Reclaim Finance: «Sul sostegno alle fossili le banche continuano in direzione sbagliata»

Secondo Léa Miomandre i numeri complessivi della finanza fossile restano preoccupanti: oltre metà dei prestiti 2025 va a chi espande il business fossile

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Eppure senza di loro l’industria fossile non potrebbe espandersi: sono i prestiti e le sottoscrizioni a rendere possibili nuove trivelle, gasdotti, centrali e terminal. Da dieci anni il rapporto Banking on Climate Chaos misura esattamente questo, istituto per istituto.

L’edizione 2026 racconta un sistema che non rallenta. E, soprattutto, racconta una concentrazione sempre più stretta e un dietrofront: dopo il crollo della Net-Zero Banking Alliance, molti istituti hanno abbandonato i loro stessi impegni.

In questo dossier i numeri, le due banche italiane, il caso del Gnl, il prezzo che paghiamo in instabilità e le poche eccezioni che dimostrano che si può finanziare diversamente. Perché oggi, troppo spesso, le banche sono nemiche del clima.

Gli articoli che compongono il dossier:


Quella del 2026 è la terza edizione di Banking on Climate Chaos su cui ha lavorato Léa Miomandre, research analyst presso Reclaim Finance e membro del team che ha creato il dataset su cui è basato il rapporto. Le abbiamo chiesto di darci il suo punto di vista per approfondire alcune questioni evidenziate nello studio. «Disinvestire dalle fossili – dice – non è mai stato così importante: per il clima, per la salute delle persone, per l’indipendenza energetica».

Léa Miomandre di Reclaim Finance spiega perché disinvestire dalle fossili
Léa Miomandre, research analyst presso Reclaim Finance

Visto che nel rapporto di quest’anno c’è qualche buona notizia, si può dire che il bicchiere sia mezzo pieno o sarebbe un eccesso di ottimismo?

Sarebbe in effetti troppo ottimistico. Nel complesso le banche continuano in direzione sbagliata, sebbene alcune stiano prendendo un’altra strada. Se guardiamo ai numeri totali, sono preoccupanti. Il sostegno finanziario al settore fossile ha continuato a crescere anche lo scorso anno, in aumento sul 2024 che era a sua volta in aumento sul 2023. E oltre la metà dei finanziamenti nel 2025 è andata a società che stanno sviluppando nuovi progetti fossili, il che è totalmente incompatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi.

Il Gnl (gas naturale liquefatto) ha fatto boom nel 2025, idem la finanza che lo sostiene: oggi è il “nemico pubblico numero uno” in prospettiva climatica?

Se vogliamo parlare di “nemici”, sono più di uno. La stessa produzione di combustibili fossili può essere considerata tale. Ciò che impressiona negativamente è il finanziamento delle infrastrutture di trasporto delle fossili, incluse quelle per il Gnl. È schizzato alle stelle aumentando di oltre l’80% in un anno ed è il maggiore trend di crescita registrato. Inoltre, c’è da aspettarsi che continui nei prossimi anni. La priorità per ogni banca dovrebbe essere quella di interrompere i finanziamenti a qualsiasi società con nuovi progetti fossili, ciò che nel report chiamiamo expansion: che si tratti di produzione dei combustibili fossili, del trasporto o anche della produzione di elettricità col gas. Questo è il nemico numero uno.

Venture Global, colosso statunitense del Gnl, è stato il maggior beneficiario di finanziamenti bancari nel 2025 e secondo il report è stato salvato dalle guerre. Contrastare la finanza fossile e la finanza armata è alla fine praticamente la stessa cosa?

Le lotte contro la finanza fossile e l’industria della difesa sono chiaramente intrecciate, basta vedere la crescita dei profitti delle società oil&gas conseguente ad esempio alla chiusura dello Stretto di Hormuz. È molto importante quindi riconoscere che il finanziamento delle società fossili non solo aumenta la dipendenza dalle fonti fossili ma accresce l’instabilità geopolitica. Per questo è fondamentale che le banche smettano di finanziare l’espansione del business fossile e sostengano massicciamente il settore delle energie rinnovabili.

La prima richiesta del report alle banche è di «escludere immediatamente qualsiasi finanziamento per l’espansione dei combustibili fossili». Perché c’è tanta resistenza, nonostante tutti gli organismi internazionali competenti dicano da anni che è la prima cosa da fare per arginare la crisi climatica?

Mettere uno stop al finanziamento dell’espansione del business fossile è la cosa giusta da fare da ogni punto di vista. La maggior parte delle banche non si sta ritirando da questo business perché nel breve periodo è estremamente redditizio. Ciò anche in virtù di quelli che nel report chiamiamo gli shock energetici gemelli, dovuti all’invasione russa dell’Ucraina e alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che hanno riabilitato l’industria dell’oil&gas. Disinvestire dalle fossili, su tutta la gamma degli strumenti finanziari a disposizione delle banche, è senz’altro una scelta politicamente coraggiosa, ma necessaria. Le banche che stanno andando in questa direzione dimostrano che si può fare.

La prima richiesta invece ai governi, basata anche sull’Advisory opinion della Corte internazionale di giustizia del 2025 sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamenti climatici, è di «attuare riforme macroprudenziali, di politica monetaria e di regolamentazione finanziaria che tengano conto dei rischi reali della dipendenza dai combustibili fossili e che diano priorità alla stabilità delle energie pulite». Crede che le tensioni geopolitiche a cui abbiamo già accennato faranno finalmente aprire gli occhi ai governi?

È ciò che si spera, perché, di nuovo, è la cosa giusta da fare in termini di indipendenza energetica. Ma è difficile fare delle previsioni. Quello che abbiamo visto in questi mesi, ad esempio in Francia, è uno spostamento del discorso politico verso la necessità di costruire indipendenza energetica. Sono necessarie regolamentazioni per impedire alle banche di finanziare le fossili.

A metà giugno a Bonn si terranno gli incontri preparatori della Cop31 in Turchia: cosa possiamo aspettarci riguardo alla finanza fossile? Crede che la prima Conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili di Santa Marta possa essere di pungolo alle Cop?

Credo che sia condivisibile che serve una regolamentazione per far sì che le banche limitino i rischi legati al clima. Tuttavia le discussioni alle Cop spesso sono deludenti, temo andrà così anche alla Cop31. La Conferenza di Santa Marta è stata un passo avanti, limitato però dal fatto che non erano presenti Paesi-chiave come gli Stati Uniti, dove hanno sede grandi compagnie petrolifere e grandi banche che le sostengono. Vedo poi che in un altro contesto politico importante come il G7 in Francia (dal 15-17 giugno a Évian, ndr.) i temi legati alle fossili e al clima sono stati esclusi dall’agenda. È indispensabile allora continuare a fare pressione per chiedere un cambio di rotta. Il phase out delle fossili dev’essere nell’agenda di ogni grande summit internazionale.

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