Tra Uganda e Regno Unito la causa che prova a fermare l’oleodotto Eacop

Prende il via una causa che potrebbe creare un precedente sulla responsabilità delle imprese per i danni ambientali oltreconfine

Una manifestazione in Sudafrica contro l'oleodotto Eacop © Tumi Masipa/#StopEacop

In breve

  • Un gruppo di agricoltori ugandesi ha avviato una climate litigation contro Eacop, l’oleodotto lungo 1.500 chilometri tra Uganda e Tanzania, rivolgendosi all’Alta Corte del Regno Unito.
  • La causa punta a stabilire la cross-border corporate accountability: la responsabilità di un’azienda registrata nel Regno Unito per danni ambientali causati in Uganda.
  • Il Ciel lo definisce un caso senza precedenti: se i giudici bloccheranno l’oleodotto, completato all’80%, sarà un caso pilota di responsabilità transfrontaliera.

L’autorevole Ciel (Center for International Environmental Law) l’ha definito un caso ambientale e climatico primo nel suo genere. Bloomberg ne ha parlato come di un possibile game-changer. Certo è che si tratta di un contenzioso climatico che sta unendo i puntini tra cause e conseguenze della crisi climatica. O, meglio, fra le aree del mondo che ne sono più responsabili e quelle che, pur essendolo molto meno, ne stanno però subendo gli impatti più devastanti. Puntini che in questo caso partono dall’Africa Centro-orientale, arrivano e superano il Mediterraneo, poi attraversano l’Europa e la Manica, per giungere a destinazione nel Regno Unito.

L’oleodotto Eacop e la lunga opposizione della società civile

Il 7 luglio un gruppo di agricoltori ugandesi ha avviato una climate litigation contro Eacop, il famigerato East African Crude Oil Pipeline, un ciclopico progetto di oleodotto per trasportare il petrolio greggio estratto in Uganda occidentale fino al porto di Tanga, in Tanzania, sull’oceano Indiano. Un tragitto di quasi 1.500 chilometri che ne farebbe l’oleodotto riscaldato più lungo al mondo. Durante il suo ciclo di vita potrebbe essere responsabile di milioni di tonnellate di emissioni climalteranti, cosa che lo pone in totale contraddizione con gli obiettivi climatici globali.

Da anni il progetto è al centro di feroci polemiche per il suo impatto sul clima e sugli ecosistemi critici e habitat protetti. Senza contare le circa 100mila persone che si stima sarebbero state già direttamente colpite con l’esproprio dei terreni. Ne è nata la campagna internazionale Stop Eacop che ha fatto pressione su tutti i soggetti coinvolti, dai realizzatori ai finanziatori, mietendo diversi successi.

Nel 2022 si è tirata indietro anche Sace, l’agenzia pubblica italiana per il credito all’esportazione, sotto la spinta di una campagna portata avanti in Italia da ReCommon, Fridays for Future e Movimento Laudato Sì, in collaborazione proprio con Stop Eacop. Sono assolutamente ancora in pista da protagonisti, invece, la big francese dell’oil&gas Total Energies (che ha la maggioranza del progetto) e il colosso fossile cinese Cnooc (China National Offshore Oil Corporation).

La climate litigation contro Eacop per un ambiente sano

Il dato rilevante è che gli agricoltori ugandesi, per la loro causa, si sono rivolti all’Alta Corte del Regno Unito. Paese in cui è registrata la società alla quale fa capo il progetto, Eacop Ltd. L’obiettivo della climate litigation è cercare di stoppare il progetto prima della sua entrata in funzione. I tempi stringono: secondo gli sviluppatori, l’oleodotto sarebbe sarebbe già stato completato all’80% circa. Potrebbe diventare pienamente operativo già nel corso del mese di ottobre di quest’anno, con una capacità di trasporto di 230mila barili di petrolio al giorno.

Per raggiungere questo obiettivo, il tribunale britannico dovrà far valere nei confronti di una società costituita nel Regno Unito le disposizioni dalla legislazione ugandese. Secondo i ricorrenti, Eacop viola diversi diritti tutelati dall’ordinamento del Paese, a partire da quello a un ambiente pulito e sano, che in Uganda gode di una tutela costituzionale poi esplicitata e intensificata con il National Environment Act del 2019.

Il contenzioso si può dunque classificare come climate litigation preventiva. Soprattutto, cerca di stabilire il principio della cross-border corporate accountability, cioè una responsabilità delle aziende che travalica i confini nazionali e diventa transfrontaliera. «Questa affermazione rappresenta una prova cruciale per la responsabilità», ha commentato Nathalie Eddy, responsabile legale e campaign manager per il settore oil&gas di Ciel. «Le aziende non dovrebbero poter causare danni al clima e alle comunità all’estero e considerarli al di fuori della portata della legge».

Il ruolo della Corte dell’Aja e dell’industria fossile

Per la presentazione della climate litigation contro Eacop, gli agricoltori ugandesi si sono avvalsi del celebre studio legale londinese Leigh Day, specializzato nell’ambito dei diritti umani e dell’ambiente. Anche la rete globale di advocacy Avaaz ha supportato l’iniziativa attraverso una campagna di crowdfunding.

Non è la prima volta che il progetto Eacop viene sfidato nelle aule dei tribunali. Ma ora a fare la differenza potrebbe contribuire il parere consultivo emesso nell’estate 2025 dalla Corte internazionale di giustizia in merito agli obblighi degli Stati in relazione ai cambiamenti climatici. L’auspicio è dunque che i giudici decidano di orientarsi dalla stessa parte.

A remare contro saranno invece l’industria fossile e i suoi potenti amici. L’Africa Energy Chamber, un gruppo di lobbying basato in Sudafrica, si è scagliato contro l’iniziativa accusandola di essere una campagna ideologica che pretende di dettare dall’estero le scelte energetiche dell’Africa. È il solito drill, baby, drill in altra veste, condito col mantra delle fossili portatrici di ricchezza e progresso, che resiste incredibilmente anche a crisi climatica conclamata. E che bisognerà continuare a combattere, dentro e fuori dalle aule dei tribunali.

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