Nel 2025 la finanza europea ha puntato tutto sui fondi bellici
È boom in Europa per i fondi che investono in società della difesa. Anche gli Stati sono a caccia di risorse per finanziare il riarmo
Potevano stupirci con giustificazioni speciali, cercando di dipingerli col pennello della sostenibilità o dei fattori Esg (ambientali, sociali e di governance), che ormai stanno bene su tutto. E invece no, anche perché non ce n’è più bisogno. In tempi di bellicismo imperante, di politiche industriali che millantano di non poter fare a meno di infornate di cacciabombardieri e carri armati per sostenere Pil e occupazione, investire in armi viene infatti spacciato per cosa buona e giusta, patriottica e persino trendy. Ma soprattutto molto, molto redditizia. Nel 2025 i fondi bellici hanno raggiunto il picco della loro popolarità. Chi vi entra lo fa per un motivo: fare i soldi coi soldi. È lecito chiedersi cosa succederà ora che, con l’intensificarsi verso la fine dell’anno dei negoziati per chiudere il conflitto in Ucraina, i titoli della Difesa iniziano a scricchiolare.
Fondi bellici in controtendenza rispetto al mercato
Per capire il giro del fumo degli investimenti in armi in Europa negli ultimi anni, più o meno a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, come sempre basta dare un’occhiata ai numeri, impietosi. In questo caso si riferiscono ai fondi tematici specializzati sulle società del comparto “difesa”.
In generale per i fondi d’investimento tematici europei, quelli cioè che dirigono gli investimenti verso determinati settori, non è un gran periodo. Anzi, segnano il passo da un po’. Hanno infatti registrato il decimo trimestre consecutivo di deflussi (due anni e mezzo tondi tondi).
C’è però chi è andato in controtendenza rispetto al mercato. Indovinate chi? Ovviamente loro, i fondi tematici specializzati in società della difesa, che è il nuovo termine politicamente corretto di indicare la filiera di imprese il cui prodotto finale sono bombe di ogni genere e potenza, carri armati, aerei da combattimento e così via.
I fondi bellici attraggono più capitali di quelli specializzati in intelligenza artificiale
I fondi tematici sulla difesa hanno stappato lo spumante. Stando ai dati di Morningstar, hanno visto quest’anno un afflusso di quasi 11 miliardi di euro. Soldi che hanno ovviamente contribuito a un’impennata delle performance dei titoli di queste società. Per fare un confronto, i fondi tematici sull’intelligenza artificiale – un tema d’investimento a dir poco caldo per il quale si teme addirittura stia montando una bolla speculativa – hanno raccolto quest’anno tre miliardi di euro.
Anche a livello mondiale la differenza è stata netta, perché i fondi bellici hanno attirato più capitali di quelli specializzati sia in IA, sia sui Big Data. Comunque è l’Europa a destare impressione, perché da soli i flussi nel Vecchio Continente hanno rappresentato quasi la metà dei 23 miliardi di dollari che hanno interessato i fondi bellici nel mondo. Il più grande, VanEck Defense Etf, è passato da una raccolta di 1,2 miliardi di euro l’anno scorso a 3,4 miliardi di euro quest’anno. Fra le società in cui investe ci sono ad esempio Palantir Technologies, Thales e Leonardo.
Gli Etf sulle armi in generale, che rappresentano poco meno della metà dei 35 fondi specializzati nel settore, hanno attirato la larghissima parte degli afflussi (86%). Tra l’altro sono proliferati in pochissimo tempo: 26 sono stati creati nel 2025, di cui 15 solo da quest’estate. In Francia per i fondi bellici è stata addirittura messa a punto una procedura di approvazione accelerata.
In Polonia si (tar)tassano le banche per pagare le spese militari
Insomma, la corsa al riarmo ha innescato una sorta di follia collettiva. Lo testimonia il fatto che gli Stati sono i primi a fare carte false per racimolare risorse da iniettare nel comparto bellico. Emblematico il caso della Polonia che si può riassumere così: tassare le banche per acquistare carri armati.
Il governo guidato da Donald Tusk, ex-presidente del Consiglio europeo, ha infatti deciso alzare dal 19 al 30% l’aliquota dell’imposta societaria sulle banche. Nei prossimi anni tornerà a scendere, ma intanto il governo polacco conta di rimpinguare le casse con 1,5 miliardi di euro nel 2026. Il motivo è che bisogna investire nelle forze armate per rendere il Paese più sicuro. «Questa è la nostra brutale realtà», ha tagliato corto Tusk.
Ovviamente il settore bancario si è lamentato, rimarcando che è facile “sparare” sulle banche perché nessuno empatizza coi loro problemi. Ma è anche vero che nei primi nove mesi di quest’anno gli istituti di credito polacchi hanno messo a segno più di 7 miliardi di euro di utili grazie al periodo di elevati tassi d’interesse.
Nel Regno Unito mega-profitti bancari al sicuro. A pagare è “Pantalone”
Anche Oltremanica le banche avevano registrato un forte aumento dei profitti e per questo sono state per mesi sotto la minaccia di un aumento delle tasse. Il governo ipotizzava di portare dal 3% all’8% la sovrattassa applicata sulle banche in aggiunta all’imposta sulle società. Secondo le stime della confederazione sindacale TUC, criticate però da altri soggetti, l’incremento di gettito sarebbe stato di 8 miliardi di sterline.
Alla fine la minaccia è rientrata, anche per l’opposizione del ministro delle Finanze, Rachel Reeves, dichiaratamente pro-business. Ciò ha permesso ai titoli dei principali istituti di credito britannici di recuperare in Borsa e agli investitori di tirare un sospiro di sollievo. A chi toccherà, allora, pagare le spese militari del governo di Sua Maestà? A “Pantalone”, ovvio.




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