Tornado a Roma: benvenuti nella nuova normalità climatica
Il 3 giugno 2026 un tornado ha spazzato alcuni quartieri di Roma. Quanto c'entrano i cambiamenti climatici? E come comportarsi non se ricapiterà, ma quando?
Hanno fatto scalpore le drammatiche immagini del tornado che ha colpito Roma la mattina del 3 giugno 2026. E la conta dei danni non è ancora conclusa. A essere sconvolta è stata la periferia nordorientale della Capitale, travolta all’alba da un fenomeno che molti credevano tipico solo delle grandi pianure americane, la cosiddetta Tornado Alley. Colpiti in particolare il III Municipio, l’area di Montesacro e i quartieri di Prati Fiscali, Conca d’Oro e Tufello. Le immagini ricordano quelle del film Twisters, come hanno documentato i meteorologi del sito Meteored.
I danni più visibili hanno riguardato la vegetazione e gli alberi: ne sono caduti oltre 50, alcuni su auto e mezzi in transito. Devastati diversi mercati rionali, con bancarelle e tendoni divelti, semafori e cartelli stradali abbattuti. I feriti, per fortuna, sono stati pochi, e non si registrano vittime.
Tornado, uragano, ciclone, tromba d’aria: facciamo chiarezza
Davanti a un fenomeno così insolito è normale che sia nata un po’ di confusione. Le immagini, però, hanno tolto ogni dubbio, e il termine usato è stato quasi sempre quello giusto: tornado. Si tratta di una colonna d’aria rotante che pende da una nube temporalesca, tocca il suolo, solleva detriti e distrugge ciò che trova nel suo passaggio. Una precisazione utile: tornado e tromba d’aria sono la stessa cosa. Il tornado non è più grande o più potente; «tornado» è semplicemente il nome più diffuso negli Stati Uniti. Non è nemmeno un anglicismo. L’origine della parola è incerta: viene probabilmente dallo spagnolo, forse da tornar («girare»), in riferimento al moto vorticoso, o da tronada, che indica un temporale con tuoni (da trueno, tuono).
Il tornado è un fenomeno vorticoso estremamente dannoso, soprattutto per il vento, ma agisce su piccola scala: al suo interno le raffiche superano facilmente i 100 km/h. Non va confuso con l’uragano, perturbazione tipica dei tropici (ciclone tropicale), che si estende per diverse centinaia di chilometri contro i 20-200 metri di un tornado. E nemmeno con il ciclone che, nella forma extratropicale, è frequente alle medie latitudini, Mar Mediterraneo compreso.
La dinamica del tornado del 3 giugno 2026 a Roma
Per i meteorologi, uno degli strumenti chiave per valutare il rischio di temporali intensi e le condizioni favorevoli a un tornado è il radiosondaggio atmosferico. Alcune stazioni lanciano palloni sonda: una piccola stazione meteorologica viene sollevata da un grande pallone a elio e trasmette i dati a terra mentre sale. Sono dati preziosi, ma complessi da gestire e costosi. Negli ultimi anni molte stazioni italiane sono state spostate o hanno ridotto i lanci, mentre negli Stati Uniti i tagli dell’amministrazione Trump hanno portato alla chiusura di numerose stazioni di radiosondaggio. A Roma, per fortuna, la stazione è ancora attiva, all’aeroporto militare di Pratica di Mare. Il radiosondaggio del 3 giugno alle 00 Z (le 2 locali) racconta bene l’ambiente che ha favorito lo sviluppo del cumulonembo a supercella e la nascita del tornado. Le informazioni che seguono sono tecniche, ma aiutano a capire il meccanismo.
Lungo la verticale, le condizioni erano fortemente favorevoli a temporali intensi, pur senza ricalcare il classico profilo “da tornado” delle grandi pianure statunitensi. Il vortice è nato probabilmente dall’incontro di tre fattori: forte instabilità, marcata rotazione del vento con la quota e spinte locali lungo il fronte temporalesco.
L’energia disponibile non era elevatissima. I meteorologi la misurano con il CAPE, l’energia convettiva potenziale: quel giorno valeva 705 Joule/kg, un valore moderato (i grandi tornado si formano oltre i 2mila J/kg). Altri indici, però, rientravano nella fascia tipica dei forti temporali, e soprattutto l’acqua precipitabile (PWAT) era molto alta, 39 mm. Per Roma significava un rischio concreto di nubifragi torrenziali e di mesocicloni immersi in aria subtropicale. A innescare il tornado contribuisce poi la rotazione del vento con la quota: a Roma si osservava uno shear (taglio del vento) notevole, da SE-SSE nei bassi strati, da SW a media quota (2-3mila metri) e da W-SW oltre i 5mila metri.
Le foto e i video diffusi in rete sono eloquenti. La nube temporalesca, di tipo a supercella, aveva una base bassa e organizzata, con una zona di wall cloud (nube a muro, un abbassamento localizzato sotto la base del cumulonembo). Dal centro della wall cloud scendeva un funnel (nube a imbuto) ben definito, che ha toccato terra trasformandosi in un vero e proprio tornado. Da lì il vortice ha spazzato i quartieri colpiti: ha scoperchiato case, sollevato detriti e polvere, distrutto cartelli stradali, devastato i mercati e abbattuto decine di alberi.
Le supercelle in Italia sono in aumento?
Quel termine, supercella, sarà suonato nuovo a molti. È il tipo di temporale più potente che esista: un cumulonembo dotato di forte rotazione, che si sposta lentamente, a una velocità inferiore a quella del vento in quota. Alla sua base si forma un mesociclone, una piccola area di bassa pressione. Le supercelle concentrano i fenomeni più intensi dei temporali: nubifragi con rischio di alluvioni lampo o urbane, grandine anche di grandi dimensioni, raffiche discendenti (downburst) e, appunto, tornado.
Le supercelle non sono una novità per il clima italiano. La domanda, semmai, è un’altra: sono in aumento? E sono più violente che in passato? Una risposta arriva dallo studio di Monika Feldmann e colleghi, European supercell thunderstorms. A prevalent current threat and an increasing future hazard, pubblicato su Science Advances.
Analizzando i dati del passato con tecniche di rianalisi, il team di ricercatori ha individuato l’arco alpino, nord Italia compreso, come un “hot spot” (punto caldo) per le supercelle: a sud delle Alpi se ne formano circa 60 all’anno. Ne abbiamo avuto un esempio proprio con la perturbazione che ha generato il tornado di Roma, la quale ha portato temporali molto intensi anche al Nord, e poi con quelli del 9-10 giugno.
Stabilire con certezza statistica se le supercelle siano in aumento è difficile, avvertono i ricercatori, perché i dati osservativi sono ancora scarsi. Un indizio in quella direzione arriva dai danni assicurativi record degli ultimi anni. A preoccupare, soprattutto, sono le tendenze future. Con un riscaldamento di +3 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, l’energia disponibile per i temporali (CAPE) e l’acqua precipitabile (PWAT) crescerebbero molto, mentre lo shear del vento con la quota potrebbe ridursi. Il risultato, paradossale, sarebbe questo: forse meno temporali, ma più violenti. Nel dettaglio, lo studio stima un aumento fino al 50% delle supercelle nell’area alpina, Italia settentrionale inclusa.
Come comportarsi con i tornado: la questione allerta
Va detto subito: storicamente un tornado a Roma, o in Italia, non è una novità assoluta. Sulla costa laziale sono frequenti i fenomeni vorticosi in forma di trombe marine. E in pianura padana i tornado non sono rari: negli ultimi anni si sono manifestati con forza, come nel Modenese nel 2013 e 2014, tra Nonantola e Castelfranco Emilia, e nel 2021 a Carpi.
Da noi, però, non sono un fenomeno abituale come altrove. Nella Tornado Alley americana, per esempio, scuole, uffici e luoghi di lavoro espongono indicazioni di comportamento, e il tornado rientra nei piani di emergenza.
Qui si apre un problema, in entrambe le ipotesi. Se «i tornado sono normali», come sostiene qualcuno, allora è grave non tenerne conto nella gestione delle emergenze. E se invece sono in aumento, come indicano tutti i segnali, il problema resta: i video che circolano mostrano troppo spesso comportamenti errati.
In ogni caso, serve educazione su come comportarsi. Le regole essenziali si possono riassumere così:
- Cerca riparo immediatamente: entra in un edificio solido, non restare mai all’aperto.
- Scendi ai piani bassi, in cantina o al piano terra, lontano dalle finestre (unica eccezione: se c’è contemporaneamente rischio di alluvione lampo).
- Allontanati da finestre, porte e vetrate, e portati al centro dell’edificio: i muri portanti interni proteggono meglio.
- Proteggi la testa con le braccia, un casco, cuscini o coperte.
- Non restare in auto: i veicoli sono pericolosissimi e non offrono alcuna protezione.
- Evita ponti e cavalcavia: contrariamente a quanto si vede in certi film, non riparano, anzi aumentano il rischio.
- Se sei all’aperto, sdraiati in un fosso o in un avvallamento, il più lontano possibile da alberi e strutture.
- Non inseguire il tornado, nemmeno in auto: la traiettoria può cambiare all’improvviso.
- Tieniti informato: segui le allerte meteo ufficiali e sii pronto ad agire in fretta.
Sul fronte dell’allerta, la questione è complessa. La previsione del giorno prima, su cui si basano gli avvisi, non può dire con precisione dove si formerà un tornado. Può però individuare giornate e zone a rischio di temporali intensi. E quando i temporali sono forti, il tornado rientra tra le possibilità.
Per i temporali, in Italia, negli allerta meteo non si usa il livello rosso, riservato ai rischi idrogeologici e idraulici. Si usa l’arancione, in presenza di grandi perturbazioni organizzate, ma soprattutto il giallo, un livello di attenzione subdolo. Allerta gialla per temporali non vuol dire «ci sarà di sicuro un temporale»: segnala una giornata e una zona a rischio di temporali dannosi, con grande incertezza su dove colpiranno.
In concreto, un’allerta gialla per temporali in Emilia-Romagna significa che quel giorno potranno verificarsi temporali locali, ma anche intensi, mentre in gran parte del territorio non succederà nulla, o addirittura splenderà il sole. In queste condizioni è difficile decidere se chiudere scuole o attività critiche, o sospendere fiere, sagre e mercati. Si chiude l’intera Regione, sapendo che nel 90% dei Comuni non succederà niente?
Quel giorno la protezione civile aveva emesso un’allerta gialla per le zone interne del Lazio, mentre su Roma il livello era verde, cioè nessuna allerta. Del resto, come abbiamo già osservato a proposito dell’agenzia ItaliaMeteo, gli avvisi vengono diffusi con formati, standard e linguaggi diversi da Regione a Regione, spesso con toni tecnici e burocratici. Non a caso, tra i meteorologi c’è chi chiede di riformare l’allerta gialla.
Difficile, poi, immaginare per l’Italia un sistema di allerta precoce specifico per i tornado. I nostri fenomeni sono diversi da quelli delle grandi pianure: si formano quasi dal nulla e si esauriscono in pochi minuti. Quando l’avviso parte via app o Sms e arriva sul telefono, spesso il tornado si è già dissolto.
Questo non significa che non si possa fare nulla. Il movimento Transition Italia, per esempio, promuove da tempo un mini corso, Attenti al meteo, pensato come strumento di adattamento ai fenomeni estremi. I facilitatori spiegano come reagiamo d’istinto, spesso sbagliando, davanti agli eventi violenti, come dovremmo comportarci e come proteggerci anche con piccoli kit di sopravvivenza, semplici come una coperta termica e un fischietto.
Serve, in sostanza, cultura meteorologica. Anche se le evidenze statistiche sono ancora scarse, questi fenomeni fanno ormai parte di una sgradita nuova normalità. A Modena conosciamo la nebbia, sulle Alpi convivono con la neve, ai Caraibi con gli uragani, nelle grandi pianure statunitensi con i tornado: in ognuno di questi luoghi chi ci vive sa come comportarsi. Che da noi il primo istinto sia rincorrere il tornado per filmarlo, come in un film, o mettere al sicuro l’auto, dimostra proprio che non si tratta di fenomeni abituali per i nostri territori. C’è molto da lavorare per costruire una cultura della sicurezza meteorologica.
Eventi estremi e crisi climatica: la vera domanda
Il tornado di Roma ci ha lanciato un segnale e dato una conferma. Con il Mediterraneo che si scalda più in fretta del resto dellaTerra, aumenta il combustibile per gli eventi meteo estremi. I climatologi lo ripetono da anni. Ora gli impatti più temuti sono diventati una nuova normalità.
La vera domanda non è se eventi come questo si ripeteranno, ma dove e quando. I negoziati intermedi di Bonn, in vista della Cop31, non sono andati bene: tra le altre cose, la scienza del clima è diventata terreno di scontro politico nelle sale negoziali. Arabia Saudita e India hanno contestato l’inserimento, negli aggiornamenti dell’Ipcc, dei riferimenti ai punti di non ritorno e agli scenari oltre 1,5 gradi centigradi.
La mitigazione sta fallendo, al punto che, a microfoni spenti, alcuni scienziati ammettono che ormai sono fuori portata anche i +2 gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale. L’adattamento è indispensabile, ed è previsto dall’Accordo di Parigi, ma non esiste adattamento senza mitigazione. Se già oggi, ancora sotto gli +1,5 gradi centigradi, viviamo questa nuova normalità, che cosa accadrà con un clima a +3, che non è uno scenario remoto ma la traiettoria attuale?




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