Chi rallenta la transizione energetica e come la finanza può spronarla

La finanza non è neutrale: anche nella transizione energetica può fare la differenza. Se ne è discusso al Salone del Risparmio

Anche la finanza ha un ruolo attivo nella transizione energetica © Francesco Lorenzetti/iStockPhoto

La transizione energetica è una necessità. Per rallentare la corsa del riscaldamento globale, innanzitutto. Ma anche per poter produrre energia localmente senza più ritrovarsi in balia di guerre, ricatti geopolitici (l’ultimo in ordine di tempo è la chiusura dello stretto di Hormuz) e delle oscillazioni nei prezzi che ne derivano.

Proprio mentre continuano a susseguirsi le prove della sua assoluta urgenza, però, la transizione energetica scivola in fondo all’agenda della politica. Se gli Stati Uniti di Donald Trump la osteggiano apertamente, l’Unione europea continua a perseguirla a parole ma nei fatti stanzia denaro a pioggia per il riarmo. Ma come si può spiegare questo paradosso? E la finanza si limita a seguire le priorità dettate dall’alto o può avere un ruolo attivo?

Le trappole mentali che frenano l’azione per il clima

Prima di tutto, è una questione di trappole mentali. Ne è convinto Matteo Motterlini, professore di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, che sul tema ha pubblicato un libro (“Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico”, edito da Solferino). «Il negazionismo climatico è una forma di autodifesa psicologica. Sapere che siamo noi la causa del problema è una ferita narcisistica che molti faticano ad accettare. A quel punto abbiamo due possibilità. La prima è cambiare comportamento, ma è faticoso. La seconda è cambiare narrazione: il Pianeta ha la febbre e buttiamo via il termometro», spiega.

Motterlini è uno dei relatori del panel sulla transizione energetica organizzato da Etica Sgr il 5 maggio al Salone del Risparmio di Milano. La sua prospettiva aiuta a capire perché politiche tecnicamente irrazionali risultino accettabili, o addirittura preferibili, agli occhi dell’opinione pubblica. «Il biologo Daniel Pauly parla di sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento. Se vediamo accadere qualcosa improvvisamente, reagiamo. Se invece il cambiamento è lento, graduale e cumulativo, restiamo addormentati in un letto che brucia. Il risultato è un’assuefazione a condizioni sempre più misere», continua. I cambiamenti climatici corrispondono pienamente a questa descrizione: si manifestano gradualmente su scala planetaria, più che locale.

«Siamo bravissimi a reagire a una minaccia immediata, a riarmarci, a costruire muri. Ma di fronte ai cambiamenti climatici, che sono la vera minaccia per il nostro futuro, continuiamo a reagire con categorie preistoriche», sottolinea Motterlini. «Il piano ReArm Europe, da solo, vanifica l’obiettivo – già utopico – di contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi Celsius entro fine secolo. Alla ricerca di sicurezza immediata, ci condanniamo alla certezza di instabilità futura: è un capolavoro di miopia strategica».

Come la finanza rende possibile la transizione energetica

In questo percorso, la finanza non è neutrale: scegliendo in quali aziende investire, può accelerare o rallentare la transizione energetica. «Il nostro scopo è quello di comprendere quali aziende considerano la transizione energetica una moda e quali la vedono come un’opportunità credibile, da integrare in una strategia industriale», afferma Cristina Colombo, Stewardship & Climate Specialist di Etica Sgr. Per orientarsi, Etica Sgr ha sviluppato una propria metodologia di valutazione climatica basata su tre pilastri: governance, target e traiettoria delle emissioni al 2050.

«Un tempo i fondi Esg selezionavano quasi solo titoli di società nel campo delle energie rinnovabili, oggi li integrano con altri settori come utilities e infrastrutture», precisa Gherardo Spinola, co-fondatore e Chief Investment Officer di IMPact Sgr, gestore finanziario dei fondi di investimento di Etica. «Dal mio punto di vista l’investimento non è tanto una struttura geometrica quanto un quadro fatto di tante pennellate. La liquidità che si genera si può reinvestire in progetti più ambiziosi e complicati in termini tecnologici». Questo a patto che ci sia sempre alla base una valutazione: in caso contrario, il rischio è quello di inseguire le tendenze del momento e pagare troppo per settori già molto esposti all’attenzione dei mercati, oppure limitarsi a replicare indici “green” senza incidere realmente sulla transizione energetica.

Dopo la selezione arriva l’engagement, cioè il dialogo con le imprese: una settantina quelle con cui Etica Sgr si è interfacciata nel 2025, per un totale di 170 domande su aspetti ambientali, sociali e di governance (Esg). E, seppure lentamente, i risultati arrivano. «Abbiamo visto l’intensità di CO2 dei nostri investimenti scendere dalle prime rilevazioni del 2019 a oggi», spiega Colombo. Se inizialmente il risultato era trainato soprattutto dalla selezione, negli ultimi anni «sono proprio i comportamenti virtuosi delle imprese che stanno guidando questa riduzione».

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