I vantaggi della transizione ecologica: 1 dollaro investito ne genera 15

Il rapporto Unep-Ccac calcola anche 144 milioni di morti premature evitabili entro il 2050 se si agisce subito su clima e aria

Ridurre l’inquinamento dell’aria è parte integrante delle azioni sul clima © Jacek Dylag/Unsplash

In breve

  • Un rapporto dell’Onu (Unep-Ccac) calcola che ogni dollaro investito in azioni integrate su clima e qualità dell’aria genera 15 dollari di benefici.
  • Il calcolo include per la prima volta insieme spese sanitarie evitate, aumento di produttività e danni climatici scongiurati, non più stime separate.
  • Ogni anno di ritardo costa al mondo oltre 1.500 miliardi di dollari, mentre l’attuazione richiederebbe solo lo 0,7% del Pil globale.

Come si combatte la povertà sempre più diffusa alla base dell’impressionante crescita del tecnofascismo globale? Con la transizione ecologica. Lo sostiene il rapporto delle Nazioni Unite: “Risorse nascoste: i vantaggi economici e sanitari derivanti dalle misure a favore del clima e della qualità dell’aria”. Redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e dalla Climate and clean air coalition (Ccac), il rapporto analizza venticinque soluzioni nei settori di energia, industria, trasporti, agricoltura, cibo e rifiuti. E i risultati sono sorprendenti: ogni singolo dollaro (1) investito nella lotta congiunta contro cambiamenti climatici e inquinamento atmosferico può generare quindici (15) dollari di benefici economici.

«Un rapporto costi-benefici di 15 a 1 attirerebbe immediatamente capitali in quasi tutti gli altri settori. L’unico motivo per cui ciò non è ancora accaduto per le azioni integrate sul clima e sulla qualità dell’aria è che i benefici sono ripartiti tra sistemi sanitari, produttività e danni climatici evitati, anziché confluire in un unico bilancio. Ogni anno di ritardo costa al mondo oltre 1.500 miliardi di dollari in benefici che non recupereremo. I ministeri delle Finanze e gli investitori che mantengono il clima e la qualità dell’aria in voci di bilancio separate stanno lasciando sul tavolo migliaia di miliardi di dollari», spiega infatti Elliott Harris, co-presidente della Commissione di valutazione del rapporto.

Le 25 misure proposte dall’Onu dimezzano le emissioni entro il 2050

Innanzitutto, la transizione ecologica porterebbe vantaggi per il benessere psicofisico delle persone. L’attuazione immediata delle venticinque misure proposte dimezzerebbe entro il 2050 le emissioni globali di anidride carbonica. Ridurrebbe le emissioni di metano del 60%. E i principali inquinanti atmosferici del 70%. Per questo, sempre guardando alla data limite del 2050, le stesse misure eviterebbero circa 0,34 gradi centigradi di riscaldamento globale. Entro la fine del secolo, le emissioni nette di anidride carbonica secondo questo scenario sarebbero negative, mentre i principali inquinanti atmosferici diminuirebbero fino all’85%.

Questo farebbe stare tutti meglio, soprattutto le attuali e prossime generazioni. Ma, come detto, l’importanza di questo rapporto è che si concentra sui benefici economici della popolazione a livello globale. E lo fa trattando il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico come problemi strettamente interconnessi. E non separabili come invece tendono a fare oggi le istituzioni.

Gli autori spiegano che finora si è proceduto sommando stime separate, prodotte da modelli diversi. Calcolare invece il valore economico delle azioni per il clima e contro l’inquinamento atmosferico dentro un unico quadro coerente cambia le cose. Non è solo una questione metodologica. Confrontare direttamente i costi delle azioni con i benefici combinati di un’aria più pulita e di un clima più stabile congiuntamente genera un ulteriore 0,2% del Pil globale in benefici economici. Ciò poiché alcuni benefici si concretizzano pienamente solo quando entrambe le sfide vengono affrontate simultaneamente.

Sei settori coinvolti nel pacchetto di misure Onu

Il pacchetto di misure esaminato nel rapporto abbraccia sei settori: sistemi energetici e di combustibili fossili; industria; trasporti; agricoltura e sistemi alimentari; cucina e riscaldamento residenziali; gestione dei rifiuti. E combina sia misure di decarbonizzazione a lungo termine che misure mirate ai super inquinanti come metano, nerofumo e idrofluorocarburi. Le soluzioni includono dunque l’efficienza energetica e il passaggio alle rinnovabili, standard più severi sulle emissioni, gestione del bestiame e del letame, un uso più efficiente dei fertilizzanti. Ma anche una transizione verso soluzioni più pulite per la cottura e il riscaldamento domestici.

Secondo gli esperti, la piena attuazione delle venticinque misure entro il 2050 potrebbe prevenire complessivamente 144 milioni di morti premature, di cui 96 milioni derivanti dal solo inquinamento atmosferico. Oltre a centinaia di milioni di casi di malattie croniche. Per capirci, solo nel 2025 l’esposizione all’inquinamento atmosferico esterno di origine antropica (PM2.5 e ozono) è stata collegata a circa 6,4 milioni di morti premature, a 5,5 milioni di nuovi casi di asma infantile e svariati milioni di casi di infarto, demenza, malattie polmonari, diabete, ictus e cancro ai polmoni in tutto il mondo. Mentre l’inquinamento atmosferico domestico è stato collegato ad altre 2 milioni di morti premature.

Tabella dei costi e dei benefici di politiche sul clima e contro l'inquinamento atmosferico
© Nazioni Unite

Come si arriva ai vantaggi economici di quindici dollari guadagnati ogni uno investito

A differenza delle valutazioni precedenti, il rapporto tiene quindi conto degli effetti economici delle malattie legate all’inquinamento atmosferico, tra cui la pressione sui servizi sanitari, le perdite di produttività e di benessere. E quindi include benefici di mercato misurabili, come minori spese sanitarie, maggiore produttività del lavoro e danni fisici evitati. Oltre al valore monetario di un minor numero di morti premature e di vite più sane. Ecco come si arriva alla conclusione che ogni dollaro investito in queste misure di transizione ecologica genera circa quindici dollari.

Se invece si volessero escludere i benefici non strettamente di mercato come il miglioramento della qualità della vita, considerando solo i guadagni diretti come la riduzione dei costi sanitari e l’aumento della produttività della forza lavoro, il ritorno sarebbe comunque di circa 4 a 1. Una cifra comunque altissima. Ma nemmeno il più fervido adepto al tragico culto del libero mercato si sognerebbe oggi di separare i benefici economici derivanti dall’aumento della qualità della vita da quelli contabilizzabili immediatamente con una calcolatrice. Per questo, rimanendo al rapporto di 15 a 1, ecco alcuni numeri.

Innanzitutto, le spese. L’attuazione delle venticinque misure costerebbe nel prossimo decennio  lo 0,7% del Pil globale. Per poi scendere a circa lo 0,5%. Per contestualizzare la spesa globale per i sussidi ai combustibili fossili ammonta a circa il 2,18% del Pil globale. I benefici economici derivanti dall’attuazione delle misure individuate in questo rapporto sarebbero invece equivalenti a un aumento del 2,8% del Pil globale nel 2035, del 4,5% nel 2050 e del 11,4% nel 2100.

Ora tocca alla politica sfruttare i vantaggi della transizione ecologica

La conclusione è quindi che bisogna mettere al centro di ogni programma e strategia economica una politica integrata in materia di clima e qualità dell’aria. La riduzione dei costi sanitari, l’aumento della produttività e la minore esposizione fiscale ai danni climatici sono obiettivi economici che si realizzano appieno solo quando la qualità dell’aria e l’azione per il clima sono integrate nelle strategie di investimento private e pubbliche, nei piani nazionali e sovranazionali. Investire tempestivamente produce i risultati più redditizi. La spesa pubblica che riduce i tempi di attuazione è la più efficace in tal senso

«Per troppo tempo abbiamo considerato l’azione per il clima come un costo da gestire e l’inquinamento atmosferico come la sfortunata conseguenza dello sviluppo. Questo rapporto dimostra il contrario: l’aria pulita è un fattore chiave per lo sviluppo, la salute, la sicurezza alimentare ed energetica e la stabilità climatica», spiega Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep. «Esistono già soluzioni comprovate. Ciò che ci manca è la leadership decisa da parte dei governi, delle istituzioni finanziarie e delle imprese per attuarle con la rapidità e il coordinamento che questa crisi richiede».

Perché queste soluzioni non vengono messe in atto? Secondo gli autori del rapporto la responsabilità maggiore è nelle barriere istituzionali. In particolare nella compartimentazione dei processi decisionali, che producono mancanza di coordinamento e scarsa capacità di applicazione. Queste riforme potrebbero generare fino a 10mila miliardi di dollari di risparmi cumulativi. Mentre ogni anno di ritardo, avvertono, comporta una perdita di oltre lo 0,5% (1.500 miliardi di dollari) del Pil globale. E la continua crescita del tecnofascismo fossile.

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