Parte 1
Diritti umani

Migranti in fuga dall’Africa corrotta

Centinaia di migliaia di persone scappano dai Paesi più poveri alla ricerca di una vita migliore. I più poveri e anche i più corrotti

Di Corrado Fontana
braccia alzate, ragazzi, Africa. CC0 Creative Commons da Pixabay.com

Donne, uomini e bambini. Famiglie. Persone in fuga da condizioni di vita insostenibili, da povertà e fame. Dal pericolo concreto di morire per guerre, violenze, discriminazioni e disastri naturali.

Sono i migranti, in fuga anche dall’assenza di un futuro possibile, senza mezzi e sempre a rischio dell’incolumità propria e dei propri cari. Migranti nonostante la certezza, in assenza di canali di traffico sicuri e legali, di subire ulteriori vessazioni e violenze, pur di scampare quelle lasciate alle spalle. Con l’ambizione di vivere e lavorare in pace nel famigerato Stato di diritto.

Migranti che scappano da Paesi corrotti, i più corrotti al mondo. Sì, perché i Paesi da cui hanno origine i principali flussi migratori sono anche quelli con i più alti tassi di corruzione.

Partiamo da qui. Da questo quadro d’insieme, che vale per moltissimi degli immigrati che in quest’epoca giungono – perlopiù via mare – sul territorio italiano. Ma entriamo un po’ più nello specifico per comprendere i flussi di persone che seguono la via dall’Africa all’Europa.

Migranti, l’invasione non c’è mai stata

Sebbene dati precisi siano disponibili a partire dal 2008, il fenomeno, delle migrazioni massicce e regolari dal continente africano nel nostro Paese è collocabile entro i limiti dell’ultimo trentennio. Negli ultimi 5-10 anni sono variate le provenienze (meno Maghreb e più Africa centro-meridionale), i modi (barconi e non aerei) e le motivazioni (più richieste d’asilo). E a proposito di quanti siano gli immigrati in Italia, è bene ribadire che le cifre sono ben lontane da quelle di un’invasione. Anche se:

Gli italiani risultano i più “prigionieri” di una distorsione in senso peggiorativo della realtà, con un errore di stima del 23%. Essi ritengono che gli immigrati costituiscano il 30% della popolazione presente sul territorio nazionale, quando in realtà sono poco più dell’8%.

È ciò che si legge nel XXIII Rapporto sulle migrazioni 2017 pubblicato dalla Fondazione ISMU. Secondo cui i picchi più recenti per numero di persone sbarcate si sono verificati nel 2011, in stretta connessione coi sommovimenti seguiti alla cosiddetta Primavera araba, e dal 2014 in poi. In particolare, “nel 2014 il numero dei migranti sbarcati sulle coste italiane ha superato le 170 mila unità, nel corso del 2015 sono stati poco meno di 154 mila – anno in cui fu la Grecia a detenere il primato di sbarchi con oltre 857 mila arrivi – mentre il 2016 ha fatto registrare la cifra più alta mai toccata, con 181mila persone giunte sulle nostre coste”.

Precisando che la stragrande maggioranza di questi ingressi non si traduce in persone che rimangono nel nostro Paese, dal 2017 si assiste invece a un calo deciso di tali numeri. Innanzitutto per l’accordo UE-Turchia del marzo 2016, che ha ridotto drasticamente gli arrivi da Siria, Iraq e Afghanistan attraverso la via balcanica (da 764 mila nel 2015 a 123 mila nel 2016). E Poi per il memorandum Italia-Libia del 2017, che ha inteso bloccare – ad ogni costo – i flussi illegali provenienti dal Nord Africa.

Fuga dai conflitti e dai disastri ambientali

Di tutte queste migrazioni la regina per Stati di provenienza è senz’altro l’Africa, dicevamo, con le rotte principali che ormai ci sono piuttosto note. La partenza dai porti della Libia (Sabratha, Zawiya, Zuwara) e gli approdi su suolo italiano in Sicilia e Calabria, sull’isola di Lampedusa.

Se si guarda poi alle nazionalità più spesso dichiarate dagli africani giunti in Italia dopo questi viaggi nei primi mesi del 2018, risulta evidente la prevalenza, Tunisia a parte, di ingressi dalle nazioni Sub-sahariane. E non potrebbe essere altrimenti, considerando che gli sfollati da quell’area a causa di conflitti armati nel 2017 sono stati 5,5 milioni. Circa la metà, 2,6 milioni, quelli scappati per i disastri naturali. E in cima alla lista spiccano Eritrea, Sudan, Nigeria e Costa d’Avorio.

Flussi che riguardano soprattutto giovani e giovanissimi (circa il 10% sono minori), regolari e destinati a proseguire nel tempo. Tanto che il Fondo monetario internazionale stima che la quota degli immigrati di origine Sub-sahariana sulla popolazione totale nei Paesi OCSE aumenterà di 6 volte tra 2010 e 2050. Dallo 0,4% al 2,4%.

Provenienza migranti 2000-2050 – elaborazione Avvenire su dati Journal of Economic Perspectives

La corruzione avvelena il Sub-Sahara

Sub-sahariani sono i Paesi al di sotto della fascia su cui si estende, da Est a Ovest, il più famoso deserto del mondo, il Sahara, appunto. Dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, dalla Mauritania al Sudan settentrionale, per una lunghezza di circa 5 mila chilometri. Con l’unica interruzione della Valle del Nilo. E secondo le rilevazioni di Transparency International e il suo indice di corruzione percepita (Corruption Perception Index 2017), le regioni sub-sahariane mostrano complessivamente un livello di corruzione peggiore di qualsiasi altra regione del Pianeta.

Ricordando che l’indice procede da 0 a 100 (Nuova Zelanda e Danimarca hanno segnato rispettivamente 89 e 88 punti, cioè i valori più alti), nelle prime dieci posizioni della classifica troviamo ben 5 nazioni sub-sahariane. Somalia e Sud Sudan (peggiori in assoluto con 8 e 12 punti) e poi Sudan, Guinea Equatoriale, Guinea-Bissau.

Eccellenze negative di una macroarea in cui Transparency registra un tasso medio di corruzione nei servizi pubblici del 23%, ma che include situazioni variegate ed estreme. In questi Paesi la possibilità di denuncia nei confronti dei funzionari pubblici è ancora molto ridotta, a fronte invece di un alto rischio di intimidazioni e minacce per i cittadini che che ci provano.

grafico tasso di corruzione nei servizi pubblici per macroaree del mondo – Fonte Transparency International , Global Corruption Barometer 2017

100 miliardi di dollari rubati allo sviluppo

Un quadro negativo, in conclusione, in cui qualcosa tuttavia si muove. Il 2018, infatti, è stato dichiarato dall’Unione africana (Ua) l’Anti-Corruption Year sotto il titolo Winning the Fight Against Corruption: A Sustainable Path to Africa’s Transformation. Un anno di buoni propositi e iniziative istituzionali, che accompagna l’attività di promozione della cultura della legalità e della democrazia condotta da soggetti meno ufficiali. Come ad esempio l’ISS for Africa, ong con un portale informativo attento al tema.

La speranza è che il 2018 produca una scossa. Poiché il cammino anti-corruzione percorso finora si è dimostrato piuttosto fallimentare, benché partito da lontano. Ad oggi 37 dei 55 paesi africani hanno ratificato la Convenzione dell’Ua sulla prevenzione e la lotta alla corruzione, adottata a Maputo nel 2003 ed entrata in vigore nel 2006. E ciononostante lo sviluppo del continente è profondamente frenato da flussi di denaro illecito sottratti agli africani anche tramite le pratiche corruttive.

Secondo alcune stime, questi flussi potrebbero arrivare a contare 50 miliardi di dollari l’anno. Circa il doppio del denaro che le Nazioni unite inviano in Africa per l’assistenza allo sviluppo (ODA). Ma sarebbero ben 100 miliardi di dollari l’anno, circa il 4% del Pil africano, i soldi guadagnati nel continente e poi trasferiti o utilizzati illegalmente, in gran parte grazie a meccanismi di falsa fatturazione. Meccanismi possibili in assenza di controlli o di fronte a verifiche “addomesticate”.

Riparte il futuro, campagna anticorruzione – riparteilfuturo.it

Corruzione? «Ai Paesi poveri costa mille miliardi l’anno»

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