Parte 3

Un Paese con scarse competenze e capitale umano può davvero crescere?

Nell'ultimo ventennio, il Pil italiano cresce sistematicamente meno della media Ue. Alla base un problema di struttura produttiva e scarsi investimenti in ricerca e sviluppo

Di Roberto Romano*
Foto di felixioncool da Pixabay

Sebbene la domanda del titolo sia in qualche misura retorica e contenga in sé già la risposta, le implicazioni economiche, sociali e di struttura sono dirimenti per costruire un ambiente favorevole al governo dei processi legati all’economia monetaria di produzione.

Il capitalismo evolve e, dopo ogni crisi, trova nuove ragioni per ricostruire le basi del proprio sviluppo. È un processo storico ed ha radici lontane (Smith e Marx), profondamente legato al che cosa, come e per chi si produce. Con la crescita del reddito, infatti, cambia la composizione dei consumi e degli investimenti da un lato, così come la composizione di capitale, lavoro e conoscenza dall’altro lato.

Nel Pil, la capacità di un Paese di soddisfare la domanda di consumo

Una delle principali caratteristiche dello sviluppo, più o meno recente, è legato al contenuto tecnologico sia dei beni di consumo e sia dei beni capitali. L’effetto più immediato è quello di una ricomposizione quali-quantitativa di capitale, lavoro e ricerca e sviluppo. Sebbene l’economia monetaria di produzione ruoti attorno all’accumulazione, determinata dall’aumento di valore rispetto alle risorse utilizzate preventivamente, ciò che favorisce questo processo è l’accumulo di sapere che passo dopo passo si rende necessario per sostenere la crescita del reddito.

Solo per avere una qualche evidenza empirica, si osservi il paniere di Istat ed Eurostat che misura il tasso di inflazione: con il passare degli anni si aggiorna. Escono alcuni beni primari e subentrano nuovi beni che rappresentano meglio di altri i beni e servizi di cui la collettività necessità.

Le novità del paniere Istat 2019 per il calcolo dei prezzi al consumo. FONTE: ISTAT
Le novità del paniere Istat 2019 per il calcolo dei prezzi al consumo. FONTE: ISTAT

Tanto più un sistema economico soddisfa, in modo autonomo, la domanda emergente legata ai cambiamenti dei costumi e dei consumi, tanto più il reddito e il sapere in esso contenuto migliora. Quindi la crescita del reddito (PIL) non è solo un indicatore sintetico che misura quanto produciamo in più o in meno rispetto a un certo periodo di tempo; se indaghiamo la scatola nera del PIL, scevri da pregiudizi e luoghi comuni, è possibile osservare come e quanto un Paese riesca ad agganciare la domanda di consumo che sostituisce i beni ormai diventati obsoleti.

Il volto nascosto delle diverse crescite del Pil

Come già ricordato, i nuovi beni capitali e di consumo non solo registrano un valore aggiunto maggiore rispetto a quelli pregressi, ma manifestano anche un contenuto tecnologico più elevato. Per essere più precisi: al netto della variazione marginale dei consumi dei beni indispensabili, la variazione del PIL è per lo più attribuibile al maggiore valore dei nuovi beni che soddisfano una diversa e qualificata domanda, sia essa di beni capitali e sia essa di beni di consumo.

La diversa crescita del PIL di alcuni Paesi non è attribuibile interamente alla dinamica dei salari, della spesa pubblica e/o ad altri fenomeni, piuttosto rappresenta quanto e come un Paese soddisfa la domanda di nuovi beni, agendo a margine dei beni di prima generazione.

Quindi la diversa crescita del PIL tra i Paesi rappresenta la capacità o meno degli stessi di soddisfare la domanda aggiuntiva legata alla dinamica dei consumi che, tra le altre cose, necessitano di minore energia, materie prime e, allo stesso tempo, utilizzano più conoscenza.

Cosa si nasconde nella scatola nera della crescita economica?

La distanza che separa l’Italia dalla media della crescita dell’area Euro e di alcuni Paesi in particolare (Germania, Francia, Spagna), è per lo più attribuibile all’impossibilità del sistema economico nazionale di soddisfare la domanda di beni e servizi che il mercato reclama.

Confronto fra l'andamento del Pil nell'area Euro e il Pil Italia - Anni 2000-2017
Confronto fra l’andamento del Pil nell’area Euro e il Pil Italia – Anni 2000-2017

I 18 punti di PIL di minore crescita del Paese rispetto alla media dell’area euro (2000-2018) è grave non tanto perché abbiamo tassi di crescita del PIL più contenuto, ma perché il Paese non è in grado di soddisfare la domanda aggiuntiva emersa tra il 2000-2018, la quale ha delle caratteristiche tecno-economiche significativamente diverse da quelle che attualmente il Paese può realizzare.

Per essere più precisi: il Paese non può crescere di più perché non realizza i beni che i mercati reclamano.

Italia incapace di qualificare gli investimenti

Il grafico di cui sotto, quindi, non dovrebbe essere letto come una fotografia di un Paese che non cresce, piuttosto come l’immagine di un Paese incapace di qualificare gli investimenti, la ricerca e sviluppo e rendere più o meno superflua la formazione che impartiamo agli studenti, che il più delle volte sono troppo formati rispetto alla domanda di lavoro.

Variazioni PIL 2000-2018. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Variazioni PIL 2000-2018. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat

In effetti, se osserviamo con attenzione alla dinamica della Ricerca e Sviluppo (R&S) in rapporto al PIL è facile osservare come e quanto questa cresca nel tempo, in particolare a partire dal 2008. Al netto dell’effetto ottico relativo all’incremento del rapporto R&S/PIL legato alla contrazione di quest’ultimo, quando il denominatore si riduce, a parità del nominatore, il rapporto tende a crescere, si osserva che alcuni Paesi, Germania in particolare, abbiamo rafforzato la spesa in R&S, già abbastanza alta prima della crisi del 2008, creando le condizione tecno-economiche per agganciare la ripresa non appena si è manifestata.

Inoltre, al netto del caso spagnolo, che merita una trattazione particolare, a livello europeo si prefigura una soglia minima di Ricerca e Sviluppo, pari al 2% del PIL, senza la quale sembra impossibile prefigurare degli scenari di potenziale crescita.

Rapporto spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Rapporto spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat

Sebbene sia diffusa l’idea che il Paese spenda in Ricerca e Sviluppo meno della media europea, dato statistico inequivocabile, si commette comunque un errore di valutazione abbastanza grave.

Cosa condiziona la spesa in R&S?

Proviamo a riformulare la questione: la spesa in R&S da cosa è condizionata? La domanda in questo caso non è retorica, piuttosto richiama una serie di analisi di struttura che la maggioranza dei ricercatori economici, ingegneri ed opinion makers rimuovono. Se consideriamo la natura e il senso economico-industriale della spesa in Ricerca e Sviluppo fatta dalle imprese, dobbiamo pur convenire che essa è fatta per migliorare la propria produzione e, soprattutto, per realizzare prima di altre dei nuovi prodotti, attualmente non presenti sul mercato.

Inoltre, aspetto dirimente, la Ricerca e Sviluppo è profondamente legata all’attività produttiva; mediamente l’aerospazio destina più risorse finanziare alla Ricerca e Sviluppo del settore tessile, così come la chimica rispetto al settore primario, oppure la cantieristica rispetto all’edilizia.

Gli esempi servono per fotografare la relazione tra spesa in Ricerca e Sviluppo e settore produttivo di appartenenza.

Quindi, l’Italia finanzia la spesa in Ricerca e Sviluppo coerentemente con il suo tessuto produttivo, il quale non necessita di grandi investimenti sulla conoscenza.

Se consideriamo l’intensità tecnologica degli investimenti, ovvero il rapporto R&S/Investimenti, si osserva come e quanto quest’ultima sia significativamente più contenuta sia dalla media europea e sia rispetto ai principali competitor europei. Questa è pari alla metà della Germania, poco meno dalla Francia e quasi due punti sotto rispetto alla media europea. Per rispondere al quesito del titolo dell’articolo, relativo alle competenze, è indubbio che le competenze tecniche delle imprese sono diverse da quelle degli altri Paesi, prefigurando un gap di sapere e saper fare che inficia qualsiasi possibilità di avere tassi di crescita del PIL migliori nel futuro.

Rapporto R&S/investimenti (intensità tecnologica degli investimenti) FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Rapporto R&S/investimenti (intensità tecnologica degli investimenti) FONTE: nostra elaborazione su dati Eurostat.

Capitale umano: sapere non è sinonimo di crescita e sviluppo

Periodicamente la statistica diffonde dei dati che dovrebbero farci riflettere e giungere alla conclusione che forse stiamo ignorando il futuro dei lavoratori italiani e il futuro del Paese. Ma procediamo con ordine.

Se il sapere e il saper fare sono una condizione necessaria per accedere al mercato del lavoro e a quello dei beni e servizi, il livello di istruzione della popolazione rappresenta allo stesso tempo:

  1. la conoscenza incorporata per “consumare” i nuovi beni e servizi a maggiore contenuto tecnologico,
  2. la conoscenza necessaria per soddisfare la domanda di lavoro che le imprese manifestano.

Come già ricordato, i beni e servizi consumabili sono diventati, nel tempo, sempre più sofisticati, e necessitano di un sapere coerente per essere utilizzati. Diversamente la domanda di questi beni si riduce, non per disattenzione o distrazione, piuttosto per impossibilità (incapacità) nell’utilizzo di siffatti beni.

Quindi il sapere è una componente della domanda che si affianca a quella della disponibilità di reddito.

Domanda bassa: non solo per i salari bassi

Sebbene la domanda nazionale sia pesantemente condizionata dal livello assoluto e relativo dei salari, tra i più bassi a livello europeo, non possiamo escludere anche il fenomeno del livello di istruzione medio della popolazione.

In effetti, l’Italia registra tassi di “alfabetizzazione” della popolazione significativamente più contenuta dalla media europea, sia per l’istruzione terziaria (università) e sia per l’istruzione secondaria e post secondaria (superiori e titoli para universitari).

La distanza che separa il Paese dall’Europa varia tra i meno 15 punti per l’istruzione superiore rispetto alla media europea, e i meno 10 punti per l’istruzione terziaria.

rapporto tra istruzione terziaria (livelli 5-8) e popolazione 15-64 anni. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
rapporto tra istruzione terziaria (livelli 5-8) e popolazione 15-64 anni. FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Istruzione secondaria superiore, post-secondaria non terziaria e terziaria (livelli 3-8). FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Istruzione secondaria superiore, post-secondaria non terziaria e terziaria (livelli 3-8). FONTE: Nostra elaborazione su dati Eurostat

L’aspetto più preoccupante è, però, la persistenza nel tempo di questo differenziale, prefigurando degli scenari di società che pregiudicano il futuro del Paese rispetto ai grandi cambiamenti che il sistema economico nel suo insieme deve affrontare.

Dal titolo di studio, opportunità inferiori che nel resto d’Europa

Dall’altro lato della domanda troviamo anche quella del lavoro. Come ricordato in precedenza, il sistema industriale nazionale non si qualifica come un sistema ad alta intensità tecnologica. In effetti, i tassi di occupazione per livello di istruzione sono dicotomici; possedere o meno un titolo di studio in Italia non rappresenta una occasione di lavoro equivalente a quella europea, con dei tassi di occupazione per livelli di istruzione più contenuti dell’Europa, ancorché avere o meno un titolo di studio permetta di accedere a segmenti produttivi nazionali che registrano tassi di occupazione migliori rispetto a quelli a basso contenuto tecnologico.

Da un lato il titolo di studio rimane importante per partecipare alla vita della società, ma questa “opportunità” è diversa da quella che l’Europa nel suo insieme permette. Una dicotomia che solo la politica economica può risolvere.

L’effetto è quanto mai inedito: se i laureati sono pochi, teoricamente, dovrebbero avere occasioni di lavoro just in time, in ragione della loro scarsità, ma questo non accade nel nostro Paese.

Evidentemente c’è un problema di qualità della domanda e per assurdo dell’offerta. Non basta formare un laureato per generare un posto di lavoro, soprattutto se università e mondo dell’impresa vivono in mondi paralleli; la prima prepara al futuro, la seconda recupera il proprio profitto ai margini dei costi, non occupando i mercati emergenti.

Giù le mani dalle lauree umanistiche

La tentazione potrebbe essere quella di mettere una pietra sopra le lauree umanistiche, spingendo solo e unicamente per le cosiddette materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Ma questo vorrebbe dire impoverire il mercato del lavoro italiano e privarlo di profili che possono portare proprio quell’innovazione che a volte i tecnici applicano senza progettarla. Semmai sarebbe il caso di chiudere la forbice tra il 35% di lavoratori over educated, rispetto al lavoro svolto (dato Istat) e struttura produttiva, troppo arretrata rispetto all’Europa.

Non trattiamo qui l’emigrazione, ma la fuga di laureati dall’Italia è una denuncia non al sistema formativo nazionale, che al limite ne esce rafforzato, piuttosto a tutte quelle politiche che considerano il sapere e il saper fare un lusso.

Posizione giusta fintanto che non cambia la struttura del Paese, ma la politica dovrebbe far proprio il detto di Lombardi: cambiare il motore della macchina senza fermarla.


* L’autore è ricercatore nel campo delle politiche industriali, contrattazione e bilancio pubblico. È stato assistente del presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati nella legislatura 1996-2001, occupandosi di bilancio pubblico e politica industriale, soprattutto per le società partecipate dal Ministero del Tesoro. Tra i suoi saggi: Europa e Italia. Divergenze economiche, politiche e sociali (con S. Ferrari, G. Epifani e L. Gallino, Franco Angeli, 2004); Economia Pubblica (Punto Rosso, 2006); Analisi del sistema produttivo di Varese e Milano (Enea-ISPRA, 2004); Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale (con Daniela Palma e Stefano Lucarelli), (Moneta e Credito, 2013).

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