Lobbismo al contrario: Trump chiede a Big Oil di estrarre di più

Lo rivelano due giornalisti del New York Times in un libro pieno di retroscena su dazi, Venezuela, ed attacchi alle rinnovabili

Il presidente statunitense Donald Trump nello Studio Ovale © Joyce N. Boghosian/Wikimedia Commons

Siamo abituati ai lobbisti che fanno pressione sui politici. Non siamo preparati, forse, ai politici che fanno pressione sui lobbisti. Ma nell’era di Trump, è giunta l’ora di farci il callo. A sostenerlo sono Maggie Haberman e Jonathan Swan, giornalisti del New York Times e autori di Regime Change – Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, appena pubblicato negli Stati Uniti per Simon & Schuster.

Il libro è la cronistoria della prima parte del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma è anche l’analisi di come è cambiato il lobbismo, specie quello fossile, in questa nuova era politica. E la novità è che, nel racconto di Haberman e Swan, gli emissari delle grandi aziende dell’oil&gas non devono più convincere i politici delle loro ragioni. È direttamente il presidente degli Stati Uniti a mettersi a loro disposizione. E, se necessario, ad incitarli ad andare oltre.

Stato e fossile: Trump al servizio dell’oil&gas

A marzo del 2025, alla Casa Bianca, Donald Trump e il suo entourage si sono riuniti con i dirigenti delle principali compagnie dell’energia fossile statunitensi. I dettagli di quella riunione, come spiega il New York Times nella sua newsletter specializzata Climate Forward, sono rimasti segreti. Almeno, lo sono rimasti fino alla pubblicazione di Regime Change. I due giornalisti autori del libro hanno ricostruito la dinamica di quell’incontro. Il racconto che ne viene fuori è notevole.

Gli aneddoti si sprecano. Ad un certo punto dell’incontro, i delegati di una delle aziende presenti iniziano a lamentarsi di alcune leggi ambientali recentemente approvate dagli Stati di New York e del Vermont, a guida democratica. Stephen Miller, uno dei consiglieri di Trump, risponde «non preoccupatevi, ci penso io». Nel farlo, scrive un messaggio alla procuratrice generale Pam Bondi. Nel giro di due mesi, il governo federale fa causa a Vermont e New York.

«Fate sì che accada, e verrà fatto»

In un momento differente, l’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, si lamenta delle politiche climatiche dell’Unione europea. Subito Trump ordina di imporre nuovi dazi all’UE. L’obiettivo è quello di costringere il Continente ad allentare le sue regole relative alla decarbonizzazione. Un’altra multinazionale, Chevron, in quella stessa occasione segnala anche le opportunità che deriverebbero dal controllo delle risorse petrolifere del Venezuela. Meno di un anno dopo, come sappiamo, gli Stati Uniti quel controllo se lo sono assicurati per davvero.

«[Gli amministratori delegati] erano quasi in soggezione», ha detto Swan a Climate Forward. «Non c’era traccia di un vero iter politico. I ceo esponevano i loro problemi e Trump praticamente rispondeva: “fate sì che accada, e verrà fatto”».

Lobbismo al contrario: il governo spinge i ceo

Il racconto di Haberman e Swan non punta solo in direzione di un’enorme disponibilità della Casa Bianca nei confronti dei desiderata di Big Oil. Ancora dall’intervista a Swan: «Non erano i dirigenti petroliferi a fare la voce grossa […] ma i membri dell’amministrazione». Di fatto, è il ribaltamento della normale logica del lobbismo. In questo caso è il governo a spingere per la massima deregolamentazione possibile. Persino al di là delle pretese dei ceo. Il tutto in nome del “drill baby drill”, la politica energetica di Trump basata sull’estrazione massiccia di idrocarburi e il boicottaggio delle energie rinnovabili. Una strategia volta, secondo alcuni analisti, a creare un «impero del petrolio», come abbiamo spiegato su Valori.

«Per i manager dell’oil&gas era un territorio del tutto nuovo», ha spiegato Swan. «Sono abituati a fare lobbing per ottenere governi più accomodanti, e invece si sono ritrovati davanti un governo che faceva lobbing su di loro perché fossero più aggressivi. Un governo che diceva: “ConocoPhillips, Exxon, Chevron, non state trivellando abbastanza. Non siete abbastanza aggressivi. Noi apriamo i rubinetti, togliamo ogni freno, facciamo tutto quello che volete. L’unica condizione è che ci diate immediatamente una produzione energetica straordinaria”».

Scandali senza conseguenze per la Casa Bianca

Regime Change – Inside the Imperial Presidency of Donald Trump è stato accolto con interesse, ma non con stupore. Nonostante i tanti aneddoti inediti rilevati, lo stile trumpiano di gestione dello Stato è ormai noto e commentato. Di aver chiesto alle aziende del fossile di estrarre quanto più possibile e in ogni dove, d’altronde, lo stesso presidente si è vantato più volte.

A far notizia, per certi versi, è il fatto stesso che queste rivelazioni non abbiano alcun effetto sulla tenuta politica del governo statunitense. Come scrive Fintan O’Toole, nella sua recensione del libro: «Cosa possono fare i giornalisti in un mondo in cui non c’è vergogna e, a quanto pare, nessuna conseguenza?».

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