Sbaratto, l’associazione dei mercatari dell’Albergheria

Da anni Sbaratto propone un modello di economia circolare dal basso nelle strade di Palermo

Il mercato dell'Albergheria © Sbaratto

Il mercato dell’Albergheria a Palermo nasce negli anni ‘90. È vicino a quello di Ballarò, che risale alla dominazione araba. Per più di un millennio quelle strade sono state popolate da persone che vendevano cose. Cibo, nello specifico a Ballarò. Scarti di altre persone, nel caso più recente dell’Albergheria. 

Le mercatare e i mercatari si svegliano presto: alle 4 del mattino nei giorni feriali, alle 2 nel fine settimana. Cominciano la loro giornata disponendo la merce che, il giorno prima, hanno recuperato a casa di chi li ha invitati o direttamente dai cassonetti. Dopo essersi sistemati, attendono l’arrivo di chi verrà ad acquistare quegli oggetti strappati all’oblio o allo smaltimento. E da lì per quelle “cose” arriveranno nuove mani, nuove case, comincerà una nuova vita. Per le mercatare e i mercatari no. Alle 12:00 ritireranno l’invenduto, finiranno la giornata di mercato e passeranno il resto del tempo alla ricerca di nuovi oggetti. Così ogni giorno. 

Sbaratto
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La nascita di Sbaratto a Palermo

Nel 2019 un gruppo di persone ha deciso di provare a far fare un salto di qualità a quell’esperienza. Dall’assemblea pubblica SOS Ballarò è nata la storia dal futuro di oggi, quella di Sbaratto, un’associazione che riunisce mercatare e mercatari e che si fonda sull’obiettivo ambizioso di dare una dignità al loro ruolo e tutelare la loro professione. 

Ne ho parlato con Giulia Di Martino, attivista del Circolo Arci Porco Rosso e di SOS Ballarò e nel direttivo di Sbaratto, con un’esperienza professionale nella progettazione ambientale e nell’economia circolare. E con Marica Sori (che preferisce usare uno pseudonimo) che nel mercato è cresciuta perché, prima che cominciasse a lavorarci lei trent’anni fa, lo facevano già i suoi genitori.  Anche Marica fa parte del direttivo di Sbaratto. «Siamo più di cento persone di diverse nazionalità. Questo vuol dire – spiega – che il mercato dà da vivere a più di cento famiglie. Si tratta di persone provenienti da contesti di povertà estrema, spesso migranti, a volte senza documenti. Non esagero se dico che il mercato è lo strumento con cui possono evitare di delinquere per campare». 

Mercatare e mercatari facevano questo mestiere ben prima della nascita dell’associazione, specifica, ma con Sbaratto adesso sono insieme e questo li rende più forti. Su questo Marica è molto netta: «Quando è nata l’associazione abbiamo fatto un periodo di sperimentazione terminato nel 2021. Funzionava, le persone si fidavano, molte sono emerse dall’illegalità. Poi però la fine della sperimentazione è coincisa con il cambio di amministrazione e adesso le cose sono molto diverse». 

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Al mercato dell’Albergheria si fa economia circolare da sempre

A Palermo, riflette Marica, il tasso di disoccupazione è altissimo. «Noi mercatari siamo gente povera. Siamo deboli, abbiamo bisogno di strumenti per tutelarci dagli attacchi dell’amministrazione. Con l’associazione siamo più forti». Il valore di quest’esperienza, sostiene, va ben oltre: «Questo posto ha un valore economico per noi ma ha anche un valore storico. Ha un impatto ecologico perché, di fatto, noi evitiamo che oggetti che possono ancora avere una vita siano smaltiti». 

«Queste persone fanno economia circolare da sempre», spiega Giulia. «Oggi tutti parlano di riuso, riciclo, sostenibilità. Ma qui esiste una pratica concreta di recupero che precede il linguaggio contemporaneo della transizione ecologica. Quando si parla di ecologia e di economia circolare, si pensa sempre a un modello che viene dall’alto, che si affida alle industrie e spazza via le attività informali. È quel modello che si basa sul riciclo industriale che ha imprenditorializzato il recupero e l’ha reso di interesse per business privati. Se è così, è chiaro che è un problema se esistono persone che lo fanno occupando uno spazio in pieno centro storico, peraltro contrastando i fenomeni di gentrificazione e di speculazione edilizia in quell’area del quartiere».

La gestione dei rifiuti a Palermo

«A differenza di altre città o di altre aree di Palermo – continua Giulia – qui la partita è ancora aperta. Ma è chiaro che le forze istituzionali premono per trasformare anche questa in un’area riservata al consumo dei turisti». Ma c’è dell’altro: secondo lei non si interviene sul ciclo dei rifiuti perché «la gestione pubblica dei rifiuti in Sicilia e a Palermo è fallimentare da tempo e lo è, secondo me, perché conviene mantenere questo approccio emergenziale. Così continueranno a esserci commissariamenti e si potrà derogare il piano regionale di gestione dei rifiuti, come sta accadendo, con la proposta di un inceneritore proprio adesso che nel resto d’Europa quasi tutti stanno facendo il decommissioning». 

Secondo Giulia invece bisognerebbe essere più ambiziosi di così. «Qui hanno deciso di sviluppare la raccolta porta a porta, togliendo i cassonetti generali dalla strada. Di per sé, naturalmente, è un avanzamento». Ma è successo tutto senza un piano, ha denunciato, senza pensare al fatto che i cassonetti erano una delle fonti di approvvigionamento di mercatare e mercatari. «Si potrebbe sviluppare un sistema integrato di isole ecologiche in cui le lavoratrici e i lavoratori possano recarsi a recuperare la merce. Il problema è che questa professionalità non è stata riconosciuta. Eppure sono lavoratrici e lavoratori autonomi che hanno sviluppato competenze e conoscenze. Avranno pochi mezzi, ma di fatto quest’attività è un veicolo di autodeterminazione». 

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La proposta di Sbaratto a Palermo: formalizzare l’informale

Sbaratto ha più volte chiesto un tavolo tecnico con l’ente gestore del territorio per trovare una soluzione. «Parlo da tecnica», puntualizza Giulia Di Martino. «Se guardiamo alla piramide della gestione dei rifiuti ci sono vari passaggi: prevenzione, preparazione al riutilizzo, riciclo, recupero di energia (un modo gentile per dire incenerimento), smaltimento. Né la prevenzione, né la preparazione al riutilizzo sono realmente oggetto di attenzione dalle amministrazioni comunali. Eppure la preparazione al riutilizzo è esattamente quello che fanno queste persone».

«Se questo è stato possibile a livello informale, perché non possiamo farle entrare nei centri comunali di raccolta a prendere cose?», propone Di Martino. «I vantaggi sarebbero diversi: innanzitutto si lavorerebbe anche sulla prevenzione, riducendo il numero di oggetti classificati come rifiuto. E soprattutto si tutelerebbero maggiormente questi lavoratori, che sono particolarmente fragili. Raccolgono a mani nude, senza dispositivi di sicurezza, esposti alle intemperie». «Veniamo trattati come se fossimo il problema – aggiunge Marica – quando invece siamo una risorsa». 

Tra logiche speculative e perdita di identità dei quartieri storici

La sperimentazione passata aveva provato a costruire un equilibrio diverso. Regole condivise, maggiore tutela, una relazione con il quartiere e con le istituzioni. Le persone erano più tranquille, il mercato era più ordinato, c’era più fiducia. «Con il cambio di amministrazione si è tornati indietro», racconta Giulia. «Oggi prevale una logica speculativa: il mercato informale viene visto solo come qualcosa da rimuovere».

«Ci siamo ritrovati senza niente», riprende Marica. «Siamo ripartiti da capo, anzi è andata peggio, visto che ci hanno tagliato due aree. Il timore diffuso è che, un pezzetto alla volta, alla fine ci toglieranno tutto lo spazio». Per chi anima Sbaratto, però, la questione non riguarda soltanto il lavoro dei mercatari. Ballarò, negli ultimi anni, è cambiata moltissimo. Da una parte il turismo, gli investimenti immobiliari. Dall’altra, l’aumento della povertà e della marginalità sociale. In mezzo, il rischio che il quartiere perda la propria identità popolare. «Il mercato fa parte della storia di Ballarò», dice Marica. «Togliere questo pezzo significherebbe cancellare una parte della memoria e della vita reale del quartiere».

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La dignità degli scarti

Il mercato dell’usato dell’Albergheria vive da decenni in questo spazio ambiguo: tollerato quando serve, criminalizzato quando diventa visibile. Eppure continua a esistere perché risponde a un bisogno reale. Anzi, a più bisogni contemporaneamente. Riduce rifiuti. Produce reddito. Offre oggetti a basso costo in un quartiere molto povero. Tiene insieme reti sociali. 

Per tutte queste dimensioni, è una storia dal futuro. E perché, da sempre, il futuro lo ha anticipato. Come dice Marica. «Adesso ci sono Vinted, Subito, le piattaforme. Noi c’eravamo da prima. Eravamo già futuro. Io stessa sono futuro, perché ho continuato il lavoro che facevano i miei genitori. E il mercato è futuro perché le figlie e i figli di molti mercatari potranno lavorarci». 

Perché Sbaratto è una storia dal futuro

«A me piace il mio lavoro», continua Marica. «Non è il lavoro con cui diventi ricca, ma mi ha insegnato tante cose. Mi ha permesso di conoscere oggetti di cui non conoscevo neanche l’esistenza. Di dare una storia e un futuro a quegli oggetti. Salvarli dai rifiuti, metterli su una bancarella, trasmetterli alle persone che magari li passeranno ai loro figli. Creiamo materialmente futuro, e questo futuro sostituisce l’oblio». 

Interviene Giulia: «Come Sbaratto siamo in una rete internazionale di waste pickers. Così, sono entrata in contatto con i Cartoneros di Buenos Aires. Loro hanno portato avanti rivendicazioni avanzatissime: hanno una rappresentanza in parlamento, hanno fatto istituire un salario minimo per integrare il reddito e il riconoscimento del loro lavoro come servizio pubblico essenziale. Si tratta di lavoratrici e lavoratori che fanno un lavoro di cura collettiva della città: solo per questo meriterebbero tutele, dignità e un salario dignitoso».

«Penso che il fatto che Sbaratto guardi le cose da questa angolazione, con questa prospettiva, faccia di noi una storia dal futuro», conclude. «Il passato è un’economia che produce scarti. Noi invece facciamo il contrario, rifiutiamo il ricatto consumista e produttivista e recuperiamo ciò che la società ha deciso di buttare via».


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