Diritti umani

Ruanda, il genocidio dei tutsi compie 25 anni. Ecco chi lo finanziò

Banche europee, dignitari locali, bonifici internazionali. Il quotidiano Le Monde rivela come gli estremisti hutu finanziarono il genocidio del 1994 che sterminò 800mila persone

Di Andrea Barolini
Un'inchiesta del quotidiano francese Le Monde racconta in che modo gli estremisti hutu riuscirono ad ottenere il denaro necessario per pianificare ed eseguire lo sterminio dei tutsi in Ruanda © Adam Jones /Wikimedia Commons

Ruanda, aprile 1994. La Radio Televisione Libera delle Mille colline gracchia in francese nei quartieri della capitale Kigali. Gestita da gruppi estremisti di etnia hutu, da mesi non arresta la sua propaganda. Obiettivo: istigare odio contro l’altra grande popolazione della nazione africana, i tutsi. Il 6 aprile, un mercoledì, è proprio dai microfoni della “Radio des Mille Collines” che arriva l’ordine. «Scendete in strada per la “guerra finale”»

L’appello al genocidio della radio degli estremisti hutuIl genocidio in Ruanda è costato la vita a 800mila persone

È l’inizio di uno dei peggiori genocidi della storia. Un massacro deliberato, pianificato e spietato. Tra i mesi di aprile e di luglio del 1994 circa 11mila persone verranno uccise, ogni giorno, in Ruanda. Un dramma costato la vita a 800mila persone, secondo l’Onu. Un milione, stando ai dati di un censimento locale.

Venticinque anni dopo, il giornalista David Servenay, del quotidiano francese Le Monde, ha cercato di far luce su un aspetto fondamentale della strage. Ovvero sui mezzi di finanziamento utilizzati dai gruppi estremisti che hanno organizzato il genocidio.

Ne è scaturita un’inchiesta divisa in tre filoni. In primo luogo, quello legato alla «creazione di sistemi di contabilità parallela» in alcune aziende della nazione africana. Quindi i sospetti di «complicità di banche francesi, come nel caso della BNP Paribas». In terzo luogo, «la cecità di istituti internazionali come il Fondo monetario (FMI) e la Banca mondiale».

Le Monde: come è stato finanziato il genocidioFélicien Kabuga, il finanziere degli estremisti hutu

Il racconto parte da una delle figure-chiave della vicenda. Quella dell’uomo d’affari Félicien Kabuga. Il finanziere del regime del presidente Juvénal Habyarimana, assassinato a Kigali il 6 aprile del 1994. Si tratta di uno degli uomini più ricercati dalla polizia di tutto il mondo. L’ultimo a non essere stato arrestato dall’Interpol dopo le decisioni del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR).

«La sua storia – racconta Le Monde – consente di comprendere come un gruppo di una cinquantina di estremisti, ben introdotti ai livelli più alti dello Stato, sia stato in grado di preparare, finanziare ed organizzare il genocidio. Molto tempo prima di passare all’atto».

Proprietario terriero e imparentato con Habyarimana tramite le figlie, Kabuga vede il proprio potere cresce costantemente nei primi anni Novanta. All’epoca, l’uomo d’affari appartiene ad un gruppo informale chiamato “Akazu”, “la casetta”, in lingua kinyarwanda. Si tratta di una sorta di consesso dei falchi del regime, diretto dalla moglie di Habyarimana, Agathe Kanziga. Ne fanno parte anche altri imprenditori, banchieri, alti funzionari.

Circuiti di finanziamenti clandestini, imprese pubbliche, assegni scoperti

«Dal 1991, l’Akazu crea numerosi circuiti clandestini per finanziare il costoso conflitto avviato nel 1990 contro i ribelli del Fronte patriottico ruandese. Le casse dello Stato sono infatti vuote a causa del piano di ristrutturazione delle finanze pubbliche imposto dal Fondo monetario internazionale». Il governo, allora, inventa un sistema in grado di far passare spese militari come civili.

«Quando il ministero della Salute ordinava ambulanze, queste venivano utilizzate dalla Difesa. Quando dai Trasporti arrivava l’ordine di comprare camion, questi finivano all’esercito». Così, nel 1992, le spese militari assorbivano il 51% delle entrate statali, secondo i calcoli dell’ex senatore belga Pierre Galand. Obiettivo: formare ed equipaggiare i miliziani hutu dell’Interahamwe. «Un circuito parallelo consentiva così di distrarre fondi e tasse».

Il j’accuse del senatore belga Pierre GalandA ciò si aggiunsero poi le imprese pubbliche (energia, trasporti, banche). Che fecero la loro parte. Ad esempio, alla Società ruandese dei fiammiferi, la Sorwal, venne imposta una doppia contabilità. «Una parte della produzione era venduta a grossisti, che pagano con assegni scoperti. Questi poi rivendevano a piccoli commercianti, che pagano invece in contanti. Il denaro viene così utilizzato per comprare benzina, birre e stivali per i miliziani».

Nel 1993 comprate 25 tonnellate di macheti cinesi

Ma non bastava: servono le armi. «Kabuga si trasforma così in importatore e nel novembre del 1993 compra 25 tonnellate di macheti cinesi. Poi altri 50mila a marzo del 1994». Non è ancora sufficiente, però: gli estremisti hutu vogliono anche delle armi da guerra.

Entra allora in gioco un’altra figura. Quella di Théoneste Bagosora, considerato il “cervello” del genocidio, «l’Heinrich Himmler del Ruanda». Condannato dal TPIR, non ha mai collaborato con la giustizia. Anche i magistrati di Parigi si sono interessati a lui. Perché una parte dei fondi utilizzati, sarebbe passato da una banca francese: BNP Paribas.

L’istituto di credito è infatti «sospettato di aver sbloccato il denaro necessario per finanziare l’operazione. Altrimenti detto: di essere indirettamente complice del genocidio».

I sospetti sul ruolo delle banca francese BNP Paribas

I fatti risalgono all’inizio di maggio del 1994. Da tre settimane, le milizie hutu hanno avviato lo sterminio dei tutsi. Il colonnello Bagosora, all’inizio degli eventi, il 6 aprile, non è in Ruanda. Proprio mentre il Falcon del presidente Habyarimana viene abbattuto da due missili terra-aria mentre sta per atterrare a Kigali. Un’assenza strategica: il militare prende a quel punto in mano le redini dello Stato. Fa uccidere i moderati, come la premier Agathe Uwilingiyimana. Poi riunisce i generali più radicali e lancia l’offensiva.

«Alcuni suoi emissari partono alla ricerca di armi in cinque Paesi: Francia, Russia, Sudafrica, Egitto e Israele. La Francia fornisce già di tutto all’esercito: radar, missili, mortai, mitragliatrici, fucili a puntamento laser. Ma anche elicotteri d’assalto del tipo “Gazelle”, armati di razzi». Secondo Le Monde, infatti «Parigi ha a lungo coltivato in segreto questo business».

«Facciamo arrivare armi in Ruanda. Ma se lo dirà alla stampa smentiremo»

Il giornale cita una nota dello Stato maggiore dell’esercito transalpino, datata febbraio 1993. Nella quale si sostiene che «occorre far sì che l’esercito ruandese sia equipaggiato… e che i materiali arrivino nella più totale discrezione». Le cose si complicano quando l’Onu decreta un embargo sulla vendita di armi. «Per il governo francese l’affare diventa delicato. Il 19 maggio, una collaboratrice ministeriale confida allo storico Gérard Prunier: “Consegnamo munizioni in Ruanda passando per lo Zaire. Ma chiaramente se lei lo dirà alla stampa noi smentiremo”».

Con i canali ufficiali chiusi, occorreva trovare delle alternative. È qui che torna in scena Kabuga. Che crea un Fondo di difesa nazionale e mette a disposizione la propria rete clandestina. Passando per la Banca commerciale del Ruanda (BCR) riesce a far arrivare denaro su un conto aperto a suo nome presso BNP Paribas a Parigi.

ruanda genocidio
Una chiesa nella quale si erano rifugiate migliaia di persone di etnia tutsi, tutte massacrate dagli estremisti hutu © Scott Chacon / Wikimedia Commons

Non solo. Un emissario della BCR, Ezakar Bigilinka, parte per tentare di sbloccare le somme depositate su conti dello Stato ruandese presso la Dresdner Bank di Francoforte, in Germania, la Bruxelles Labert (BBL) in Belgio e la stessa BNP. L’uomo, interrogato dal TPIR, ha affermato ai giudici che i fondi erano stati tutti congelati. Quasi tutti: «L’unico istituto che accettò di trasferire il denaro fu la BNP», cita Le Monde.

Il cargo greco, le Seychelles e l’ex eminenza grigia del Sudafrica dell’apartheid

«Ad oggi – prosegue il quotidiano – gli inquirenti non hanno ancora ricostruito l’insieme del puzzle. Dopo aver consultato il dossier giudiziario, tuttavia, possiamo raccontare come furono fatte poi arrivare le armi». Aggirando l’embargo. «All’hotel Intercontinental di Kinshasa (oggi Repubblica democratica del Congo), il colonnello Bagosora monta un’operazione “coperta” dai francesi. Il canale passa dal Sudafrica e da un intermediario di alto rango: Petrus Willem Ehlers. Ufficiale formato in Francia negli anni Settanta ed ex segretario particolare di Pieter Willem Botha, presidente sudafricano durante l’apartheid».

«Ehlers prende contatti con le autorità delle Seychelles, dove è ormeggiato un cargo greco pieno d’armi, intercettato mentre puntava verso la Somalia in guerra». Parte del carico passa su un aereo. Di qui, il 17 giugno, arriva nello Zaire. Seconda consegna il 19 giugno, a Goma, in Congo. 65 tonnellate di fucili, mitragliatrici, granate e mortai in tutto.

La «cecità» di FMI e Banca mondiale

«Il denaro necessario per l’operazione partì, con due bonifici, da un conto della Banca nazionale del Ruanda presso la BNP a Parigi. 592.784 dollari il 14 giugno e poi 734.099 due giorni dopo. Direzione la Svizzera e l’agenzia dell’Unione bancaria privata (UBP) di Lugano, presso la quale Ehlers aveva un conto». Le Monde si chiede dunque: «Le banche erano a conoscenza di queste manovre?»

Il giornale parla però anche di «cecità delle istituzioni internazionali. I responsabili del genocidio hanno potuto infatti mettere le mani su aiuti del FMI e della Banca mondiale. Destinati, teoricamente, a progetti di sviluppo agricolo. Ma che serviranno in realtà ad alimentare la macchina bellica».

Secondo l’autore dell’inchiesta, Servenay, «quando si è sottoposti ad aiuti finanziari di questo tipo si è sorvegliati strettamente da FMI e Banca Mondiale. Ad un certo punto i due organismi devono essersi resi conto che i ruandesi utilizzavano il denaro in altro modo». Eppure, avrebbero lasciato correre: «Perché lo hanno fatto? Non hanno mai risposto su questo punto. Possiamo in ogni caso parlare di una forma di complicità con ciò che è accaduto».

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