La questione uigura: USA e Canada dicono basta al genocidio

Il 2020 avrebbe potuto essere l’anno della svolta per la risoluzione della questione uigura. Ma, per ora, la Cina ne esce ancora impunita

Kashgar, Cina. 30 luglio 2011. La via principale del mercato di Kashgar nello Xinjiang, vicino al confine con il Kirghizistan, il Tagikistan, l'Afghanistan e il Pakistan. ©JordiStock/iStockPhoto

Il 2020 avrebbe potuto essere l’anno della svolta per la risoluzione della questione della minoranza uigura. La diffusione di notizie sui campi di internamento (ovvero di lavoro forzato, per il fast fashion), gli Acts degli USA e il riconoscimento del crimine di genocidio sono passi avanti verso la presa di consapevolezza a livello mondiale sulle condizioni del popolo uiguro. Ma, per adesso, la Cina nega tutte le accuse, non accetta le critiche e ne esce ancora impunita.

Chi sono gli uiguri?

Sono cinquantasei i gruppi etnici riconosciuti dal Partito Comunista Cinese. Quella uigura è una minoranza etnonima presente nel territorio dello Xinjiang, regione autonoma della Cina nordoccidentale. Si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la regione autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. Lo status ufficiale degli uiguri è quello di “minoranza regionale all’interno di uno stato multiculturale”. I tratti antropometrici simili a quelli delle popolazioni dell’Asia Centrale, la confessione religiosa (Islam sunnita) e la lingua turcofona fanno del gruppo uiguro una delle minoranze etniche cinesi maggiormente differenti dall’etnia maggioritaria del paese, quella Han.

Gi uiguri sono (per la Cina e non solo) dei “terroristi”

La questione uigura comincia con il crollo dell’Unione Sovietica. La nascita di stati indipendenti (Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan) in Asia Centrale, lungo i confini della regione dello Xinjiang, ha contribuito ad accendere i sentimenti secessionisti della minoranza rispetto allo stato cinese. L’allora presidente cinese Jiang Zemin si affrettò a normalizzare i rapporti con i nuovi Stati, ma ciò non ha fermato gli scambi tra uiguri dello Xinjiang e altri esponenti del gruppo etnico residenti in Stati come il Kazakistan e Kirghizistan. La riscoperta di un ideale “panturco” comune  ha fomentato un nuovo ciclo di moti separatisti nella regione.

Yarkant, Cina. Ottobre 2011 : due anziani uiguri camminano lungo una strada di Yarkant vicino a Kashgar nella regione autonoma dello Xinjiang. © Kylie Nicholson/iStockPhoto

La mancanza di esperienza del PCC nel contrastare il separatismo ha portato le autorità di Pechino a intervenire in maniera brutale contro i moti secessionisti. Dopo gli attentati di New York dell’11 settembre 2001, è stato semplice per il governo inserire la questione nella cornice della guerra globale al terrorismo, dipingendo ufficialmente  gli uiguri come terroristi operanti contro il governo centrale. Una definizione corroborata anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che ha inserito il gruppo nella lista dei gruppi terroristici riconosciuti a livello internazionale

La Nuova via della seta: come la Cina l’ha resa “sicura”

La  Belt & Road Initiative (detta anche Nuova via della seta ) ha ulteriormente aggravato il livello di complessità delle questioni di sicurezza in Xinjiang. La regione è infatti attraversata da tre dei cinque corridoi economici che hanno accresciuto la rilevanza del territorio a livello strategico. La stabilità interna di questa regione si è ora trasformata in una priorità chiave anche per la politica estera di Pechino oltre che per quella di sicurezza.

Mappa dei corridoi economici che attraversano lo Xinjiang. Fonte: ISPI

Dal 2017 alcune testimonianze, riguardo all’esistenza di campi di internamento volti alla “rieducazione” di membri delle minoranze islamiche nello Xinjiang, hanno sconvolto la comunità internazionale. La struttura della rieducazione attraverso il lavoro, così come teorizzata da Mao e realizzata attraverso le campagne strike hard, prevede la detenzione (anche extragiudiziaria) e il lavoro “coatto”. Le attività svolte dai detenuti in questi campi sembrano concentrarsi sullo studio della propaganda comunista e la ripetizione di slogan in supporto del presidente Xi, ma anche manifattura, per decine di corporation occidentali di abbigliamento.

Le reazioni della comunità internazionale

Nel luglio 2019 gli ambasciatori di 22 nazioni (tra cui Australia, Canada, Francia, Giappone e Regno Unito) hanno inviato una lettera al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite per sollecitare la chiusura dei campi di internamento della minoranza uigura nello Xinjiang. A pochi giorni di distanza 37 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Russia, Corea del Nord, Filippine, Pakistan, Iran, Siria e Palestina (Stati con posizioni politiche e forti interessi economici che li legano a Pechino) hanno replicato con una lettera a sostegno delle scelte politiche attuate dalla Cina in Xinjiang.

Ma sono gli Stati Uniti, nel 2020, ad aver preso per primi effettive posizioni: hanno varato il “Uyghur Human Rights Policy Act”, diventato poi legge con la firma dell’uscente presidente Donald Trump, e lo “Uyghur Forced Labor Prevention Act”. Con quest’ultimo si instaura la presunzione legale secondo cui qualsiasi prodotto realizzato nella regione dello Xinjiang o confezionato lì derivi da lavoro forzato. Quindi, si porrebbe il divieto di importare materiale proveniente dalla zona, a meno che non si dimostri il contrario.

«Il genocidio degli uiguri»

Ancora più recente è invece l’audace dichiarazione della Sottocommissione canadese per i Diritti Internazionali dell’Uomo, che ha definito ciò che sta accadendo all’etnia uigura un vero e proprio genocidio. La Sottocommissione ha poi esortato la propria nazione ad adottare adeguate misure, come assumere una posizione di condanna nei confronti della Cina e collaborare con le organizzazioni impegnate sulla questione. D’altro canto la Cina, che da sempre nega tutte le accuse, anche questa volta ha dichiarato l’insussistenza dei fatti.

Durante la prima telefonata ufficiale tra il presidente statunitense Joe Biden e l’omologo cinese, avvenuta nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2021, il capo della Casa Bianca ha espresso la preoccupazione degli USA per la «violazione dei diritti umani» nello Xinjiang. La netta replica di Xi Jinping: «Si tratta di affari interni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Gli Stati Uniti dovrebbero rispettare gli interessi fondamentali della Cina e affrontare tali questioni con prudenza», sembra non lasciare spazio ad alcuna discussione in merito.

Resta palese che si sia di fronte a un atteggiamento ambiguo e non univoco da parte della comunità internazionale, in parte interessata a salvaguardare i propri interessi nello Xinjiang e i propri rapporti politici ed economici con la Cina. Nonostante sia indubbia la crescente attenzione riservata al problema, ancora non è chiaro se sarà possibile trovare una soluzione tale da far cessare le violazioni umanitarie verso l’etnia uigura. Nel frattempo, però, la Cina continua ad operare liberamente e  nulla ostacola il protrarsi dei soprusi nei confronti delle minoranze.