Tether: il rumoroso socio della Juventus declassato a «spazzatura»

L’agenzia di rating S&P ha declassato al livello più basso la stablecoin di Tether, gli amici di Trump che dovevano salvare la Juventus

La Juventus tra aumenti di capitale e soci declassati © MikeDot/iStockPhoto

Due settimane fa la Juventus ha effettuato un aumento di capitale da 97,8 milioni di euro. È il quarto negli ultimi sei anni: 300 milioni di euro nel 2019, 400 nel 2021, 200 nel 2024 e 98 nel 2025. Per un totale impressionante di un miliardo di euro (998 milioni, per essere precisi). Pochi giorni dopo l’agenzia di rating Standard & Poor’s (S&P) ha declassato il socio di minoranza della Juventus che ha sottoscritto l’aumento di capitale per la parte che gli compete. Il socio di minoranza è ovviamente Tether, la piattaforma che emette le stablecoin Usdt e che da febbraio scorso è diventata azionista della Juventus.

All’inizio Tether è entrata nella Juventus con un 5% di azioni rastrellate sul mercato. Poi è salita fino all’11,5% attuale, sempre facendo molto rumore. Tanto da reclamare maggior spazio decisionale all’ultima assemblea degli azionisti, dove è riuscita a fare eleggere un suo uomo nel cda: l’ortodontista Francesco Garino. Il tutto con lo slogan Make Juventus Great Again. A ribadire la vicinanza politica e affettiva a Donald Trump dei due padroni di Tether: il misterioso chirurgo plastico Giancarlo Devasini, fondatore, e l’onnipresente informatico Paolo Ardoino, amministratore delegato. E grazie a questo slogan trumpiano e ad altre dichiarazioni, il gioco di parole sulle criptovalute criptofasciste viene davvero facile.

Il declassamento all’ultimo gradino della scala da parte di Standard & Poor’s

Per comprendere il declassamento di S&P sulla capacità della moneta digitale (Usdt) di Tether di mantenere il suo ancoraggio al dollaro – passato da 4 (debole) a 5 (spazzatura), l’ultimo gradino della scala di valutazione sulle stablecoin creata da S&P nel 2023 – bisogna fare un passo indietro. Creata dal nulla una decina di anni fa da Devasini e Ardoino, fino ad allora sconosciuti al mondo della finanza se non per qualche problemino legale poi risolto, Tether ha fondato la sua (presunta) fortuna sul concetto di stablecoin.

Tether infatti emette Usdt, una criptovaluta ancorata al dollaro con un rapporto 1:1. E per questo si chiama stablecoin. I soldi degli acquirenti delle monete di Tether sono stati poi investiti in beni a loro volta stabili, come i titoli di Stato a breve termine. In questo caso i famosi buoni del tesoro degli Stati Uniti. Fin qui tutto bene. Entrambi gli asset sono cresciuti di molto negli ultimi anni, tanto da portare Tether a controllare il 56% del mercato globale delle stablecoin, che si stima valga in totale circa 400 miliardi di dollari.

E così i suoi due inventori, secondo Forbes, hanno un patrimonio personale rispettivamente di 22 miliardi di dollari (Devasini) e 10 miliardi di dollari (Ardoino). E qui però cominciano i problemi. Il primo è di ordine generale. I due amici di Trump sono così ricchi perché ogni anno si ridistribuiscono tra loro due gli utili di Tether. Senza restituire niente a chi ha comprato le monete. Ma in fondo non c’è nulla di male, fanno così anche le banche quando si apre un conto. È che poi c’è una serie di altri problemi.

Per l’Economist, Tether è «il paradiso di tutti quelli che vogliono riciclare denaro sporco»

Il primo è che Tether fino al 2025 aveva sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini e oggi nel paradiso crypto di El Salvador. Non due Paesi limpidissimi c’è da dire. Tanto che, secondo The Economist, oggi Tether è considerato «il paradiso di tutti coloro che vogliono fare riciclaggio di denaro sporco». Poi c’è il problema che Tether non si affida a revisori contabili istituzionali, ma fa un po’ come le pare e in pratica dice da sé quanti soldi ha e dove li ha.

Tanto che il New York Times in un lungo pezzo ha ricordato tutte le disavventure giudiziarie di Tether negli Stati Uniti, concluse con multe e patteggiamenti. Ma andiamo pure avanti, facendo finta che tutto questo non conti nulla. Il mondo della finanza in fondo non è mai stato limpidissimo, perché dovrebbe esserlo Tether? E quindi chiediamoci semplicemente se gli utili di Tether poggiano su basi concrete. O se sono pura speculazione.

Questo si dovrebbe capire dalle riserve, ovvero i beni materiali cui è ancorata la stablecoin. E questa è la domanda che si è fatta anche Standard & Poor’s, prima di declassare la capacità di ancoraggio al dollaro di Tether all’ultimo gradino della scala di affidabilità. Perché, secondo S&P, il downgrade riflette «l’aumento dell’esposizione ad asset ad alto rischio nelle riserve di Usdt nell’ultimo anno».

Tether e i 43 miliardi di Schrödinger

L’ultima attestazione pubblica delle riserve di Tether risalente al 30 settembre 2025, certificata dalla piccola Bdo Italia, evidenzia risorse per 181,2 miliardi di dollari a fronte di 174,4 miliardi di Usdt in circolazione. Quindi il capitale di Tether sarebbe di 7 miliardi di dollari circa. Come spiega Milano Finanza, «la differenza di quasi 7 miliardi è il corrispettivo del patrimonio netto della società, che dovrebbe rappresentare il valore patrimoniale effettivo di Tether».

Quindi forse Tether non vale così tanto come appare. Ma non è finita qui. Secondo gli analisti Rebecca Mun e Mohamed Damak, i due autori del report di S&P pubblicato il 26 novembre, il vero problema di Tether è un altro: gli asset a basso rischio di Tether – buoni del tesoro americani e altri bond – rappresentano complessivamente poco più del 75% delle riserve. In calo rispetto all’81% rilevato nella precedente analisi. E il restante 24%? Non si sa nulla di dove siano investiti questi soldi.

Nell’autocertificazione di Tether si parla genericamente di obbligazioni societarie, prestiti garantiti, metalli preziosi e Bitcoin. Ecco dunque che quel 24% dei 181 miliardi di risorse di Tether, circa 43 miliardi, potrebbero esserci come non esserci. Come il famoso gatto. Sono i 43 miliardi di Schrödinger. E se calcoliamo che il patrimonio netto della società è di 7 miliardi forse, se quei 43 miliardi non dovessero esserci, sarebbe veramente un problema. E quindi ecco perché S&P ha declassato Tether.

La risposta del Ceo di Tether Paolo Ardoino

Intervistato da Milano Finanza, il Ceo Paolo Ardoino ha detto che a S&P «non hanno la minima idea di come funzioni Tether. Basta leggere cosa dicono: non parlano della profittabilità, rappresentano in maniera sbagliata la liquidità delle riserve, non parlano dei 23 miliardi di liquidità aggiuntiva».

Poi ha aggiunto: «S&P rappresenta la vecchia finanza che ha paura del cambiamento e usa qualunque strumento propagandistico a disposizione per screditare aziende come Tether che stanno cambiando il mondo. E risolvendo molti dei problemi creati dall’avidità e dall’instabilità del sistema finanziario tradizionale. Detto in parole semplici: diamo fastidio a chi non vuole un mondo più libero e inclusivo».

È quello che si augurano anche i tifosi della Juventus. Perché dopo che Exor ha fatto aumenti di capitale per un miliardo di euro dal 2019 a oggi, per vincere la miseria di uno scudetto e due Coppa Italia, trovarsi con un socio che non ha i fondi che dice di avere sarebbe davvero uno smacco eccessivo. Ma forse sbagliamo noi, perché davvero Tether dà «fastidio a chi non vuole un mondo più libero e inclusivo». E quindi chiediamo scusa, siamo noi che non ci meritiamo Tether

1 Commento

  • M

    Massimo forin

    Mi sembra articolo fazioso , fuorviante , non entra nel merito , superficiale e poco n completo . Non parla di collateralizzazione completa ma lancia dubbi senza approfondire . Confonde gli utili con patrimonio e passività Dimenticando che la riserva frazionaria del sistema bancario classico rappresenta solo il 10% , ma forse l’articolista non sa neanche cos’è Articolo pessimo , valore spazzatura ( 5 ) Massimo

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