Quando il recupero non basta: il paradosso dello spreco alimentare
Partendo dal suo lavoro di lotta allo spreco alimentare, Raffaele Avagliano mette in guardia dalle contraddizioni del sistema
Recuperare le eccedenze di cibo è sempre stato visto come un’azione virtuosa di contrasto allo spreco alimentare. Ma è davvero una soluzione? Raffaele Avagliano, autore del libro “Nostra eccedenza. La lotta allo spreco alimentare: un impegno per tutti”, ci invita a guardare oltre la superficie del problema. Partendo dalla sua esperienza sul campo alla Dispensa sociale di Bergamo, Avagliano scardina i paradossi di un sistema in cui l’eccedenza rischia di diventare uno strumento funzionale alla ridistribuzione, invece di essere contrastata alla radice.
Qual è stata la scintilla che le ha fatto capire che anche un sistema virtuoso come il recupero delle eccedenze aveva in realtà delle contraddizioni?
In questi anni con la Dispensa sociale di Bergamo abbiamo salvato sempre più cibo dallo spreco: dalle 52 tonnellate del 2018 alle 204 del 2025. L’aumento non dipende da un maggior spreco delle imprese, ma dall’ampliamento della rete dei fornitori. Inizialmente recuperavamo solo all’Ortomercato, oggi in molte più realtà imprenditoriali. Più fornitori significa quindi più cibo recuperato e meno spreco sul territorio. Ma non possiamo “crescere” all’infinito.
Abbiamo provato a capire quanto contasse, su base provinciale, il nostro impegno. E i dati mostrano la sproporzione del fenomeno. Secondo il Rapporto rifiuti di Ispra, nel 2022 la frazione organica raccolta in provincia di Bergamo è stata di circa 126mila tonnellate. Il progetto Reduce stima che il 18% di questa sia spreco alimentare ancora commestibile (includendo i rifiuti di famiglie, ristorazione, mense e distribuzione). Ne deriva uno spreco stimato di oltre 22.600 tonnellate annue, a cui si deve aggiungere quello della produzione. In questo contesto, le tonnellate recuperate dalla Dispensa sociale rappresentano solo una minima parte del problema. Ed è così anche nel resto del Paese.
Cosa intende quando dice che il recupero di cibo potrebbe essere controproducente in ottica di riduzione strutturale degli sprechi?
Premetto che la lotta allo spreco che permette anche di contrastare l’insicurezza alimentare è un’azione meritevole e che va sostenuta. Tuttavia dobbiamo stare attenti a non trasformare lo spreco in uno strumento funzionale alla ridistribuzione gratuita di cibo e, quindi, auspicabile e desiderabile in maggiori quantità. È proprio questo il cortocircuito da evitare.
Anche se a fin di bene e con tutte le buone intenzioni, se l’eccedenza diventa risorsa fondamentale per il contrasto alla povertà, è chiaro che non ridurremo mai realmente il suo impatto ambientale, visto che più spreco significa più aiuti. Ancor prima di pensare alle eccedenze come risorsa, dobbiamo quindi pensarle come problema da affrontare e contrastare in ogni caso.
Solo quando proprio non è stato possibile prevenirle, allora occorre sapientemente riutilizzarle a fini sociali. Non è solo un tema etico, ma una questione climatica: il World Food Programme stima che l’8-9% dei gas serra climalteranti sia dovuto a perdite e sprechi alimentari.
Lei mette in discussione i termini “donatore” (riferito alle imprese) e “beneficiario” (riferito al no profit). Perché ritiene che questa terminologia sia da rivedere?
Oggi le imprese che cedono eccedenze alimentari al non profit sono comunemente chiamate “donatori”, ma questa definizione è ambigua. Il dono presuppone un’intenzione originaria di offrire qualcosa, mentre le eccedenze nascono da una sovrapproduzione non venduta e pertanto destinata al recupero. La trasformazione dell’eccedenza da potenziale rifiuto a risorsa è resa possibile quasi esclusivamente dal non profit, che si fa carico gratuitamente di raccolta, logistica, stoccaggio, sicurezza e distribuzione, sostenendo costi economici rilevanti senza alcun ritorno.
Al contrario, le imprese traggono vantaggi economici, fiscali e d’immagine dalla donazione, riducendo i costi di smaltimento. Il paradosso è che l’impresa è vista come “donatore” e il non profit come “beneficiario”, mentre in realtà quest’ultimo risolve un problema dell’impresa a proprie spese. Non si tratta di contrapporre non profit e imprese: sarebbe sterile e controproducente. Per ridurre davvero lo spreco serve un cambio di prospettiva: riconoscere una corresponsabilità e costruire una partnership paritaria tra imprese e terzo settore.
Qual è il ruolo delle istituzioni e degli strumenti normativi nell’incentivare la lotta allo spreco da parte delle imprese?
La lotta allo spreco alimentare oggi produce un alto ritorno sociale, ma non un ritorno economico diretto per chi la realizza. Il calcolo dello Sroi (Social Return On Investment), effettuato dagli studenti dell’università di Bergamo, chiarisce il nodo centrale: l’investimento genera benefici ambientali, sociali ed economici per l’intera collettività, ma non garantisce sostenibilità economica alle organizzazioni non profit che lo rendono possibile. Né tanto meno è così conveniente per le imprese che “donano” le eccedenze.
Proprio per questo entra in gioco il terzo attore fondamentale: la politica. Il contrasto allo spreco è un interesse collettivo perché riduce rifiuti, emissioni, consumo di risorse naturali e persino costi sanitari e sociali. Non può quindi basarsi solo sulla buona volontà di imprese e non profit, ma richiede una regia pubblica che lo trasformi da somma di iniziative e buone prassi a politica strutturale della transizione ecologica. Occorre, insomma, governare la lotta allo spreco.
La legge Gadda semplifica la donazione di eccedenze alimentari e farmaceutici per fini di solidarietà sociale. Funziona?
La legge 166/2016, nota appunto come legge Gadda, è una buona legge. In questi dieci anni ha favorito moltissimo il recupero di eccedenze alimentari, facendo nascere nuove iniziative in tutta Italia. A partire proprio da questo strumento legislativo, oggi bisognerebbe provare a rendere strutturale il sostegno economico alle organizzazioni di terzo settore che lo applicano. Altrimenti, senza fondi, il rischio è che molte realtà non abbiano più le risorse per farlo. Ma c’è dell’altro. Si potrebbe e dovrebbe iniziare a progettare strumenti e leggi in ottica di prevenzione di perdite e sprechi alimentari, prima ancora del recupero a fini sociali.
Un altro elemento di interesse è il valore sociale delle azioni di lotta allo spreco alimentare. La spesa gratuita, per una persona in difficoltà, supera il suo valore economico. Ci parla di questa visione di “guadagno” e come calcolarlo?
Il termine “eccedenza” significa “andare oltre” e nella lotta allo spreco assume più significati. Da un lato indica il superamento del limite produttivo tipico del modello economico, dove il surplus genera profitto ma anche abuso di risorse. Il recupero delle eccedenze trasforma questo eccesso negativo in un’azione positiva.
Dall’altro lato, “andare oltre” significa eccedere in generosità: il cibo in surplus, fuori dal mercato e inutilizzabile in grandi quantità, diventa valore solo se condiviso. La condivisione pertanto genera relazioni e capitale sociale. Potrei fare tanti esempi, ma ce n’è uno che è paradigmatico: il caso del Frigo solidale di Bari. Nel 2017 un semplice frigo domestico, collocato in un centro d’accoglienza per migranti situato in un quartiere popolare, fu il punto d’incontro iniziale tra i nuovi arrivati e i cittadini. Quel cibo condiviso stemperò le tensioni e diffidenze, creando legami sociali e rafforzando la comunità.
Lei solleva anche un’altra questione etica: perché chi è in difficoltà deve accontentarsi degli scarti? Ci parla di questo punto di vista?
«Se ha fame, gli va bene tutto» è un luogo comune in cui anche gli stessi volontari, talvolta, rischiano di cadere. Garantire il diritto al cibo non significa ridistribuire gli avanzi dei più “ricchi” ai “poveri”, ma assicurare a tutti alimenti sani, accessibili, nutrienti, in quantità sufficienti e adeguati dal punto di vista culturale e delle scelte personali.
Nella pratica, tutti noi – e quindi anche chi opera contro la povertà alimentare – affrontiamo ogni giorno esigenze legate a intolleranze, scelte religiose o alimentari. Esigenze tutt’altro che marginali, basta guardare le statistiche. L’adeguatezza del cibo è quindi cruciale quanto la sua disponibilità. La fame non dipende dalla mancanza di cibo: un terzo della produzione mondiale viene sprecato e sarebbe sufficiente a nutrire i 673 milioni di persone in condizioni di denutrizione cronica. Il problema è redistributivo, non produttivo. Per questo, il contrasto allo spreco non deve trasformare persone e cibo in oggetti di carità, ma interrogarsi sulle cause strutturali delle disuguaglianze, agendo in nome della giustizia sociale e ambientale e non come correttivo di un sistema che continua a generare spreco e povertà.
Cosa fare, quindi, con le eccedenze che intanto esistono?
Ribadisco che il lavoro delle organizzazioni non profit come la Dispensa sociale è lodevole e va sostenuto. Siccome non possiamo salvare tutto il cibo che viene sprecato, possiamo dedicarci al cibo che è più sano per le persone. Non ha senso salvare tonnellate di prodotti ultraprocessati, pieni di zuccheri, grassi, sale e poveri di nutrienti utili. Concentriamo il nostro sforzo per recuperare e distribuire prodotti ortofrutticoli e di qualità. Per le persone e per l’ambiente. Non c’è un modello unico e corretto. Ognuno, sul proprio territorio e secondo le proprie specificità, trova la sua modalità per farlo.
Non solo: recuperare le eccedenze è anche un’azione culturale ed educativa, per tutti. Apriamo le nostre raccolte alla cittadinanza, agli stakeholder, alla politica: partecipare alla lotta allo spreco è il modo migliore per far prendere coscienza del problema.
Da questo punto di vista, le organizzazioni del terzo settore sembrano avere loro malgrado un ruolo meramente assistenziale. Cosa possono fare di differente?
Negli ultimi anni il non profit si è sempre più concentrato sulle buone prassi e sull’erogazione di servizi, supplendo al ritiro del pubblico dal welfare, ma spesso perdendo una visione politica e trasformativa del proprio ruolo. Anche nella lotta allo spreco alimentare il rischio è limitarsi a essere sempre più efficienti nel recupero delle eccedenze, senza denunciare le distorsioni della filiera che lo generano.
Se vuole davvero ridurre lo spreco, il non profit deve fare politica: portare la propria visione nei luoghi decisionali, dialogare (anche in modo conflittuale) con istituzioni e imprese, contribuire con la propria visione alle politiche pubbliche. Per incidere davvero, però, serve organizzarsi: superare la frammentazione valorizzando la diversità delle esperienze. L’obiettivo finale dei cittadini e di tutte le organizzazioni che davvero lottano contro lo spreco dovrebbe essere la propria estinzione. Perché l’ambizione più grande è l’essere inutili, in un mondo che non spreca più cibo e non esclude più nessuno.




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