Sussidi ambientalmente dannosi: in 15 anni l’Italia ha speso 436 miliardi per le fossili
Il nuovo rapporto Legambiente sui Sad chiede al governo di eliminare 23 miliardi di sussidi fossili entro il 2030
Invece che di “transizione ideologica” bisognerebbe iniziare a parlare di “dipendenza ideologica”, ovviamente dalle fonti fossili. Altrimenti è difficile spiegare quanto emerso dall’ultimo rapporto di Legambiente sui Sad, i sussidi ambientalmente dannosi. Che dimostra come il nostro Paese continui ad andare in una direzione ostinata a contraria rispetto a quella che andrebbe urgentemente presa, visti gli impatti della crisi climatica e anche dell’incandescente situazione geopolitica a tutti nota.
Cosa sono i Sad e quanto costano agli italiani
I Sad sono misure di vario tipo (trasferimenti, agevolazioni fiscali, sostegno ai prezzi o ai redditi) con cui i governi incentivano direttamente o indirettamente il consumo o la produzione di determinati prodotti che hanno però un impatto negativo sull’ambiente. Legambiente li monitora dal 2011 e ha calcolato che in questi quindici anni la spesa complessiva per i Sad in Italia ha raggiunto i 436 miliardi di euro, di cui oltre 48 miliardi nel 2024. In media, poco meno di 30 miliardi di euro l’anno.
Pur tenendo presente che sui picchi del 2022 e 2023 (94 e 78 miliardi di euro rispettivamente) hanno influito le risorse destinate dal governo all’emergenza energetica, si tratta di cifre monstre. Che fanno subito pensare a come sarebbe potuto essere oggi il nostro Paese se fossero state spese per accelerare la transizione ecologica e incrementare un’indipendenza energetica autentica invece che per consolidare una dipendenza patologica dalle fossili.
La questione dei Sad riguarda infatti da vicino non solo ambiente e clima: «È un tema sociale, di democrazia e geopolitico», ha sottolineato Katiuscia Eroe, responsabile energia Legambiente, nel webinar organizzato insieme a ReCommon per la presentazione ufficiale del rapporto. Dove ha spiegato come in questi quindici anni lo studio si sia evoluto in termini di affinamento metodologico e di approfondimento, ad esempio con l’estensione del calcolo dei Sad anche a settori altri (trasporti, edilizia, agricoltura e pesca) rispetto a quello energetico.
Energia, edilizia, trasporti: come sono distribuiti i 48 miliardi di Sad nel 2024
I 48,3 miliardi di euro di Sad spesi dal governo nel 2024 sono stati distribuiti in 76 voci, fra attività, opere e progetti connessi alle fossili e alle attività inquinanti.
Il più sussidiato è il settore energetico, con oltre 14 miliardi di euro (quasi 4 miliardi in più sull’anno precedente): agevolazioni Iva (3,6 miliardi), rilascio di quote gratuite di carbonio del sistema Ets (2,9 miliardi), prestiti e garanzie pubbliche a Sace e Cdp per impianti e infrastrutture fossili (2 miliardi) sono le voci più rilevanti. Dietro all’energia c’è l’edilizia (9 miliardi), poi i trasporti (8,7 miliardi) e l’agricoltura e pesca (circa 1 miliardo).
Ma il problema non è solo nei dati che ci sono. Come il rapporto ha evidenziato, è anche nei dati che non ci sono, o sono poco chiari, o incoerenti. Sui Sad, insomma, una parte bella grossa della questione riguarda disponibilità, trasparenza e omogeneità dei dati. Specie con riferimento al Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli che il ministero dell’Ambiente (oggi Mase) elabora annualmente. Perché si sa: se non si misura in modo adeguato, diventa poi difficile per non dire impossibile intervenire per produrre il cambiamento che si desidera.
Il Catalogo Sad del Mase: voci non quantificate, assenti e 11,9 miliardi non contabilizzati
In riferimento al Catalogo, il rapporto evidenzia una serie di criticità che impediscono di quantificare i Sad in modo corretto ed esaustivo.
Ci sono 18 voci di sussidi non quantificate (ad esempio l’Iva agevolata), fra cui voci che si presentano allo stesso modo da diversi anni. Ci sono 14 voci di sussidi assenti (ad esempio l’inadeguatezza di royalties e canoni per le trivellazioni), che secondo Legambiente valgono in totale 11,9 miliardi di euro non contabilizzati. Per altre 11 voci di spesa non vi è corrispondenza (la differenza è di quasi 380 milioni di euro) tra quanto riportato nel Catalogo e i documenti della Ragioneria dello Stato. Infine, ci sono 18 voci di Sussidi ambientalmente incerti (Sai) che valgono 26,4 miliardi di euro: sono quelli che, sostenendo attività dannose per l’ambiente ma anche componenti innovative, non sono classificati come “favorevoli” ma neanche contabilizzati come “dannosi”, finendo per restare fuori da qualsiasi possibilità di rimodulazione.
Eliminare i sussidi alle trivellazioni e tagliare 23 miliardi entro il 2030: le proposte di Legambiente
Per invertire la rotta sui Sad, il rapporto indirizza direttamente al governo una serie di proposte concrete.
Una delle priorità è eliminare i sussidi alle trivellazioni, a causa dei quali nel 2024 lo Stato ha avuto mancati introiti per quasi 550 milioni di euro. Si chiede di eliminare prestiti e garanzie pubblici (Sace e Cdp) specie con riguardo al gas. Poi, di rimodulare i contributi agli impianti di centrali a fonti fossili (che invece tra 2023 e 2024 sono cresciuti, da 1,02 a 1,18 miliardi di euro) per incentivare il passaggio alle rinnovabili. Nel complesso ci sono 23,1 miliardi di euro di SAD da eliminare e 25,2 miliardi da rimodulare. Con la richiesta di ridurre progressivamente e arrivare a eliminare i Sad entro il 2030.
Un’altra richiesta fondamentale riguarda la quantificazione completa e omogenea dei Sad, risolvendo le criticità del Catalogo di cui s’è detto. Ulteriori richieste sono l’aumento delle risorse (da reperire appunto anche attraverso il taglio dei sussidi alle fossili) da destinare ai Paesi più poveri e climaticamente più vulnerabili, la riforma di accise e tasse sui combustibili fossili (ispirata al principio “chi inquina paga”), e la riforma anche degli incentivi all’edilizia (per spingere l’edilizia sostenibile). Solo che per fare tutto questo serve un piano che attualmente non c’è.




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