Cancellare i programmi Dei non conviene: lo dice uno studio di Berkeley
Il ricercatore Jacob Grumbach ha confrontato performance azionarie e ricavi: chi ha resistito, come Apple e Microsoft, non ha perso terreno
In breve
- Le aziende statunitensi che hanno mantenuto i programmi Dei nonostante le pressioni di Trump hanno ottenuto risultati finanziari pari o migliori delle concorrenti che li hanno cancellati.
- Lo studio, firmato dal ricercatore di Berkeley Jacob Grumbach, confronta performance azionarie e ricavi delle aziende dell’S&P 500 prima e dopo l’ordine esecutivo anti-Dei di Trump.
- Il caso Apple, che ha respinto le pressioni degli azionisti e di Trump stesso, dimostra che resistere alla crociata anti-Dei non comporta alcun costo finanziario.
Sin dall’inizio del suo secondo mandato il presidente statunitense Donald Trump ha ingaggiato una battaglia contro le politiche di diversità, equità e inclusione (Dei). Le ha bollate come pilastro della fantomatica “ideologia woke”. A fine gennaio 2025 i funzionari del governo federale che si occupavano di queste tematiche sono stati messi in congedo retribuito. Nel frattempo venivano presi provvedimenti per cancellare i programmi a cui erano assegnati. Trump ha esercitato pressione anche sul settore privato. Nel giro di poche settimane sempre più grosse società statunitensi hanno cancellato o fortemente ridimensionato i loro programmi di diversità e inclusione. Tra le prime, McDonald’s, Ford e Meta. A luglio 2025 un’azienda statunitense su cinque aveva preso questo indirizzo.
A pesare in questo senso il timore di subire ripercussioni in termini di business. E la volontà opportunistica di mantenere buoni rapporti con il potere polico. Altre aziende hanno però deciso di “resistere” e mantenere il loro impegno nelle tematiche Dei. Ora uno studio dell’università di Berkeley evidenzia che questo non ha causato loro ripercussioni economiche negative. Anzi, in alcuni casi si è tradotto in migliori risultati. Sintomo di come l’impatto della crociata anti-Dei di Donald Trump sul comparto privato statunitense sia stato sovrastimato.
I rischi economici per le aziende che resistono a Trump
Jacob Grumbach, esperto di politiche pubbliche presso l’Università di Berkeley, ha messo a confronto i risultati economici di alcune aziende dell’indice S&P 500. Da una parte quelle che hanno mantenuto il proprio impegno in materia di diversità, equità e inclusione. Dall’altra quelle che lo hanno smantellato o ridimensionato a seguito delle pressioni di Donald Trump. L’esercizio è servito per valutare, più in generale, il modo in cui le pressioni politiche possono influenzare l’attività delle aziende. E quanto sia opportuno per esse resistere oppure obbedire.
Ci sono vari modi in cui un’azienda potrebbe subire ripercussioni negative se decidesse di fare muro alle pressioni di chi detiene il potere politico. In questo caso, nell’ambito delle tematiche Dei. Lo studio cita innanzitutto una maggiore pressione regolatoria, con più controlli e nuovi provvedimenti capaci di influenzare l’attività aziendale. C’è poi la perdita di vantaggi politici, come le buone relazioni con i decision-maker e i conseguenti benefici normativi che ne possono derivare. Un altro fattore è la disaffezione degli investitori che, a causa del disallineamento politico dell’azienda potrebbero decidere di vendere le azioni e farne diminuire il valore. Infine, ci sono le scelte dei consumatori, che potrebbero non vedere di buon occhio chi resiste alle politiche di un presidente eletto dalla maggioranza degli elettori.
Naturalmente vale anche l’inverso. Un’azienda che per anni ha professato politiche Dei può perdere credibilità agli occhi di dipendenti, investitori e consumatori se decide di fare dietrofront.
Mantenere i programmi Dei non causa perdite, anzi
Per comprendere l’impatto economico dato dal mantenimento o dall’abbandono dei programmi Dei, lo studio dell’Università di Berkeley ha guardato alle aziende dell’S&P 500. Nello specifico, ha preso in considerazione due elementi.
In primo luogo la performance sul mercato azionario. Lo studio confronta la variazione nel valore delle azioni delle imprese resistenti, prima e dopo l’ordine esecutivo di Donald Trump. Il confronto è con le imprese che hanno invece ridimensionato i programmi Dei. In secondo luogo i ricavi delle imprese, così da considerare, oltre alla variabile degli investitori, anche quella dei consumatori.
Il caso Apple mostra che la crociata anti-Dei è sovrastimata
Le conclusioni del paper sono chiare. Le aziende che hanno mantenuto attivi i loro programmi Dei hanno ottenuto risultati finanziari almeno pari a quelli delle aziende che li hanno interrotti. In alcuni casi, persino migliori. «Le grandi aziende sembrano aver ceduto alle pressioni senza alcun vantaggio economico», sottolinea Jacob Grumbach. Il ricercatore cita Citigroup, Dollar General, Ibm, Target e Walmart tra le aziende che hanno recepito gli ordini esecutivi di Donald Trump. Le aziende “resistenti” (in modalità variabili) sono invece Apple, Cisco, Costco, Delta Airlines, Dollar Tree, JPMorgan Chase, Microsoft e Pfizer.
Proprio Apple è uno dei casi analizzati più in profondità nello studio. Il suo caso dimostra come le aziende abbiano sovrastimato la crociata anti-Dei di Donald Trump in termini di impatto sul business nel momento in cui hanno deciso di seguirne i dettami. Quando gli azionisti di Cupertino hanno respinto una risoluzione contro i programmi Dei, Trump ha attaccato Apple con un post sul suo social Truth. Un modo per fare ulteriore pressione perché abbandonasse il suo impegno nella Dei. L’azienda è andata avanti per la sua strada e questo non ha avuto alcun impatto negativo in termini finanziari nelle settimane successive.



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