TRAM fa turismo scolastico per mostrare la vera Napoli

TRAM è una cooperativa sociale che fa turismo scolastico nei luoghi dell'antimafia sociale e della memoria civile a Napoli

Tram costruisce un’alternativa concreta al turismo di massa a Napoli © TRAM

Da ormai più di dieci anni, passeggiando a Napoli, si vedono gli effetti di una turistificazione selvaggia e non governata. Il centro storico della città è sempre più pieno di persone. Lo attraversano come si consuma un prodotto. Lo mangiano come si mangia un fritto di strada e poi lo abbandonano come se ne butta via la carta unta. E chi ci vive? L’intero centro e le persone che lo abitano hanno indossato l’abito che chi la visita si aspetta che indossino. Sono mascherate da sé stesse. Offrono un’immagine stereotipata che parla della città a chi vuole esperienze preconfezionate da poter fotografare. Sono lo sfondo di un safari.

Per tutte queste ragioni, da napoletana, è stato bello ascoltare, ed è bello raccontare, la storia dal futuro di oggi.

TRAM costruisce un’alternativa concreta al turismo di massa a Napoli

È la storia di TRAM – Travel for Action and Memory, una cooperativa sociale nata a Napoli nel 2020. È costituita da una maggioranza schiacciante di donne e di under 35. Me l’hanno raccontata due delle socie, Chiara Loffredo ed Emanuela Perillo.

Gran parte delle persone che hanno dato vita al progetto proviene da diverse esperienze educative e dal mondo dell’antimafia sociale di Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Tram si occupa di turismo scolastico. Lavora soprattutto con le scuole secondarie di secondo grado ma è aperta a estendere la propria azione ad altri cicli scolastici. Attraversano la città mostrando i luoghi e raccontando le storie dell’antimafia sociale e della memoria civile che l’ha trasformata.

«Nella nostra proposta – mi ha spiegato Chiara – non ci sono i luoghi canonicamente turistici. Non perché non sia bello vedere il murales di Maradona o Piazza del Plebiscito. Non sono luoghi che demonizziamo. A noi, piuttosto, interessa proporre un’alternativa ai siti legati al turismo di massa. Vogliamo offrire un’idea di città vera e non impacchettata a uso e consumo dell’esperienza turistica». TRAM propone un’idea di visita della città che si basa sul racconto delle dinamiche che la caratterizzano. A partire dalle storie delle vittime innocenti di camorra. È una storia che esonda dal quadrilatero del centro storico e mostra, a chi voglia vederla, una Napoli più grande e più stratificata, in molti sensi.

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© TRAM

Viaggiatori, non turisti

Forcella, la Sanità, Ponticelli, Scampia. Ma anche le masserie confiscate ai clan nelle zone rurali dell’hinterland napoletano e casertano. Il castello mediceo che fu di Raffaele Cutolo, a Ottaviano. In uno dei libri più belli della sua produzione, “Comici spaventati guerrieri“, il mai troppo compianto Stefano Benni mette in bocca a uno dei protagonisti, Lee, un monologo in cui dice una cosa che andrebbe incisa nella pietra. La verità ha sempre un’altra metà, una metà necessaria, che va raccontata: «Non si può tagliare via, non si può dimenticare». Prendo in prestito quelle parole perché, fatte le dovute distinzioni, l’operazione che TRAM prova a fare a Napoli è proprio questa. Raccontare la verità, qualunque cosa sia, su una città che è tanto grande quanto complessa, in cui storie e contraddizioni e soluzioni e ingiustizie si stratificano. Una città che potrebbe essere qualunque altra, sia chiaro.

«Quando facciamo un percorso con un gruppo scolastico – mi spiega Chiara – loro in quel momento non sono turisti, sono viaggiatori. Per questo gli forniamo alcune tips, indicazioni su come stare nello spazio urbano». «Il modo in cui attraversiamo la città – continua – stimola tutti e cinque i sensi. Se vieni da un contesto diverso, per esempio, anche i motorini possono essere disorientanti. Devi imparare a conoscere il posto in cui sei anche dai suoi rumori. Oppure spieghiamo loro cosa vuol dire acquistare sigarette di contrabbando o merce tarocca. Dove effettivamente vanno a finire quei soldi, quale sistema contribuiscono a sostenere».

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A Napoli TRAM lavora per un turismo che rispetta la città e i suoi spazi

Un’altra indicazione – che colpisce al cuore una ex residente che faceva tardi al lavoro per fare lo slalom tra i turisti – è quella di rispettare gli spazi della città. «Sembra banale ma occorre specificare di camminare a lato della strada e non occuparne tutto lo spazio. Rendersi conto che da viaggiatori si ha un tempo più ampio da dedicare al tragitto, ma si è solo un pezzo della città in quel momento, e magari si sta ostacolando qualcun altro», fa notare Chiara.

«Proviamo a far passare ai nostri gruppi il messaggio che non occupare tutto lo spazio possibile, ma prendersene un pezzetto per lasciarne anche agli altri, vuol dire essere soggetti attivi e non passivi della propria esperienza della città», continua. Anche in base a questa idea di città, TRAM non accetta gruppi troppo numerosi. Raramente, mi dicono, si va oltre le 50 persone. E anche in questi casi, per visitare alcuni luoghi più stretti senza essere troppo impattanti, ci si divide in gruppi più piccoli. Perché la città e la sua vita, innanzitutto, vanno rispettate.

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Raccontare una storia dando voce a tutti i suoi protagonisti

I percorsi sono costruiti a partire da un lungo lavoro di gestazione insieme alle tante realtà sociali attive sul territorio. I presidi di Libera contro le mafie, le realtà del terzo settore, le associazioni culturali, quelle educative. Anche se ci sono itinerari già definiti, tutto è rivedibile e modificabile a seconda di esigenze, desideri e richieste del gruppo classe. E tutto può passare da un percorso condiviso di definizione. «È la modalità che preferiamo, perché in quattro ore di gita non hai tutto il tempo necessario a far passare una serie di concetti. Mentre, se l’uscita è il momento finale di un percorso di laboratori in cui stabiliamo un legame con la classe, il lavoro è più efficace», spiegano le socie.

Confronto e relazione che richiedono spazio e tempo e che solo alla fine portano a elaborare l’itinerario. «Se visitiamo un presidio di antimafia sociale raccontiamo come è nato, spesso intorno alla storia di una vittima innocente. È un’esperienza partecipata: si racconta il luogo, quando possibile interviene un familiare della vittima, poi chi anima quelle attività», continuano. «Proviamo a far emergere l’idea che per innestare un cambiamento efficace, su un territorio, serve una rete di alleanze. Servono le istituzioni, serve il familiare che ricorda la vittima e nella sua memoria si impegna in quel cambiamento. Servono educatori, studenti, reti territoriali che, messe insieme, provino a riempire la zona grigia che segna la distanza tra cittadinanza e istituzioni. Ognuno ha il suo pezzo all’interno di questa storia, ma costruiamo un racconto che mostri come, infine, sia un’unica vicenda».

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La verità cammina per le strade delle nostre città

E la rete di alleanze di cui mi raccontano è una rete fluida, con confini permeabili. Ed è una rete ambiziosa. «La direzione nella quale stiamo lavorando – dice Emanuela – è diventare riconoscibili in città e punto di riferimento. Sempre più spesso ci succede che i residenti delle aree che visitiamo, che ormai ci conoscono, si avvicinino durante le gite e intervengano, raccontino la loro storia, quella del quartiere, quella dell’uccisione delle vittime innocenti di cui stiamo parlando».

C’è un uomo, ricorda Emanuela, che si unisce a ogni tour nel quartiere Sanità. Parla ai ragazzi della sua infanzia da scugnizzo e di come invece i suoi figli, grazie alle associazioni del territorio, facciano un’altra vita. Chiara, durante una visita a Forcella, stava raccontando la storia di Maikol Giuseppe Russo, ucciso accidentalmente durante una stesa mentre brindava con gli amici la sera del 31 dicembre 2015. A quel punto, è stata avvicinata da un uomo che era presente. «Ha spiegato al gruppo cosa era successo, la dinamica e come per miracolo non siano morti tutti insieme a Maikol».

«Questo dimostra una cosa che Don Ciotti dice spesso: “la verità cammina per le strade delle nostre città”. La città sa, la città ricorda e tramanda se ne parli e le parli con un linguaggio giusto e rispettoso», commenta. E qui arriva la parte delle criticità. «Gli atteggiamenti che proviamo a contrastare sono due. Da un lato l’idea del safari, del tour del disagio o del degrado. Dall’altro il preconcetto coloniale per cui tu, da anima bella, ci stai facendo un favore visitando un bene confiscato e non il murales di Maradona».

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Vivere i beni confiscati vuol dire comprenderne il valore

La chiave per superare questi e molti altri bias è l’esperienza concreta. Dopo la visita a uno spazio culturale o a un bene confiscato alle mafie, dopo averne conosciuto la storia e magari la vicenda della vittima a esso associata, dopo aver ascoltato la viva voce di un familiare, esci trasformato. Capisci realmente il valore di quello che fa quell’esperienza e di quello che stai facendo tu.

Per questo le visite ai beni si concludono sempre con la firma entusiasta della petizione “Diamo linfa al bene”, lanciata da Libera, per la destinazione del 2% del Fondo unico di giustizia ai beni confiscati alle mafie. «Dopo aver visitato un bene, ragazze e ragazzi capiscono quanto sia importante che riceva dei fondi per le sue attività. Se glielo racconti e basta, è meno efficace. Se lo vivono in prima persona, e soprattutto possono fare un atto concreto, firmare, diventano parte attiva di quell’esperienza».

Un preciso progetto di futuro per la città

Diventare parte attiva della propria esperienza. Essere viaggiatori e non turisti. «Puoi essere protagonista della tua visita senza per forza essere impattante come il turismo di massa e anzi, diventare partecipe di un cambiamento positivo», mi dice Chiara. «Siamo una storia dal futuro perché proponiamo un modo di sperimentare la città in maniera non estrattiva. Con le nostre gite entri in un pezzo di città che non è dedicato al turismo ma allo sviluppo stesso della città. Non c’è retorica, non ci sono stereotipi. C’è un preciso progetto di futuro per Napoli, per alcuni dei suoi quartieri. Tu puoi decidere se farne parte».


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