Petrolio, il crollo della domanda manda ko prezzi e produttori

Richiesta calata del 30% rispetto ai valori pre-epidemia, nonostante l’accordo Opec-Russia-Usa sui tagli alla produzione. Molti produttori stanno uscendo dal mercato e potrebbero non rientrarci

Nicola Borzi
CC0 Public Domain da Pixabay.com
Nicola Borzi
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Con i lockdown e le misure di distanziamento sociale che incidono sul 92% del Pil globale, la pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 sta mandando al tappeto l’industria petrolifera mondiale. Il crollo della domanda, stimata in calo del 30% rispetto al periodo pre-epidemico, sta mandando in negativo i prezzi di alcuni tipi di greggio: i produttori pagano perché qualcuno lo ritiri. Nonostante gli storici accordi Opec-Russia sul taglio della produzione, benedetti dagli Usa, il ribasso si accentua via via che le strutture di stoccaggio mondiali si riempiono per l’eccesso di offerta globale pari a 9 milioni di barili al giorno.

Lunedì 20 aprile, così, il greggio West Texas Intermediate (Wti) ovvero il petrolio di riferimento (benchmark) per i prezzi negli Usa ha raggiunto il suo valore più basso dal marzo 1999. I prezzi sul contratto con consegna a maggio per i future sul Wti sono scesi a 14,47 dollari al barile sui mercati asiatici, appena sopra i 14,4 dollari di 21 anni fa. Il Brent, il greggio del Mare del Nord che è il benchmark europeo, è sceso del 2,8% a 27,28 dollari al barile.

Andamento del prezzo del greggio USA. I prezzi mai così bassi dal 1999. FONTE: Statista
Andamento del prezzo del greggio USA. I prezzi mai così bassi dal 1999. FONTE: Statista

L’accordo Trump-Putin-Bin Salman

Già a marzo la pandemia aveva depresso i costi. Poi è arrivata la guerra dei prezzi tra la Russia e il cartello Opec dominato dall’Arabia Saudita. Come risposta al calo della domanda, l’Opec aveva tagliato la propria produzione mentre la Russia, la cui economia è totalmente legata alle materie prime energetiche (greggio e metano), aveva rifiutato. L’Opec aveva risposto inondando i mercati. Poi è intervenuto Donald Trump che ha messo d’accordo il presidente russo Vladimir Putin e l’uomo forte saudita Mohammed Bin Salman, che hanno concordato a partire da maggio tagli storici alla produzione pari a 10 milioni di barili al giorno, il 10% della produzione mondiale, per tentare di sostenere i prezzi. A questi potrebbero sommarsi altri tagli di Paesi non-Opec, come gli Usa, per altri 10 milioni di barili al giorno.

Il principe ereditario, vice premier e ministro della difesa saudita Moḥammad bin Salman a colloquio con Donald Trump alla Casa Bianca il 20 marzo 2018. Foto: Jakob Reimann, dominio pubblico

Superpetroliere stracolme di greggio

Intanto però il crollo della domanda sta riempiendo tutti i sistemi di stoccaggio con centinaia di milioni di barili immagazzinati in tutto il mondo. Secondo Reuters ci sono circa 160 milioni di barili di petrolio stoccati nelle superpetroliere ferme all’ancora davanti ai porti con i terminal di attracco. L’ultima volta che un fenomeno simile si era verificato era il 2009, quando in mare c’erano navi con oltre 100 milioni di barili in attesa di giocare sul rialzo dei prezzi. Le tariffe di noleggio delle superpetroliere sono più che raddoppiate nell’ultimo mese sino a 350mila dollari al giorno.

Gli analisti prevedono la crescita delle riserve di petrolio tra 500 milioni e 1 miliardo di barili di petrolio a fine mese rispetto alle scorte alla fine di febbraio. Secondo IHS Markit entro metà anno gli stock potrebbero esaurire gli spazi mondiali a disposizione, pari a 200 milioni di barili. Nei giganteschi gli impianti di stoccaggio di Cushing in Oklahoma, che possono contenere sino a 85 milioni di barili di greggio, l’equivalente di oltre 40 megapetroliere, sono rimasti vuoti spazi per appena 21 milioni di barili che andranno in esaurimento nelle prossime settimane.

L'ingresso agli impianti di stoccaggio di Cushing in Oklahoma. Il deposito può contenere fino a 85 milioni di barili di greggio, pari a oltre 40 megapetroliere. FOTO: Roy Luck via Fickr.com
L’ingresso agli impianti di stoccaggio di Cushing in Oklahoma. Il deposito può contenere fino a 85 milioni di barili di greggio, pari a oltre 40 megapetroliere. FOTO: Roy Luck via Fickr.com

Uno storico shock inflazionistico

Il fatto è che le industrie fondate sul carbonio, come quella del petrolio, sono state storicamente la pietra angolare delle interazioni sociali e della globalizzazione, la cui prevenzione oggi è la principale difesa contro il virus. Paradossalmente, secondo un report di Goldman Sachs, questa saturazione del sistema mondiale di stoccaggio del greggio alla fine creerà uno shock inflazionistico di approvvigionamento di petrolio di proporzioni storiche.

L’infrastruttura di produzione e stock del petrolio comprende condutture, navi, terminali, impianti di stoccaggio, raffinerie e reti di distribuzione la cui capacità di riserva però è relativamente piccola e limitata. Del miliardo di barili di capacità di stoccaggio di riserva mondiale, gran parte non sarà accessibile poiché la velocità dello shock sui prezzi finirà per bloccare le reti di trasporto del greggio prima della saturazione fisica. Dato il costo di chiusura di un pozzo di estrazione, i produttori sarebbero disposti a pagare qualcuno per smaltire un barile, il che implica un prezzo negativo nelle aree senza sbocco sul mare.

Chi corre il rischio maggiore?

Lo shock colpisce per primi proprio gli estrattori lontani dalle coste. Nel 1998, l’ultima volta che le eccedenze hanno superato la capacità di stoccaggio, il più colpito è stato il greggio senza sbocco sul mare. Le chiusure dei pozzi sono molto più probabili nelle riserve estrattive onshore, mature, impoverite, con petroli più pesanti e più acidi in Paesi come Canada, Stati Uniti, Russia, America Latina e Cina, che potrebbero non tornare alla loro capacità di produzione precedente quando la domanda ripartirà.

Il crollo dei prezzi sta mandando fuori mercato molti produttori marginali che reggevano i loro elevati indebitamenti solo su alte quotazioni di estrattore. Tra questi i produttori di shale oil, il petrolio di scisto degli Stati Uniti, ma anche quelli di nazioni in via di sviluppo o di Paesi in difficoltà come il Venezuela. Il crollo dei prezzi abbatte anche le attività di esplorazione e produzione: sempre secondo Reuters, le società di esplorazione e produzione nordamericane hanno ridotto i loro budget del 36% rispetto a un anno fa a fronte del -23% dei loro concorrenti internazionali. I campi offshore hanno meno probabilità di essere colpiti, per il loro greggio di qualità più elevata, la mancanza di vincoli infrastrutturali e i maggiori costi di decommissioning.

In un decennio, perdite medie dell’8% annuo per gli investitori

Secondo Goldman Sachs, i tagli alla produzione degli anni scorsi hanno mantenuto i prezzi artificialmente più alti rispetto a quelli naturali, distorcendo gli incentivi a investire nel petrolio e portando a investimenti inefficienti che dal 2016 a oggi hanno distrutto circa mille miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa del settore. I bassi rendimenti degli investimenti in energia e materie prime sono stati definiti “il decennio perduto”. Dal 2010 a oggi il petrolio ha generato una perdita media dell’8% annuo per gli investitori.

Questa crisi, sostiene la banca d’affari, sarà probabilmente un punto di svolta perché, una volta danneggiato lo stock di capitale investito nel petrolio, ricostruirlo è un processo lungo e costoso, ammesso che possa essere interamente ricostruito.

Ma la crisi potrebbe servire a razionalizzare il settore

Potrebbe scomparire una capacità di estrazione fino a 5 milioni di barili al giorno ed è improbabile che l’offerta possa rimbalzare vicino ai vecchi livelli della domanda senza creare un sostanziale apprezzamento dei prezzi, la cui scala sarà determinata dalla dimensione degli stock costruiti prima della ripresa.

Ma la crisi potrebbe giovare al settore petrolifero. A contare, secondo gli analisti, sono infatti la domanda e l’offerta di capitale, non quella di barili: fintanto che c’è capitale, le aziende possono resistere perché i barili tornano sempre. La razionalizzazione del settore energetico sarà molto selettiva con una chiara attenzione all’aggiornamento dei portafogli: le “Big Oil” acquisteranno i concorrenti minori migliori e faranno chiudere i peggiori. Ma i vincoli di capitale rimarranno.

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Chi sono le Big oil? Le 10 principali compagnie petrolifere per fatturato. Dati 2019 in miliardi di dollari USA. FONTE: Statista

Se gli stili di vita cambieranno a medio termine a causa della pandemia, se le persone si adatteranno a un’esistenza più locale e a vivere di attività più sostenibili, consumando meno alimenti freschi importati, producendo meno rifiuti, ci potranno essere ripercussioni durature sulla domanda di greggio.

I consumi di energia dei pendolari e delle compagnie aeree rappresentano circa 16 milioni di barili al giorno della domanda mondiale di petrolio e potrebbero non tornare mai ai livelli precedenti. Dopo la crisi, il rimbalzo dei prezzi del petrolio potrebbe rendere concorrenziali i veicoli elettrici e a idrogeno. Ma dal lato dell’offerta, la spinta dei mercati dei capitali alla de-carbonizzazione è probabile che prevenga l’ampio investimento che l’industria del petrolio dovrà ottenere per uscire da questa crisi e rafforzerà un mercato fisico del petrolio più contenuto ben oltre il 2020.