Quali minacce per Bitcoin?

Tempeste solari, computer quantistici, concentrazione di potere, regole statali e costi ambientali: ecco le minacce che possono mettere in crisi Bitcoin

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

L’idea che sta alla base del Bitcoin (parliamo della tecnologia sottostante prima ancora della moneta virtuale) è semplice: se nessuno ha il controllo assoluto, nessuno può spegnere il sistema, censurare le transazioni o manipolare arbitrariamente il valore della moneta. A differenza di una banca tradizionale, dove un attacco informatico o un fallimento possono bloccare tutti i conti, Bitcoin dovrebbe resistere proprio perché non ha un “punto centrale” da colpire.

Eppure, questa architettura così innovativa non è invulnerabile. Dietro l’immagine di una fortezza inespugnabile si nascondono criticità tecniche, concentrazioni di potere inattese e dipendenze da infrastrutture fisiche che molti sottovalutano. Alcune minacce arrivano dal cielo, come le tempeste solari capaci di paralizzare le reti elettriche, altre emergono dai laboratori di ricerca, dove i computer quantistici promettono di scardinare la crittografia che protegge i portafogli digitali, altre ancora sono già presenti nel sistema, ad esempio una manciata di grandi investitori possiede quote significative di tutti i bitcoin in circolazione, i governi possono inasprire o allentare le regolamentazioni, e il costo ambientale del mining attira critiche sempre più pressanti.

Esploriamo dunque una per una queste criticità, osservando come funzionano, quali danni potrebbero provocare e quali contromisure esistono o sono in fase di sviluppo. Questo perché è fondamentale avere una visione, la più completa possibile, dei rischi che accompagnano questa tecnologia.

Tempeste solari: il blackout del sistema nervoso

Il Sole è una stella imprevedibile. Periodicamente espelle enormi quantità di plasma magnetizzato nello spazio, fenomeni chiamati “espulsioni di massa coronale”. Quando queste nubi di particelle cariche colpiscono la Terra, possono indurre correnti elettriche potentissime nelle infrastrutture terrestri, come linee elettriche, trasformatori, cavi sottomarini. Nel 1859, un evento simile, noto come tempesta di Carrington, mise fuori uso i telegrafi di mezzo mondo. Oggi, con la nostra dipendenza da internet, satelliti e reti elettriche, un’espulsione solare di quella portata causerebbe danni per migliaia di miliardi di dollari.

Come riportato da Les Échos nell’articolo “Bitcoin: une menace à 50 milliards de dollars à 149.597.870 kilomètres de la terre“, questa minaccia riguarda direttamente anche il Bitcoin. La blockchain funziona solo se i computer che la sostengono possono comunicare tra loro e ricevere energia. Un blackout elettrico globale o regionale, accompagnato dalla distruzione di satelliti e infrastrutture di comunicazione, potrebbe interrompere il funzionamento della rete per giorni o settimane. Le transazioni non verrebbero più confermate, i portafogli digitali risulterebbero inaccessibili e il valore di mercato crollerebbe per il panico.

Tuttavia, la natura distribuita di Bitcoin offre una forma di resilienza. Anche se il 90% dei nodi venisse messo fuori uso, basterebbe che una manciata di computer sopravvivesse in regioni non colpite per mantenere intatta la cronologia delle transazioni. Una volta ripristinate le infrastrutture, la rete potrebbe riprendere a funzionare. 

Il vero problema sarebbe la però la fiducia. Un evento del genere dimostrerebbe quanto Bitcoin dipenda da tecnologie centralizzate come internet e l’energia elettrica, minando l’idea di un sistema completamente autonomo.

Computer quantistico: la chiave che apre tutte le serrature

Ogni portafoglio Bitcoin è protetto da una coppia di chiavi crittografiche

  • una pubblica, che funziona come l’indirizzo del conto corrente;
  • una privata, che è sostanzialmente la password segreta per autorizzare le transazioni. 

Questa sistema crittografico si basa su algoritmi che i computer tradizionali impiegherebbero millenni a risolvere. Ma i computer quantistici, macchine che sfruttano le leggi della meccanica quantistica, potrebbero scardinare questa protezione in poche ore.

L’algoritmo di Shor, sviluppato negli anni Novanta, dimostra teoricamente che un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe “indovinare” le chiavi private partendo dalle chiavi pubbliche. Questo significa che chiunque controlli un simile dispositivo potrebbe rubare i bitcoin di qualsiasi portafoglio, semplicemente osservando le transazioni pubblicate sulla blockchain. Per minacciare concretamente Bitcoin servirebbero computer con milioni di qubit, una soglia che secondo gli esperti potrebbe essere raggiunta entro il 2030-2035.

La comunità Bitcoin è consapevole del problema e sta lavorando a contromisure. La crittografia post-quantistica utilizza algoritmi che resistono agli attacchi quantistici. Nel 2024, il National Institute of Standards and Technology degli Stati Uniti ha certificato i primi standard crittografici post-quantistici, che potrebbero essere integrati in un futuro aggiornamento del protocollo Bitcoin. Tuttavia, questa transizione richiede consenso da parte della rete e tempi tecnici non banali. Se il passaggio non avvenisse prima dell’arrivo dei computer quantistici, nuovamente la fiducia in Bitcoin crollerebbe, provocando un esodo di massa dagli investimenti. 

Concentrazione della ricchezza: è vera decentralizzazione?

Bitcoin nasce con un ideale democratico, quello di una moneta senza padroni, accessibile a tutti, libera dal controllo delle élite finanziarie. La realtà, però, si è evoluta diversamente. Come documentato nel nostro articolo “Chi possiede (davvero) i bitcoin?“, una percentuale significativa di tutti i bitcoin in circolazione è concentrata nelle mani di pochi grandi investitori, soprannominati “balene”. Analisi della blockchain del 2024 mostrano che circa il 2% degli indirizzi controlla oltre il 92% dei bitcoin in circolazione.

Questa concentrazione crea un paradosso. Formalmente, Bitcoin rimane decentralizzato, dunque nessuno può modificare le regole del protocollo senza il consenso della maggioranza dei nodi. Ma dal punto di vista economico, pochi individui o entità hanno un potere enorme. Una balena che decide di vendere improvvisamente migliaia di bitcoin può far crollare il prezzo, seminando panico tra i piccoli investitori. Al contrario, acquisti massicci da parte di fondi istituzionali o società quotate in Borsa possono gonfiare artificialmente il valore, creando bolle speculative.

C’è però una distinzione cruciale da fare: possedere bitcoin non equivale a controllare la rete. Il vero potere operativo è nelle mani dei miner, coloro che forniscono la potenza di calcolo per validare le transazioni. Anche questa categoria, tuttavia, mostra segni di concentrazione, con pochi grandi pool di mining, spesso localizzati in Paesi con energia a basso costo, dominano il mercato. Il rischio è che Bitcoin, pur tecnicamente decentralizzato, diventi nei fatti uno strumento per speculatori ricchi, tradendo la visione originale di Satoshi Nakamoto.

Rischio regolamentare: gli interventi degli Stati

Bitcoin sfugge per sua natura al controllo statale, ma i governi hanno comunque degli strumenti per limitarne l’uso. Possono vietare alle banche di offrire servizi legati alle criptovalute, rendere illegale il cambio di bitcoin in euro o dollari, o persino criminalizzare il possesso stesso. Questo è già successo ad esempio in Cina, con il bando del mining di Bitcoin nel 2021 e le restrizioni severissime al trading. Altri Paesi, come l’India, oscillano invece tra proposte di ban totali e aperture regolamentate. Altri ancora, come El Salvador, sposano il Bitcoin facendolo entrare addirittura nelle riserve di valore nazionali.

L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa: non vietare, ma controllare. In Europa abbiamo il regolamento europeo MiCA (Markets in Crypto-Assets), che impone obblighi di trasparenza, antiriciclaggio e tassazione agli exchange di criptovalute. Negli Stati Uniti, la Securities and Exchange Commission ha intensificato le azioni legali contro piattaforme ritenute non conformi, sebbene la seconda amministrazione Trump abbia introdotto non poche aperture sul fronte delle criptovalute. In breve le norme nazionali o sovranazionali sulle crypto mirano a proteggere i consumatori, ma aumentano i costi per chi vuole operare legalmente con Bitcoin.

L’impatto regolamentare è duplice:

  • norme chiare possono legittimare Bitcoin agli occhi degli investitori istituzionali, favorendone l’adozione;
  • restrizioni eccessive potrebbero soffocare il mercato, poiché se diventa troppo complicato o costoso comprare, vendere o custodire bitcoin in modo legale, molti utenti si allontanerebbero. 

Il rischio peggiore è una frammentazione globale, con alcuni Paesi che abbracciano Bitcoin e altri che lo mettono al bando.

Attacco del 51%: il “colpo di Stato” informatico

Bitcoin si basa su un principio chiamato Proof of Work: i miner competono per risolvere complessi enigmi matematici, e chi ci riesce per primo guadagna il diritto di aggiungere un nuovo blocco di transazioni alla blockchain, ricevendo una ricompensa in bitcoin. Il sistema funziona perché la maggioranza della potenza di calcolo della rete è presumibilmente onesta. Ma cosa succederebbe se qualcuno controllasse più del 50% della capacità di mining globale?

Questo scenario si chiama “attacco del 51%” ed è una delle minacce teoriche più gravi per Bitcoin. Un attore con questa quota di potenza potrebbe riscrivere la storia recente della blockchain, annullando transazioni già confermate o spendendo due volte gli stessi bitcoin (il cosiddetto “double spending”). Non potrebbe però rubare bitcoin da portafogli altrui o creare monete dal nulla, le regole crittografiche del protocollo restano valide. Tuttavia, anche solo dimostrare la capacità di manipolare la blockchain farebbe crollare la fiducia nel sistema.

Nondimeno un attacco del 51% è estremamente costoso. Acquisire e mantenere l’hardware necessario per controllare oltre metà della rete richiederebbe investimenti miliardari, e l’operazione sarebbe facilmente rilevabile. Inoltre, il valore dei bitcoin crollerebbe immediatamente, rendendo l’attacco economicamente autolesionista. Ma questo rischio non è del tutto teorico, dal momento che alcuni pool di mining hanno occasionalmente superato il 40% della potenza totale, avvicinandosi alla soglia critica. La comunità Bitcoin monitora costantemente questi squilibri, ma la concentrazione del mining resta un tallone d’Achille del sistema.

Costi ambientali: il drenaggio delle risorse naturali

Il mining di Bitcoin consuma più elettricità di interi Paesi. Secondo il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, la rete Bitcoin da sola consuma circa 228,41 terawattora all’anno. Per avere un’ordine di grandezza, l’Italia all’anno consuma circa 310/320 terawattora. Questo enorme consumo è dovuto al fatto che il Proof of Work richiede calcoli complessi eseguiti ininterrottamente da migliaia di computer specializzati. La maggior parte dell’energia proviene ancora da fonti fossili, soprattutto carbone e gas, rendendo Bitcoin un bersaglio delle critiche ambientaliste.

Ma il problema non si ferma all’elettricità. Come evidenziato nel nostro articolo “Criptovalute e (de)localizzazione dei data center: abbiamo un problema di risorse?“, i data center che ospitano i miner consumano enormi quantità d’acqua per il raffreddamento. In regioni già colpite da scarsità idrica, questa richiesta aggrava la competizione per una risorsa vitale. Negli anni, diverse comunità negli Stati Uniti hanno protestato contro l’insediamento di mining farm accusate di prosciugare falde acquifere locali.

Le conseguenze reputazionali sono pesanti. Grandi aziende come Tesla in passato hanno sospeso i pagamenti in bitcoin citando preoccupazioni ambientali. Governi come quello cinese, come abbiamo visto, hanno motivato il ban al mining anche con ragioni ecologiche. 

Per affrontare questa criticità sono in fase di sperimentazione alcune soluzioni, dall’utilizzo di energie rinnovabili a sistemi di raffreddamento a liquido più efficienti, e persino proposte di passare a meccanismi di consenso meno energivori come il Proof of Stake [vedi il Glossario]. Tuttavia, cambiare il cuore tecnologico di Bitcoin richiederebbe un consenso unanime difficilissimo da raggiungere.

Quale futuro per il Bitcoin?

Bitcoin è un esperimento tecnologico che sta contribuendo a ridefinire il concetto di moneta e proprietà digitale. La sua architettura decentralizzata promette libertà dal controllo statale e resilienza agli attacchi tradizionali. 

Tuttavia, come abbiamo visto, questo “castello digitale senza re” poggia su fondamenta più fragili di quanto sembri. Le tempeste solari potrebbero paralizzare le infrastrutture da cui dipende, i computer quantistici minacciano di infrangere la crittografia che protegge i portafogli, la concentrazione della ricchezza tradisce l’ideale democratico originale, le regolamentazioni statali possono soffocare il mercato, un attacco del 51%, pur costoso, resta teoricamente possibile e i costi ambientali stanno alienando investitori e governi.

Esistono due visioni opposte sul futuro di Bitcoin. La prima, ottimista, vede queste minacce come sfide temporanee. La comunità globale degli sviluppatori sta lavorando alla crittografia post-quantistica, i miner stanno migrando verso energie rinnovabili, e le regolamentazioni chiare potrebbero legittimare Bitcoin rendendolo più stabile. In questo scenario, Bitcoin evolve, si adatta e diventa una componente rispettata del sistema finanziario mondiale.

La seconda visione, pessimista, ritiene che queste vulnerabilità siano intrinseche e insormontabili. La dipendenza da infrastrutture centralizzate come internet e le reti elettriche mina la promessa di autonomia. La concentrazione di potere economico e computazionale ricrea le gerarchie che Bitcoin voleva abolire. I costi ambientali e i divieti statali potrebbero rendere il sistema insostenibile. In questo scenario, Bitcoin diventa un esperimento fallito, sostituito da tecnologie più efficienti o semplicemente abbandonato quando le bolle speculative scoppieranno.

Quale strada prenderà Bitcoin? Nessuno può dirlo con certezza. Ciò che è certo è che investire in questa tecnologia richiede consapevolezza. Non si tratta solo di comprare un asset finanziario, ma di scommettere su un’infrastruttura complessa, vulnerabile a minacce che vanno dal cosmo alla geopolitica. La prudenza impone di non sposare ciecamente una tecnologia senza comprenderne i rischi. Bitcoin può essere parte di un portafoglio diversificato, ma mai l’unica scommessa. Il futuro è incerto, e solo chi investe con cognizione di causa può provare ad affrontare le turbolenze che verranno.


Glossario Eticoin criptovalute

Proof of Stake

Il Proof of Stake (PoS) è un meccanismo usato da molte criptovalute per validare le transazioni e mantenere sicura la rete. È un’alternativa al più noto Proof of Work, utilizzato ad esempio da Bitcoin.

Nel PoS non servono computer potentissimi che consumano grandi quantità di energia. Al contrario, chi vuole partecipare alla gestione della rete “mette in gioco” una parte delle proprie monete, bloccandole come garanzia. Questo processo si chiama appunto “staking”.

I partecipanti, detti “validatori”, vengono scelti in modo automatico per confermare le nuove transazioni e creare nuovi blocchi. Più monete una persona ha messo in staking, maggiori sono le probabilità di essere selezionata. In cambio del loro lavoro, i validatori ricevono una ricompensa.

Il sistema funziona perché incentiva il comportamento corretto, infatti se un validatore tenta di barare o di danneggiare la rete, può perdere parte delle monete che ha messo in staking. In questo modo, chi partecipa ha un interesse diretto a mantenere il sistema onesto e sicuro.

Il Proof of Stake è apprezzato soprattutto per la sua efficienza energetica e per la maggiore accessibilità, non servono grandi investimenti in hardware, basta possedere e bloccare le monete, tuttavia avvantaggia i grandi possessori di valuta virtuale escludendo di fatto i nuovi entrati.


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