli spostamenti degli aerei privati di Eni e dei suoi top manager, e lo stesso Eke avrebbe aiutato a organizzare la visita a Minna. Ma soprattutto, secondo Armanna, Eke avrebbe mostrato a lui e Castilletti addirittura foto delle valigie piene di soldi della tangente.

Un legame tra “sistema Siracusa” e indagine Opl245?

Ma la giornata processuale non è finita qui. La pubblica accusa ha presentato la documentazione arrivata in risposta a due ulteriori rogatorie internazionali e l’Eni ha presentato anch’essa copiosa documentazione.

Il tribunale ha acquisito questi ulteriori elementi di prova. Quindi con un colpo a sorpresa la Procura di Milano ha chiesto ed ottenuto che siano ascoltati come ulteriore testimone l’avvocato esterno dell’Eni Piero Amara, fulcro del cosiddetto “sistema Siracusa” per la corruzione di giudici e pilotare alcune inchieste, fino ad influenzare alcune nomine al Consiglio Superiore della Magistratura.

Per queste accuse Amara ha patteggiato tre anni a Roma e un anno e due mesi a Messina. Il troncone milanese della maxi-inchiesta su questo sistema si incentra sul presunto “complotto” che avrebbe voluto minare proprio l’indagine della Procura di Milano sull’Opl245. Secondo l’accusa, si sarebbe fatto ciò avviando un’indagine fasulla in Sicilia su un complotto internazionale che sarebbe stato ordito ai danni dell’ad Claudio Descalzi.

Tutte le tappe della licenza OPL245 in Nigeria

Attesa per gli stralci degli interrogatori di Amara

Il PM Fabio De Pasquale produrrà gli stralci degli interrogatori di Amara in questa inchiesta da cui emergerebbero, secondo l’accusa, i presunti tentativi dell’Eni di convincere Armanna a rivedere la sua posizione accusatoria nel processo. Al riguardo il tribunale di Milano ha già accolto alcune prove prodotte dal PM lo scorso luglio. Proprio nell’ambito dell’inchiesta sul presunto “complotto” la scorsa settimana è avvenuta una raffica di nuove perquisizioni negli uffici dell’Eni in varie città.

La prossima udienza è fissata il 5 febbraio mattina. Sarà ascoltato  Amara, ma anche l’avvocato Fabrizio Siggia, ex difensore di Armanna, che ha lasciato l’incarico nella giugno 2019 in polemica con l’imputato e scrivendo addirittura una lettera al tribunale di Milano per negare di aver invitato il suo assistito a non deporre a luglio al processo. Dopo la nuova udienza, a meno di ulteriori colpi di scena, ci si avvierà verso le conclusioni del processo.