Allarme stranded asset nel Regno Unito: “valanga” di perdite in arrivo
Il forum per la finanza sostenibile britannico stima perdite ingenti per chi investe nelle fossili, destinate a diventare stranded asset
Troppe società dell’oil&gas stanno scommettendo su una domanda che, in un mondo in via di decarbonizzazione, non si materializzerà. Per cui il rischio è che a pagare il conto alla fine sia il pubblico. Così James Alexander, il Ceo di Uk Sif – il forum per la finanza sostenibile britannico, alter ego del Forum per la Finanza Sostenibile italiano –, ha commentato un recente report prodotto dalla sua organizzazione. In cui fin dal titolo (“Stranding”) si torna a puntare il dito in modo allarmante sugli stranded asset.
Prepararsi alla “valanga” degli stranded asset
Gli stranded asset sono gli asset incagliati. Quelle attività finanziarie – in primis gli investimenti nelle fossili – a rischio di perdere pesantemente e repentinamente valore una volta che il mondo avrà imboccato con decisione la strada dell’uscita dall’era delle fossili.
Sia chiaro: il mondo non lo sta facendo o comunque non alla velocità supersonica che la gravità della situazione richiederebbe. Ma prima o poi vi sarà costretto. A esserne pienamente consapevole è soprattutto chi si occupa di investimenti, prestazioni previdenziali, assicurazioni, e per mestiere prefigura scenari futuri a termine il più lungo possibile. Sono queste persone a sapere con certezza che l’uscita dalle fossili non è più una questione di se, ma di quando. E bisogna essere pronti. Altrimenti, finanziariamente parlando, si finirà travolti. La “valanga” è in arrivo, insomma. In estrema sintesi è il messaggio lanciato dal report di Uk Sif, curato in collaborazione con un’azienda spin-out dell’Università di Exeter, Trex (Transition Risk Exeter), che si occupa di analisi di scenario climatiche per gli investitori. Ed è una valanga misurabile a suon di migliaia di miliardi di dollari.
Gli stranded asset provocheranno migliaia di miliardi di perdite entro il 2040
Lo studio ha analizzato il rischio di stranding asset in base alle attuali politiche climatiche orientate verso gli obiettivi “net zero” (emissioni nette di gas serra uguali a zero). Obiettivi, tra l’altro, che molti ritengono insufficienti e in particolare ambigui, perché basati su tecnologie e meccanismi di compensazione delle emissioni perlomeno discutibili. Per cui sono sempre di più le voci, come quelle della campagna Real Zero Europe, che chiedono di tagliare effettivamente e drasticamente le emissioni eliminando progressivamente l’utilizzo delle fossili, fino allo “zero reale”: il phase-out su cui si litiga alle Cop.
Secondo lo studio, a livello globale l’esposizione economica al rischio di stranding (cioè il rischio di perdite) degli asset legati alle fossili entro il 2040 ammonta a quasi 2.300 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, l’esposizione è calcolata in 141 miliardi di dollari: poco meno di 3.300 dollari a persona (adulti che lavorano). Restringendo il campo ai soli fondi pensione britannici, 19 miliardi di dollari (oltre il 13% dell’esposizione complessiva britannica) di asset fossili presenti nei loro portafogli rischiano di diventare incagliati.
Numeri pesanti. Che tuttavia impallidiscono a confronto con le previsioni di perdite collegate all’inazione climatica. In uno scenario tra i 2,5 e i 2,9 gradi centigradi di riscaldamento globale, verso il quale sembra siamo purtroppo diretti, il costo derivante dall’intensificarsi dei disastri naturali provocati da un clima impazzito si stima arriverebbe globalmente a 12.500 miliardi di dollari al 2050.
Tempo di agire. Per ognuno di noi
È vero, di stranded asset si parla da anni. Almeno da quando la campagna mondiale per il fossil fuel divestment portò alla ribalta il concetto di asset incagliati, sviluppato dal think tank Carbon Tracker, guarda caso britannico. Ma fa specie che oggi, alle tante che da tempo suonano l’allarme, si unisca una voce come quella del Sif britannico. Solitamente compassata e per missione orientata a sostenere il business della finanza che si dice attenta a questioni sociali e ambientali, non a denunciarne criticità e greenwashing a mo’ di watchdog.
La speranza allora è che parlando direttamente al portafoglio delle persone si riesca a spingere all’azione anche chi finora non è stato smosso dalla crisi climatica nella coscienza. Anche perché questo studio ha evidenziato che è proprio chi sta alla base del sistema finanziario a rischiare di portare il maggior peso delle perdite di cui si parla. Cioè tutti noi.
Le domande che i fondi pensione dovrebbero porsi
Il report si focalizza sui fondi pensione che, nel Regno Unito, si calcola abbiano oltre 100 miliardi di euro di asset investiti nelle fossili. È giunta l’ora che i sottoscrittori di questi fondi almeno inizino a porsi delle domande. Tipo: il fondo che dovrebbe garantirmi la pensione continua a investire nelle fossili? Se sì, cosa posso fare io per spingerlo a cambiare rotta? O non mi resta che cambiare fondo? Perché far gestire i propri soldi a chi continua a investire nelle fossili, sordo a ogni allarme, significa piazzare bombe a orologeria nella propria pensione, cioè nel proprio futuro. Bombe che prima o poi esploderanno.
Quanto al darsi delle risposte, nel Regno Unito numerose iniziative, ad esempio quelle di Uk Divest e di Friends of the Earth Scotland, spingono e insegnano a disinvestire da fondi pensione “fossili” e a indirizzarsi verso fondi pensione fossil-free (sarebbe interessante che venissero proposte su base sistemica anche in Italia). Per tornare alle parole con cui il Ceo di Uk Sif ha commentato il rapporto, Alexander ha affermato che il modo più sicuro per compensare il rischio di perdite collegato agli stranded asset è investire in settori che prospereranno con il declino dei combustibili fossili. Un esempio? Le energie rinnovabili, ça va sans dire.