Bruxelles esclude la pelle bovina dal regolamento sulla deforestazione
Il 4 maggio 2026 la Commissione europea ha proposto di escludere pelle e cuoio dal regolamento Eudr. Ong e comunità indigene protestano
La Commissione europea continua a semplificare le norme che aveva fortemente voluto. Stavolta è il turno del regolamento europeo sulla deforestazione (Eudr), e non è nemmeno la prima volta: il testo, entrato in vigore a giugno 2023, era già stato snellito e rinviato nel 2024 sia nel 2025. Con l’ultima revisione proposta il 4 maggio 2026, dal perimetro della normativa (e dei controlli) scompare un prodotto che ha un legame riconosciuto con la deforestazione in Amazzonia: la pelle bovina.
Come cambia (di nuovo) il regolamento europeo sulla deforestazione
Il percorso delle normative europee è spesso tortuoso, ma quello del regolamento sulla deforestazione inizia ad assomigliare a un cantiere perpetuo. La normativa impone alle aziende di esercitare una serie di controlli per verificare che determinate merci non provengano da territori deforestati illegalmente dopo il 31 dicembre 2020. Le materie prime coinvolte sono legname, carne bovina, cacao, soia, olio di palma, caffè e gomma, più i loro derivati. In assenza della due diligence, tutti questi prodotti non possono essere venduti, importati né esportati.
La versione originale fissava le scadenze al 30 dicembre 2024 per le imprese più grandi e sei mesi dopo per quelle più piccole. Da allora sono state prorogate due volte. Le aziende grandi e medie (e tutte quelle del settore del legno) dovranno quindi adeguarsi entro il 30 dicembre 2026, quelle piccole e micro avranno tempo fino al 30 giugno 2027. Ma non è soltanto una questione di tempistiche. Alla fine dello scorso anno, Parlamento europeo e Consiglio hanno alleggerito alcuni obblighi, hanno rimosso libri e giornali dall’elenco dei prodotti da sorvegliare e hanno chiesto alla Commissione di semplificare l’intero pacchetto.
Si arriva così alla bozza di atto delegato presentata dalla Commissione, aperta a consultazione pubblica fino al 1° giugno. Anche questo testo ritocca il perimetro dei prodotti coinvolti: entrano caffè solubile e alcuniderivati dell’olio di palma, escono pelle bovina (grezza e lavorata) ecuoio. La motivazione? Ancora una volta, è economica. Secondo le stime della Commissione, i costi amministrativi annuali per le aziende coinvolte scenderanno di circa il 75% rispetto alla versione originaria del regolamento. Ma Bruxelles ci tiene a precisare che l’Eudr, prima ancora di entrare in applicazione, sta già contribuendo a una maggiore trasparenza.
Perché la pelle bovina con la deforestazione c’entra eccome
Il report della Commissione europea mette in chiaro che gli allevamenti bovini sono la causa numero uno della deforestazione globale. Le sette materie prime oggetto del regolamento hanno contribuito, tra il 2015 e il 2020, alla distruzione di circa 4 milioni di ettari all’anno. Più della metà (2,3 milioni) è riconducibile al bestiame. E il bestiame si alleva per ricavare due cose: carne e pelle.
C’è chi sostiene che la pelle sia uno scarto della lavorazione della carne e, quindi, non influisca granché sull’esistenza degli allevamenti illegali e dunque sulla deforestazione. Rainforest Foundation Norway contesta quest’argomentazione. Ogni anno – riferisce – l’Unione europea importa pelli bovine per circa 1,3 miliardi di euro. La loro lavorazione genera un fatturato annuo di circa 125 miliardi. Le aziende del comparto, sostiene quindi la Ong, hanno i mezzi per accertarsi che la pelle che importano sia slegata dalla deforestazione. Da parte sua, il Brasile nel 2024 ha incassato oltre un miliardo di euro dall’export di pelle: considerato che i margini dei macelli sono bassi, la domanda internazionale contribuisce a mantenere redditizia la filiera.
Lo sanno bene gli indigeni Ayoreo del Paraguay, che hanno chiesto invano di incontrare l’Unione nazionale delle industrie conciarie (Unic). L’Italia assorbe metà delle esportazioni di pellame dal Paraguay, per un valore di 226 milioni di euro dal 2018 in poi. Pelle che secondo Earthsight arriva per l’82% da zone soggette a land grabbing e deforestazione, incluso il territorio degli Ayoreo Totobiegosode nella foresta del Gran Chaco. Pelle che finisce nei sedili delle automobili, nei rivestimenti di divani e poltrone, nelle borse di lusso. Per i clienti finali nemmeno l’etichetta made in Italy è una garanzia, perché per apporla basta che la materia prima sia trasformata in una conceria italiana. Gli unici a poter garantire la tracciabilità completa della filiera sono i produttori.
Le pressioni dell’industria conciaria sulle istituzioni europee
Produttori che, al contrario, si oppongono agli obblighi di trasparenza. La Commissione europea ci tiene a precisare di aver organizzato circa 700 incontri bilaterali nell’ultimo biennio, confrontandosi con aziende, associazioni di categoria, Ong, rappresentanti di Paesi esteri. Già nelle scorse settimane le fonti di Reuters parlavano apertamente di pressioni da parte dell’industria conciaria per escludere la pelle dal regolamento sulla deforestazione.
Secondo Earthsight proprio l’italiana Unic sarebbe stata in prima linea, incontrando negli scorsi mesi diversi europarlamentari e trovando una sponda soprattutto nell’estrema destra. Unic ha risposto di aver dialogato con più schieramenti e di aver sempre agito in trasparenza. Cotance, che rappresenta l’industria conciaria a livello europeo, si sarebbe interfacciata direttamente con le direzioni generali della Commissione europea, oltre che con vari europarlamentari. Stando alle ricostruzioni di Earthsight, anche le singole aziende si sarebbero fatte sentire a Bruxelles.
Per la società civile, senza la pelle il regolamento sulla deforestazione diventa incoerente
Le loro ragioni evidentemente hanno fatto più presa rispetto a quelle dei gruppi della società civile che, contemporaneamente, chiedevano a gran voce alla Commissione europea di mantenere la pelle nel regolamento sulla deforestazione. Denunciando le palesi incoerenze derivanti da una possibile esclusione: «la carne di un bovino allevato su terreni deforestati verrebbe vietata, mentre la pelle dello stesso animale potrebbe essere venduta liberamente nel mercato unico», si legge in una lettera aperta pubblicata a fine marzo.
Durissimo il commento di Beate Beller, campaigner di Global Witness, all’indomani della pubblicazione delle misure di semplificazione. «Cedere alle pressioni dell’industria escludendo la pelle dalle norme europee sulla deforestazione è semplicemente scandaloso», dichiara. «L’Eudr ha già gli strumenti necessari e ora dobbiamo finalmente usarli. L’Unione europea deve applicare questa legge sulla deforestazione, e farlo senza compromessi».
Al termine della consultazione pubblica, la Commissione potrà modificare la bozza di atto delegato prima dell’adozione formale. Il testo passerà poi al vaglio di Parlamento e Consiglio: se nessuna delle due istituzioni si opporrà, l’esclusione della pelle diventerà definitiva.




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