Quanto spazio c’è per il clima nella ricerca scientifica in Italia
Uno studio del Cnr fotografa la ricerca sul clima in Italia: l'interesse cresce, ma con forti divari territoriali e pochi finanziamenti
In Italia la ricerca scientifica nelle discipline sociali (economia, sociologia, ambito politologico) affronta poco il tema del clima. È tra le conclusioni di uno studio dell’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ircres). Il lavoro, curato dal ricercatore Antonio Zinilli e pubblicato sulla rivista Scientific reports, scatta una fotografia delle tesi di dottorato italiane prodotte tra il 2008 e il 2021 che, per legge, devono essere tutte depositate alle biblioteche nazionali di Firenze e Roma. Appare semplice? Non lo è per niente.
In Italia il 13% delle tesi di dottorato parla di clima
I dati esistono dal 1995, ma “pulirli” e, in qualche caso, colmare le lacune si è rivelato difficile. Per ricostruire in modo sistematico lo stato della ricerca sul clima in Italia, il gruppo di lavoro ha quindi fatto ricorso a strumenti di machine learning. «Abbiamo impiegato diversi modelli linguistici per estrarre titolo e abstract, addestrandoli a riconoscere gli argomenti legati ai cambiamenti climatici sulla base di milioni di pubblicazioni scientifiche in italiano e inglese», spiega Zinilli a Valori. «Ne abbiamo, quindi, valutato le performance sulla base di vari indicatori di accuratezza. Infine, abbiamo impiegato quelli che avevano le prestazioni migliori in ciascuna lingua: Random forest per l’inglese e Logistic regression per l’italiano».
Sono 74mila le tesi di dottorato analizzate – ne vengono prodotte tra le 7 e le 9mila all’anno nella Penisola, cui vanno sottratte quelle che non è stato possibile studiare. Quelle che affrontano i cambiamenti climatici sono il 13%. L’interesse, emerge dall’analisi, cresce. I lavori legati alla crisi climatica sono aumentati dal 2008, anche se in maniera non uniforme: alcune parole chiave e temi, come quelli energetici, erano già presenti allora e restano stabili. Altri, come emissioni, ghg (greenhouse gasses, cioè gas serra) e anidride carbonica, mostrano invece un andamento crescente. Non è tutto. «I cambiamenti climatici – spiega Zinilli – col tempo sono emersi come campo di ricerca autonomo, staccandosi progressivamente dagli altri».
Come cambiano gli argomenti dei progetti di ricerca a seconda dell’area geografica
Alle macroregioni in cui l’Istat divide il Paese corrispondono diverse preferenze in termini di argomenti. A Nord le acque, la biodiversità e l’agricoltura. Al Centro e a Sud energia, infrastrutture sostenibili e processi industriali. Nelle Isole, invece, prevalgono i temi della governance, delle politiche climatiche e della gestione delle risorse. Come si spiega?
«Le faccio un esempio», riprende il ricercatore. «Il bacino del Po ha subito diverse ondate di siccità: nel 2003, nel 2017, nel 2022. In quell’area sono state molte le tesi di dottorato scritte sul tema. La ragione è che il problema è serio, sentito, e le università hanno sentito l’esigenza di cominciare a studiarlo. Del resto, non deve stupire: il 40% del Pil italiano si produce nel bacino del Po. Nei lavori dei giovani dottorandi si affrontano anche gli scenari futuri, come la possibile conflittualità che dobbiamo aspettarci: in pratica, a chi dare prima l’acqua quando diventa una risorsa scarsa? All’agricoltura? All’industria?».
Lo stesso vale, per esempio, per la Sardegna, che vede, in alcune zone, la presenza di flussi imponenti di turisti in estate, con pesanti ricadute sul bilancio idrico. Anche in questo caso, il legame con il territorio conta. Vale particolarmente per le tesi in italiano.
A proposito: anche la lingua fornisce qualche indicazione. Le tesi di dottorato in inglese provengono soprattutto dal ramo delle scienze della vita, dalle scienze fisiche e dalle ingegnerie, dove la produzione in lingua britannica è più numerosa e il tema del clima è affrontato con maggiore frequenza. Al contrario, le tesi redatte in italiano appartengono più spesso all’ambito delle scienze sociali, economiche e umanistiche.
La ricerca sul clima in Italia ha bisogno di borse di studio e strutture dedicate
I risultati dello studio del Cnr offrono indicazioni interessanti per rafforzare i percorsi formativi, sostenere i giovani ricercatori e per capire in che modo il sistema della ricerca affronta le sfide climatiche del Paese. «Sul piano delle politiche, questo studio deve essere un segnale: servono più soldi», sottolinea Zinilli. «Negli ultimi anni, a parte il Pnrr che sta finendo, c’è stato un calo delle borse di dottorato, che hanno anche il pregio di mettere in comunicazione gli studenti italiani e quelli stranieri».
Non solo. «Mancano strutture dedicate in toto ai cambiamenti climatici, dotate di laboratori che funzionano, moderni: consentirebbe di attirare anche studenti stranieri, che vanno dove questi sono presenti», sostiene Zinilli. «Inoltre, il ministero deve facilitare l’integrazione con l’industria, perché la ricerca di base deve trasformarsi in innovazione. In questo senso il nostro studio è un segnale alle aziende della presenza di tanti giovani che hanno voglia di fare, dal momento che buona parte delle tesi cerca soluzioni e non si limita a descrivere la realtà. Infine, i policy maker dovrebbero cominciare ad ascoltare di più i ricercatori».
In Italia la libertà di ricerca è salva, ma per il clima servono più finanziamenti
Quanto alla libertà della ricerca in Italia, siamo distanti anni luce da quanto accade negli Stati Uniti, dove la scienza del clima è presa di mira dall’amministrazione Trump. «In Italia questa situazione non c’è, ma il problema esiste in Europa: pensiamo alla Polonia che modella le proprie politiche su quelle di Washington», sottolinea Zinilli.
Quanto a noi, «il punto è che la spinta sul clima che avrebbe dovuto esserci da parte dei governi che si sono succeduti negli anni non c’è mai stata: si continua a mettere soldi nella difesa, e a perdere tempo con le guerre, ma le priorità dovrebbero essere altre. Il Cnr e gli atenei hanno voglia di fare. Ma i finanziamenti devono aumentare. Perché chi, se non le università, può risolvere i problemi del riscaldamento globale?».




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