Svizzera, un’iniziativa popolare chiede di vietare la finanza fossile
Il Consiglio federale boccia la proposta, sostenuta però dal 58% dei cittadini: saranno le urne a decidere se cambiare la Costituzione
In breve
- In Svizzera un’iniziativa popolare, sostenuta da oltre 145mila firme, chiede di modificare la Costituzione per vietare alla finanza il sostegno all’espansione del business fossile.
- La proposta lascia margine di manovra su piani di transizione e obiettivi, ma impone agli attori finanziari di allineare le operazioni estere agli standard climatici internazionali.
- Il Consiglio federale ha bocciato l’iniziativa, ma il 58% dei cittadini svizzeri la sostiene: decideranno le urne, con voto popolare e Cantoni entrambi richiesti per farla diventare legge.
In pieno agosto è stata segnata un’ulteriore tappa di una battaglia legislativa che potrebbe accelerare il percorso di abbandono (forzato) dell’industria fossile da parte della finanza. Anche perché riguarda un Paese simbolo di questo mondo, la Svizzera.
Il 16 aprile di quest’anno presso la Cancelleria federale elvetica è stata consegnata l’iniziativa popolare “Per una piazza finanziaria svizzera sostenibile e orientata al futuro”. A sostenerla è un’ampia alleanza in cui figurano organizzazioni della società civile, banche alternative, rappresentanti del mondo politico e finanziario. Soprattutto, è portata avanti “a furor di popolo”, avendo raccolto l’adesione di oltre 145mila cittadini.
Può sembrare strano che ciò accada in Svizzera, un piccolo Paese con un contributo diretto marginale alle emissioni globali di gas serra. Ma, se si considera il suo settore finanziario, le cose cambiano. «La piazza finanziaria svizzera – spiega Susanna Petrone di WWF Svizzera, che è parte dell’alleanza di cui si diceva – è la leva ambientale più potente del Paese, con un impatto sull’ambiente 14-17 volte superiore alle emissioni dirette. Continuare a fare eccezioni per il settore finanziario, mentre tutti gli altri devono rispettare regole ambientali, non è né giusto né sostenibile».
Stop alla finanza fossile nella Costituzione svizzera, perché l’autoregolamentazione ha fallito
L’iniziativa si pone l’obiettivo di tenere lontani i flussi finanziari da attività dannose per ambiente e clima, industria fossile in primis. Per farlo, chiede di modificare la Costituzione federale introducendo un articolo in cui la Confederazione si impegna a indirizzare i flussi finanziari in linea con standard e obblighi internazionali su clima e biodiversità.
Considerato che la Svizzera gestisce oltre un quinto del patrimonio investito a livello transfrontaliero nel mondo, la proposta di legge impone agli attori finanziari (come banche e assicurazioni) di orientare le proprie operazioni all’estero in linea con gli obiettivi climatici internazionali e tenendo conto di emissioni dirette, indirette e degli impatti sulla biodiversità lungo la catena del valore. Proibisce inoltre il finanziamento o la fornitura di servizi di assicurazione all’espansione del business fossile. A presidio del tutto, prevede di istituire un’autorità di vigilanza con poteri sanzionatori.
La proposta lascia spazio di manovra agli attori finanziari quanto alla definizione di piani di transizione, strategie, obiettivi intermedi. Esclude gli operatori con un impatto ambientale minimo e le attività finanziarie interne rivolte alle imprese svizzere, considerate già ampiamente regolamentate in fatto di ambiente e clima. All’estero, invece, gli operatori finanziari elvetici continuano a investire nell’espansione del business fossile: con 80 miliardi di dollari, sono fra i dieci maggiori investitori e gestori patrimoniali nelle industrie fossili nel mondo.
I promotori chiedono insomma di riconoscere il fallimento dell’autoregolamentazione, cioè delle misure adottate finora su base volontaria (non solo in Svizzera) affinché la finanza diventasse più compatibile con il clima. Per obbligarla a voltare le spalle all’industria fossile, non resta che intervenire per legge.
Ma il Consiglio federale della Svizzera è contrario all’iniziativa popolare contro la finanza fossile
Il 12 agosto, però, il Consiglio federale ha risposto picche, raccomandando al Parlamento di respingere l’iniziativa popolare. La decisione è stata motivata in sostanza col fatto che, a detta dell’esecutivo elvetico, leggi e politiche in vigore sono sufficienti. Non servono altri “lacci e lacciuoli”, per dirla in gergo neoliberista.
Si rivede un po’ il solito campionario sempre di stampo neoliberista nelle motivazioni su cui il Consiglio federale giudica le proposte difficilmente attuabili, nonché discutibili. Dice ad esempio che, anche introducendo i divieti, altri operatori esteri fornirebbero gli stessi servizi, per cui tanto vale. Poi, che nuove regole e nuovi controlli imporrebbero costi da finanziare con nuove tasse. Infine, che verrebbe minata la discrezionalità degli investitori di mettere i soldi dove gli pare: guai a limitare l’universo investibile!
I prossimi passi: decisivo il giudizio delle urne
«Siamo perplessi – commenta Petrone – dalla risposta del Consiglio federale. Infatti, non ha presentato alcuna controproposta. Riteniamo si tratti di una visione miope e di un’occasione mancata per la piazza finanziaria svizzera. Il settore finanziario continua a beneficiare di un trattamento speciale: mentre cittadini e imprese sono soggetti a standard ambientali precisi, basti pensare all’acquisto di una macchina, per la finanza le regole ambientali sono praticamente assenti. Chiediamo che il settore finanziario si assuma le proprie responsabilità».
Il messaggio del Consiglio federale sarà ora esaminato dal Parlamento che (così come il dipartimento federale delle Finanze) ha tempo per esprimersi entro il 16 aprile 2027, eventualmente formulando poi una controproposta. Dopodiché, entro dieci mesi dalla deliberazione finale delle due Camere, il Consiglio federale dovrà sottoporre l’iniziativa al giudizio delle urne. Diventerà legge se conquisterà una doppia maggioranza: quella dei voti popolari e quella della maggioranza dei Cantoni.
Secondo un recente sondaggio Tamedia, in Svizzera il 58% dei cittadini sostiene l’iniziativa popolare contro la finanza fossile, incluso circa un terzo dell’elettorato conservatore. Evidentemente in molti e trasversalmente hanno capito che non si tratta di schierarsi pro o contro la “transizione ideologica”, espressione tanto cara ai negazionisti italiani a cominciare da quelli al governo. In gioco c’è ben altro: «Non è solo un problema ambientale – conclude Petrone – ma anche economico: il settore dei combustibili fossili non ha futuro e chi continua a investirci accumula rischi crescenti».




Nessun commento finora.