Non solo shale. Il crack del petrolio è un fenomeno globale

Il tracollo dei prezzi del greggio colpisce le aziende dello shale USA. Ma sono guai per tutti: dal Messico ai Paesi OPEC

Guerra del petrolio. Il Texas è l'epicentro di una crisi globale. Foto: Pixabay Libera per usi commerciali Attribuzione non richiesta

La guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita sta producendo il suo esito scontato: un terremoto nel settore dello shale oil statunitense. Ma i problemi, è altrettanto evidente, non sono confinati nel comparto Usa visto che le conseguenze del conflitto sui prezzi si estendono ormai a macchia d’olio pressoché ovunque. Il nodo, d’altra parte, è sempre il solito: valori di mercato insostenibili che rischiano di mandare a gambe all’aria società private e bilanci statali.

I numeri sono chiari, a partire dall’epicentro della crisi. Le aziende texane del bacino Permiano, sostiene Bloomberg, fissano la soglia critica a 47 dollari per barile: se il prezzo di mercato è superiore fanno profitti; se si aggira sotto quota 30 dollari, come accade oggi, rischiano il collasso. Debiti e costi di estrazione pesano eccessivamente. E la situazione rischia di precipitare.

Trump lancia il QE del petrolio

Trump ha risposto all’emergenza (e alle pressanti richieste della lobby del petrolio) avviando un piano di acquisto straordinario di greggio per rimpinguare le riserve strategiche nazionali. L’obiettivo è quello di sostenere il prezzo creando una sorta di domanda artificiale, come dire un quantitative easing dell’oro nero. Anche se le perplessità non mancano. «Secondo le prime stime il programma annunciato da Trump potrebbe generare una domanda extra di 430mila barili al giorno per circa sei mesi» scrive Il Sole 24 ore. «Ma è come cercare di svuotare il mare con un secchio». L’Arabia Saudita prevede di incrementare l’offerta quotidiana di 2,6 milioni di barili. La recessione globale fa il resto. L’impatto dell’operazione USA, insomma, rischia di essere trascurabile.

S&P: per le imprese USA poco margine di manovra

S&P Global Ratings ha ipotizzato per il 2020 un prezzo medio di 30 dollari per barile sul Brent e di 25 per WTI (il valore di riferimento per il petrolio americano). L’offerta disponibile supera del 15% la domanda effettiva, uno sbilanciamento clamoroso. In questo quadro, il margine di manovra delle compagnie americane sembra decisamente ridotto. A differenza di quanto accaduto nella precedente fase ribassista del 2015-16, le imprese dello shale USA avranno ora minori possibilità di ridurre i costi incrementando così l’efficienza. E l’impatto, nota in particolare S&P, si farà sentire soprattutto sul mercato dei bond.

Junk bond nel mirino

«L’accesso al mercato – scrive S&P – sarà possibile solo per le imprese più solide. Gli emittenti di obbligazioni spazzatura, chiamati ad affrontare scadenze imminenti e già schiacciati sul fronte del credito andranno probabilmente incontro a ulteriori declassamenti». Negli Stati Uniti, segnalano le previsioni peggiori, una società petrolifera su due rischierebbe di fallire nel giro di due anni.

Pemex e nuvole

Le nubi del downgrade, come previsto, si sono estese anche a sud del confine texano. Dal suo insediamento, nel dicembre 2018, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva puntato forte sul piano di rinascita della Pemex, la mastodontica ma barcollante compagnia petrolifera nazionale. Spolpata per anni dai narcos (secondo la stima più ampia si parla di perdite annuali per 5 miliardi di dollari), la principale corporation del Messico avrebbe dovuto intraprendere un nuovo cammino trasformandosi nel simbolo della svolta economica dopo 36 anni di contestate politiche liberiste. Ma le speranze del presidente si scontrano ora con la realtà di un mercato ostile.

Pemex ha chiuso l’ultimo trimestre del 2019 con 9 miliardi di dollari di perdita ed è tuttora la compagnia petrolifera più indebitata del mondo. Le strategie di copertura finanziaria adottate per proteggersi dagli shock di prezzo offrirebbero al momento una certa tutela. Ma se la crisi globale del petrolio dovesse continuare, dicono gli analisti, la compagnia subirebbe ulteriori danni e potrebbe essere nuovamente declassata dalle agenzie di rating. Ovvero, sostenere costi crescenti nel rifinanziamento del suo debito.

Opec: per i Paesi più deboli a rischio l’85% dei ricavi

Per i Paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni di greggio la crisi rischia di sconvolgere le economie nazionali. Il 16 marzo scorso, in un inedito comunicato congiunto, il direttore esecutivo dell’International Energy Agency (IEA), Fatih Birol, e il segretario generale dell’Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, hanno lanciato la loro fosca previsione. Se le attuali condizioni di mercato dovessero perdurare i Paesi emergenti più vulnerabili potrebbero perdere dal 50 all’85% dei loro ricavi petroliferi. Pochi giorni prima, lo stesso Birol aveva denunciato le gravi difficoltà patite in particolare da tre produttori del cartello: Iraq, Algeria e Nigeria, i cui bilanci statali sarebbero già sotto stress.

La Nigeria? «È fuori dal mercato».

Di recente la Reuters ha intercettato una lettera indirizzata dal ministro del petrolio iracheno Thamer al-Ghadhban al segretario Barkindo in cui si chiede la convocazione di una riunione straordinaria e urgente dell’Opec. Nel frattempo, la ministra delle finanze nigeriana Zainab Shamsuna Ahmed ha prefigurato un sostanziale dimezzamento degli introiti statali previsti.

Il direttore della compagnia petrolifera nazionale NNPC, Mele Kyari è stato ancora più esplicito: «Per la Nigeria – ha spiegato – i costi di produzione ammontano a 30 dollari per barile. Se il prezzo unitario scende a 22 dollari siamo fuori dal mercato».

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