Prende il via in Francia il primo processo al mondo per obsolescenza programmata

Epson rischia fino a due anni di carcere e una multa pari al 5% del fatturato per cartucce e tamponi che bloccano le stampanti

Il processo riguarda il produttore di stampanti Epson © DragonLord/Wikimedia Commons

In breve

  • Epson è a processo a Nanterre, in Francia, per obsolescenza programmata: prima causa penale al mondo su questo reato specifico.
  • Le stampanti dichiarerebbero esaurite cartucce con ancora fino al 20% di inchiostro, e tamponi assorbitori si bloccherebbero dopo stampe stimate in anticipo.
  • Se condannata, Epson rischia fino a 2 anni di carcere per i responsabili e una multa fino al 5% del fatturato; la sentenza è attesa il 25 febbraio 2027.

Nella caserma dei vigili del fuoco di Livermore, in California, c’è una lampadina che sfida da oltre un secolo la logica dell’obsolescenza programmata. Rimane accesa dal 1901, è diventata un mito di nicchia su internet. Tanto che le sue condizioni si possono verificare in ogni momento via webcam.

La lampadina di Livermore è diventata nel tempo un riferimento per raccontare quanto sarebbe stato possibile, dal punto di vista tecnico, costruire prodotti fatti per durare. Ma lo sviluppo industriale ha portato in un’altra direzione. Tra una capacità tecnica capace di spingersi sempre più avanti e la scelta deliberata di ridurre capacità e durata per programmare il ricambio dei prodotti, ha prevalso la seconda.

Le lampadine e l’origine dell’obsolescenza programmata

L’origine moderna del fenomeno dell’obsolescenza programmata viene tradizionalmente ricondotta proprio alle lampadine. Il cartello Phoebus, fondato il 23 dicembre 1924 a Ginevra dai principali produttori mondiali, fissò con un accordo la durata media delle lampadine a mille ore, contro le 2.500 raggiunte fino ad allora, riducendo così la qualità del prodotto per sostenere le vendite.

Nel libro “Made to Break” (Harvard University Press, 2006), lo storico Giles Slade ha definito l’obsolescenza programmata «un’invenzione americana». I passaggio dal lavoro manuale a quello meccanizzato e la necessità di sostenere i consumi dopo la Grande depressione ne sono stati il motore. Il fenomeno da allora si è esteso a quasi ogni settore industriale e commerciale, dalla moda agli elettrodomestici, dall’elettronica ai software.

Il processo a Epson in Francia per obsolescenza programmata

Un fenomeno noto ma difficile da perseguire, almeno fino a oggi. A Nanterre, in Francia, il 2 luglio si è infatti aperto il primo processo al mondo per obsolescenza programmata. Lo descrive così Hop (Halte à l’Obsolescence Programmée), l’associazione che ha promosso la denuncia. Sul banco degli imputati c’è Epson, il produttore giapponese di stampanti.

Le tecniche contestate a Epson sono due. La prima riguarda le cartucce. Secondo l’inchiesta di Hop, alcune stampanti dichiarano esaurita una cartuccia quando in realtà contiene ancora fino al 20% di inchiostro. La stampa si blocca e l’utente è costretto all’acquisto di una nuova. La seconda riguarda invece i tamponi assorbitori interni che non misurano il livello reale di saturazione ma si bloccano dopo un numero di stampe stimato in anticipo, rendendo necessaria la sostituzione dell’intera stampante.

Se la procura francese dovesse ottenere una condanna, si tratterebbe della prima applicazione riuscita del reato specifico di obsolescenza programmata introdotto in Francia nel 2015. La pena prevista arriva a due anni di carcere per le persone fisiche ritenute responsabili e a un’ammenda che può salire fino al 5% del fatturato dell’azienda.

Epson ha dichiarato di rigettare categoricamente l’accusa, definendola contraria alla propria filosofia aziendale. Già nel 2018 il direttore marketing per la Francia aveva spiegato a Le Monde che l’inchiostro residuo servirebbe a proteggere la testina di stampa dall’ingresso d’aria. Una motivazione che giustifica le scelte tecniche sulla base di standard qualitativi, non di obsolescenza programmata.

Il reato di obsolescenza programmata è difficile da dimostrare

La Francia resta l’unico Paese europeo ad aver introdotto un reato specifico contro l’obsolescenza programmata, con la legge sulla transizione energetica del 2015. La disciplina però richiede la prova di una doppia intenzionalità. In altri termini, devono coesistere due elementi: una modifica tecnica deliberata e una volontà legata ad aumentare il tasso di sostituzione del prodotto. Diversi giuristi francesi segnalano che questo standard probatorio è così elevato da rendere la legge molto difficile da applicare.

Le associazioni dei consumatori sottolineano che ne processo l’onere della prova ricade in maniera sbilanciata sul denunciante. In altri termini, deve accertare sia la riduzione della durata di vita, sia l’esistenza di una tecnica specifica, sia l’intenzionalità. Tutto questo mentre le associazioni di categoria dei produttori commissionano proprie indagini per provare tecnicamente che le misure sono giustificate da ragioni diverse dall’obsolescenza programmata.

Si tratta di un dibattito che dura da anni e che nessuna sentenza ha finora risolto in modo definitivo. La Francia è rimasta finora un caso isolato in Europa. Belgio e Italia hanno tentato di introdurre reati analoghe a più riprese, negli ultimi 15 anni, ma senza successo.

Le pratiche commerciali ingannevoli e il caso Apple

In attesa del primo processo che riconosca l’obsolescenza programmata come reato, esistono ulteriori strumenti di contrasto, anche se non di carattere penale. Si tratta delle norme sulle pratiche commerciali ingannevoli e, più di recente, del diritto alla riparazione.

Il precedente più noto per quanto riguarda le pratiche commerciali ingannevoli resta quello di Apple. Nel 2017 l’azienda aveva ammesso di rallentare tramite aggiornamenti software gli iPhone con batterie invecchiate, per evitare spegnimenti improvvisi. Un’ammissione che aveva alimentato accuse di obsolescenza programmata in più Paesi, con Samsung coinvolta per pratiche simili sui propri dispositivi. Ne erano seguite una condanna a pagare 25 milioni di euro per Apple in Francia nel 2020. E una sanzione dell’Antitrust italiano nel 2018, con 10 milioni di euro per Apple e 5 per Samsung.

Il diritto alla riparazione e la vita utile dei prodotti

Il secondo strumento è invece indiretto e riguarda il diritto alla riparazione. Dal 31 luglio 2026 la direttiva europea 2024/1799 obbliga i produttori a riparare a prezzo ragionevole, anche dopo la garanzia legale, smartphone, elettrodomestici e display. L’obiettivo? Contrastare sia la mancata assistenza sia la spinta indiretta alla sostituzione, dovuta a costi e tempi di riparazione che possono orientare il consumatore verso l’acquisto di un prodotto nuovo.

Alla direttiva sul diritto alla riparazione si affianca, dal 27 settembre 2026, la direttiva 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition), recepita in Italia con il decreto legislativo n. 30 del 2026. La normativa vieta di introdurre caratteristiche in grado di ridurre la vita utile di un prodotto senza informarne il consumatore. E introduce un’etichetta europea armonizzata sulla durabilità, sulla scia del nuovo regolamento Ecodesign e del suo obiettivo esplicito di scoraggiare l’obsolescenza programmata.

I rifiuti elettronici aumentano, il tasso di raccolta diminuisce

Dietro l’accelerazione normativa degli ultimi mesi c’è un problema che i numeri raccontano con grande evidenza: nel 2022 nel mondo sono state generate 62 milioni di tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, l’82% in più rispetto al 2010. È quanto emerge dal Global E-waste Monitor 2024 dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni e dell’Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca. Una cifra che, senza interventi correttivi, salirà a 82 milioni di tonnellate entro il 2030. Meno di un quarto di quei rifiuti, il 22,3%, viene oggi raccolto e riciclato correttamente, lasciando disperse risorse naturali recuperabili stimate in 62 miliardi di dollari. Il tasso di raccolta è destinato a scendere ulteriormente, non a salire, entro fine decennio.

Anche i dati raccolti sul campo da Hop confermano che la durata dei prodotti si è ridotta. In un’indagine condotta con la start-up Murfy, basata sui dati di riparazione di oltre 3.000 lavatrici e su 900 risposte di consumatori, l’associazione ha calcolato che la vita media delle lavatrici è scesa del 30% in appena otto anni, da 10 anni nel 2010 a 7 nel 2018. 

Il barometro annuale dell’assistenza Fnac Darty, che Hop analizza ogni anno per monitorare la durabilità dei prodotti in commercio, stima che il 14% degli acquisti di elettronica di consumo riguardi la sostituzione di un apparecchio ancora funzionante, con punte del 36% per i televisori e del 26% per gli smartphone. È anche per contrastare questa tendenza che Hop ha contribuito a introdurre in Francia l’indice di riparabilità, e più di recente l’indice di durabilità, pensato per dare ai consumatori un voto sintetico sulla reale tenuta nel tempo dei prodotti prima dell’acquisto.

Gli altri strumenti contro l’obsolescenza programmata

Tra pochi mesi, il 25 febbraio 2027, si saprà se il tribunale di Nanterre riconoscerà per la prima volta la responsabilità penale di un’azienda per obsolescenza programmata. Quale che sia l’esito del processo, la novità più rilevante è che per la prima volta in Europa diversi strumenti – penale, antitrust, diritto alla riparazione – operano in parallelo, offrendo a consumatori e regolatori più tutele di quante ne esistessero anche solo un decennio fa. Resta da capire se basteranno a invertire una tendenza che, numeri alla mano, continua ancora ad andare nella direzione opposta.

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