Il trading in Borsa dei parlamentari statunitensi diventa un’arma elettorale

Quasi metà dei membri del Congresso possiede azioni. La legge approvata dalla Camera limita gli acquisti, ma lascia fuori Donald Trump

La democratica Paige Cognetti ha costruito la sua campagna elettorale sul trading in Borsa del deputato uscente, Rob Bresnahan © US Department of Labor/Flickr

In breve

  • La sindaca democratica Paige Cognetti ha costruito la sua campagna al Congresso attaccando le seicento operazioni in Borsa del deputato uscente Rob Bresnahan.
  • La legge impone di segnalare le compravendite entro 45 giorni, ma i controlli sono deboli: le sanzioni ammontano a circa 200 dollari.
  • La Camera ha approvato lo Stop Insider Trading Act che vieta ai parlamentari di comprare azioni, ma esclude esplicitamente il presidente Trump.

Da quando ha lanciato la sua campagna alle elezioni di midterm, la sindaca democratica di Scranton, Paige Cognetti, ha costruito la sua intera candidatura al Congresso attorno a un solo bersaglio: le compravendite azionarie del deputato repubblicano uscente, Rob Bresnahan. «Quest’anno ha già fatto seicento operazioni», afferma nel video di lancio della campagna. Proseguendo, elenca vendite di titoli cinesi in coincidenza con l’annuncio di nuovi dazi e acquisti di titoli della difesa alla vigilia di crisi internazionali.

Non è un caso isolato. Il trading in Borsa dei parlamentari statunitensi sta diventando uno degli argomenti chiave di questa campagna elettorale. Lo racconta un’analisi del New York Times condotta sui dati di 2iQ Research, società specializzata nelle dichiarazioni finanziarie obbligatorie dei parlamentari. Dall’inizio della legislatura, a gennaio 2025, i membri del Congresso e le loro famiglie hanno scambiato azioni di singole società per un valore compreso tra 160 e 664 milioni di dollari.

Quanto è diffuso il trading in Borsa tra i parlamentari statunitensi

Partiamo dai dati. Quasi il 50% dei parlamentari possiede azioni, secondo Common Cause, organizzazione statunitense indipendente per la trasparenza istituzionale. Considerando anche chi ha investito solo in fondi comuni, Etf e fondi pensione, si arriva al 94%. Un quarto del Congresso ha comprato o venduto titoli in questa legislatura.

La legge lo consente, a patto di dichiarare l’operazione entro quarantacinque giorni. Si tratta di un obbligo introdotto nel 2012 con lo Stock Act, ma sistematicamente violato. Solo nell’ultimo mese, secondo il sito di inchiesta Notus, sette membri del Congresso non hanno rispettato i termini. Tra questi compare proprio il presidente della Commissione etica per il congresso, che dovrebbe vigilare sulle regole e i comportamenti dei rappresentanti. D’altra parte, l’ammontare delle sanzioni (pari a circa duecento dollari) risulta troppo basso per scoraggiare la pratica.

Democratici e repubblicani si accusano a vicenda di insider trading

Nel caso citato, il deputato Bresnahan, ex-amministratore delegato di un’impresa di impiantistica elettrica, si difende dicendo di affidarsi a un consulente finanziario che opera senza informarlo delle singole operazioni. La sua campagna respinge come non veritiere le ricostruzioni della sindaca Cognetti. I sondaggi, secondo il New York Times, darebbero comunque un vantaggio risicato alla sfidante democratica.

L’arma del trading è usata in maniera diffusa nella campagna elettorale, anche al di là delle regolamentazioni previste. Ad esempio, in Virginia la deputata repubblicana Jen Kiggans ha accusato ripetutamente l’ex-deputata democratica Elaine Luria di insider trading, cioè di aver comprato o venduto titoli sfruttando informazioni rilevanti non ancora pubbliche. Senza indicare però operazioni specifiche. Dietro l’accusa c’è, infatti, un caso diverso. Luria deteneva tra i 5 e i 25 milioni di dollari in azioni Nvidia mentre votava, nel 2022, un pacchetto industriale da 280 miliardi per i semiconduttori. Il suo staff ha respinto le accuse come infondate.

Un conflitto d’interesse dello stesso tipo, strutturale più che episodico, riguarda anche il repubblicano Rob Wittman. I democratici lo accusano di aver scambiato oltre 2,5 milioni di dollari in titoli della difesa – tra cui Lockheed Martin e Honeywell – mentre sedeva nella commissione Forze armate della Camera.

Una nuova legge vieta ai parlamentari di comprare azioni, ma non chiude la partita

Il 22 luglio, con 232 voti favorevoli e 198 contrari, la Camera a maggioranza repubblicana ha approvato lo Stop Insider Trading Act. Si tratta di una legge che vieta ai parlamentari di acquistare nuovi titoli individuali. Per i democratici, il provvedimento è insufficiente perché vieta solo i nuovi acquisti ma non le vendite di azioni già possedute. E, soprattutto, non si applica al presidente degli Stati Uniti.

Al Congresso sono state depositate proposte ben più severe. Al Senato, i democratici da anni chiedono l’obbligo di un blind trust (un fondo gestito da terzi, senza che il titolare sappia cosa contiene) per parlamentari, coniugi e figli a carico, con sanzioni pari all’intero stipendio in caso di violazione. Risale invece al 2020 la proposta bipartisan Trust in Congress Act, confluito nel 2025 nel più ampio Restore Trust in Congress Act, che vieterebbe a parlamentari e familiari di possedere o negoziare azioni individuali.

Un’altra proposta bipartisan, sostenuta da repubblicani e democratici, è stata recentemente approvata in Commissione al Senato. Il testo è un compromesso che estenderebbe il divieto anche al presidente e al vicepresidente degli Stati Uniti. Ma l’iter è bloccato e non c’è una data per il voto in aula.

Nel frattempo, l’eco mediatica dello Stop Insider Trading Act entra in gioco nella campagna per le elezioni di midterm. Il gruppo repubblicano Choose Freedom Inc. ha infatti speso circa nove milioni di dollari in spot pubblicitari che elogiano i deputati repubblicani per il sostegno alla legge della Camera. In particolare, gli sforzi si concentrano in una ventina di collegi in bilico, incluso quello in cui corre per la rielezione il deputato Bresnahan, tra i più attivi nelle compravendite azionarie.

Il paradosso: lo Stop Insider Trading Act riguarda il Congresso ma non la Casa Bianca

In tutto questo, c’è un elefante nella stanza. Infatti lo Stop Insider Trading Act esclude esplicitamente la presidenzaSecondo un calcolo di Fortune, Donald Trump avrebbe effettuato circa 3.600 operazioni di Borsa nel solo primo trimestre 2026. Nessuna di esse è toccata dalla nuova legge.

E non è una novità. Il precedente più citato riguarda i dazi. Il 9 aprile 2025, poche ore prima di annunciare una sospensione di novanta giorni delle tariffe reciproche che fece impennare i mercati (S&P 500 a +9,5% in un giorno), Trump scrisse su Truth Social «THIS IS A GREAT TIME TO BUY!!!». La coincidenza spinse i democratici a chiedere un’indagine alla Sec (l’equivalente della nostra Consob), dopo volumi anomali di scommesse in opzioni registrati nei minuti precedenti. Non è stato però rilevato alcun collegamento diretto.

Ma questa prassi ora è oggi un prodotto finanziario a listino. Dal primo agosto 2026 Trump Media & Technology Group vende a banche e società di trading un accesso anticipato, in millisecondi, ai post più rilevanti per i mercati pubblicati su Truth Social, incluso l’account di Trump. Il servizio, Truth API, costa tra 60mila e 100mila dollari al mese e conta già almeno cinque clienti istituzionali. Una giurista del Boston College, interpellata da Fortune, fa notare che le informazioni sensibili di un presidente in carica dovrebbero restare patrimonio pubblico, non un prodotto in vendita.

Gli evidenti conflitti di interessi di Donald Trump restano impuniti

A questo si aggiungono le criptovalute. La famiglia Trump ha incassato oltre un miliardo di dollari nell’ultimo anno da attività legate al settore, secondo la dichiarazione patrimoniale ripresa da National Public Radio. Si parla di oltre 500 milioni dalla piattaforma di famiglia World Liberty Financial e oltre 600 milioni da un meme coin legato al suo nome.

Un fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti ha investito due miliardi di dollari in una stablecoin collegata alla stessa piattaforma. Pochi giorni dopo, secondo Pbs, l’amministrazione ha concesso agli Emirati un accesso più ampio ai chip statunitensi per l’intelligenza artificiale, alimentando sospetti di uno scambio di favori.

A metà agosto, infine, le autorità bancarie hanno concesso a World Liberty Financial l’approvazione preliminare per diventare una banca autorizzata. Un conflitto d’interesse all’ennesima potenza, dato che dovrebbe essere la stessa amministrazione Trump a dover vigilare sull’istituto di famiglia.

Il risultato è un doppio standard di trattamento tra Congresso e presidente. L’ex deputato Tom Malinowski lo ha sintetizzato in una domanda raccolta dalla testata digitale Semafor: perché applicare un divieto a un parlamentare al primo mandato e non al presidente degli Stati Uniti?

Le accuse all’estabilishment infiammano la campagna per le elezioni di midterm

Trump si muove al di là delle leggi, ma il tema del trading in Borsa dei parlamentari statunitensi funziona benissimo in campagna elettorale. Perché consente di accusare il Congresso e i politici in maniera generalizzata, stuzzicando il sentimento anti-establishment.

Non serve essere esperti per capire che un parlamentare può influenzare il valore di un titolo con un’audizione o un voto, a differenza di meccanismi di corruzione più complessi. Ma è un sostituto povero rispetto ai problemi reali che corrodono la fiducia nella politica statunitense, a partire dal finanziamento opaco della politica.

Con il risultato surreale di vedere che i ricavi delle operazioni del presidente Trump (un miliardo di euro) superano l’intero ammontare delle compravendite di azioni dell’intero Congresso. Senza però essere regolamentati da nessuna parte.

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