Cosa cambia (e cosa no) per i fornitori di rating Esg con il nuovo regolamento europeo

L'Europa mette ordine nel far west dei rating Esg, ma il nuovo regolamento non rende omogenee le valutazioni dei diversi fornitori

Ciascun fornitore di rating Esg adotta criteri differenti © Chaiwat Nookleang/iStockPhoto

Quello dei rating Esg è uno di quei mercati che sono esplosi prima ancora che esistessero regole comuni. Con la crescita della finanza sostenibile (soprattutto nell’Unione europea, dove nel 2024 un terzo degli asset era gestito secondo criteri ambientali, sociali e di governance), si sono moltiplicate le società specializzate nella valutazione delle performance di sostenibilità di imprese ed emittenti. Questi fornitori sintetizzano migliaia di dati in un indicatore, il rating Esg appunto, a cui gli investitori fanno riferimento per comporre i loro portafogli.

Le istituzioni europee, sebbene con i tempi lunghi imposti dalla macchina legislativa, hanno deciso di fare ordine. Ne è nato un regolamento che è entrato in vigore il 1° gennaio 2025 e si applica a partire dal 2 luglio 2026. Il testo mette nero su bianco una serie di requisiti che i fornitori di rating Esg devono rispettare se vogliono continuare a operare nei 27 Paesi dell’Unione. Ma chi si aspettava che introducesse uno standard europeo di valutazione rimarrà deluso.

Cosa prevede il regolamento europeo sui fornitori di rating Esg

Il regolamento introduce innanzitutto una barriera all’accesso. Prevede infatti che i fornitori di rating Esg debbano ottenere un’autorizzazione dall’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. Tra i primi a notificare l’avvio della procedura ci sono i big del settore, tra cui Msci, Sustainalytics, EcoVadis, Iss, Standard Ethics, Cerved Esg Ratings e S&P Global Energy Esg Ratings. È la stessa Esma a vigilare sul rispetto delle nuove norme, con la facoltà – in caso di gravi infrazioni – di sospendere o revocare l’autorizzazione. Per le società extra-europee è previsto un percorso dedicato. Potranno operare solo attraverso meccanismi di riconoscimento, equivalenza o avallo da parte di un fornitore autorizzato nell’Unione.

Il testo parla esplicitamente di «trasparenza» e «integrità» dei rating Esg. Per questo, impone ai provider di spiegare in modo chiaro come elaborano le loro valutazioni, quali dati studiano e quali modelli applicano. Se il risultato finale è un punteggio sintetico, devono distinguere le tre dimensioni (ambientale, sociale e di governance) e specificare il peso che attribuiscono a ciascuna di esse. Per scongiurare conflitti di interesse, il regolamento vieta ai fornitori di rating Esg di svolgere anche attività come consulenza, revisione legale e rating del credito. Prevede però alcune deroghe, purché la società adotti misure rigorose per garantire l’indipendenza di ogni valutazione.

Perché non esisterà un rating Esg unico a livello europeo

Il regolamento, insomma, entra nel merito di come si devono comportare i fornitori di rating Esg. Ma – lo dice a chiare lettere – «non dovrebbe interferire con le metodologie» né «con il contenuto dei rating Esg». In altre parole, le agenzie continueranno a scegliere in autonomia quali fonti esaminare, a quali aspetti dare più peso e ad altri meno. Morningstar Sustainalytics e Msci, per esempio, restano libere di non prendere in considerazione la presenza delle aziende esaminate nei Territori palestinesi occupati illegalmente da Israele, come rivela un’inchiesta di Follow the Money. In più, i provider possono esprimere il giudizio finale nella forma che preferiscono: una lettera, un punteggio numerico, una classe di rischio.

Di conseguenza, un’impresa potrà continuare a ricevere valutazioni diverse a seconda di chi le calcola. Se n’è discusso ampiamente nel 2022, quando Tesla è stata esclusa dall’indice azionario S&P 500 Esg Index (l’indice che seleziona le principali società quotate negli Stati Uniti sulla base di criteri di sostenibilità), pur continuando a ricevere valutazioni lusinghiere da altri provider. Ma, anche al di là di casi così eclatanti, questa è la normalità. Un celebre studio scientifico sul tema cita un’altra casa automobilistica, Nissan, che contemporaneamente riceveva punteggi bassissimi da Sustainalytics e Msci e molto alti da RobecoSam e Refinitiv.

Secondo il regolamento, questa pluralità di approcci è un valore perché «garantisce che le vaste esigenze degli utenti dei rating Esg possano essere soddisfatte e promuove la concorrenza nel mercato». Una scelta deliberata che, tuttavia, ha conseguenze molto concrete sugli investitori. Finché le metodologie continueranno a essere eterogenee, infatti, anche due fondi che si presentano come sostenibili potranno arrivare a conclusioni opposte sulla stessa impresa, decidendo di includerla o escluderla dal proprio portafoglio.  

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