Francia, sentenza storica: «TotalEnergies conteggi le emissioni dei suoi clienti»

Al colosso energetico è stato imposto di considerare anche l’impatto sul clima delle emissioni legate all’utilizzo dei suoi prodotti. Si aprono scenari inediti

La causa contro TotalEnergies è stata intentata da quattro organizzazioni no profit e dal Comune di Parigi © Remy El Sibaïe/Notre Affaire à Tous

Sarà stato il destino o la provvidenza manzoniana, ma il tempismo è stato eccezionale. In questa fine di giugno la Francia è martoriata da un’ondata di caldo senza precedenti, chiaramente figlia della crisi climatica. E proprio negli stessi giorni il Tribunale di Parigi ha emesso una sentenza di portata storica contro TotalEnergies. Il colosso transalpino dell’oil&gas è stato obbligato a includere nel monitoraggio delle emissioni, e quindi nei piani per ridurle, anche quelle dei suoi clienti. Le famose emissioni Scope 3, che rappresentano la quota di gran lunga maggiore per una società del settore.

La sentenza potrebbe essere ricordata dai posteri come quella che ne ha «colpita una per educarne cento». Perché d’ora in poi ogni società del settore vivrà probabilmente nell’incubo di vedersi obbligare a fare altrettanto. Gli impatti della crisi climatica sono sempre più evidenti e devastanti. E le persone cominciano a pretendere che ne risponda chi ne è maggiormente responsabile, a partire dall’industria dei combustibili fossili.

La sentenza è legata alla legge francese sul dovere di vigilanza. E può cambiare la storia delle fonti fossili

Il procedimento arrivato a sentenza il 25 giugno era già stato definito storico quando era partito. Era il 2020 quando quattro associazioni non profit (Notre affaire à tous, Sherpa, France nature environnement, Zea), insieme al Comune di Parigi, avevano fatto causa a TotalEnergies. Chiedevano al giudice di obbligare la società ad allinearsi agli obiettivi più sfidanti dell’Accordo di Parigi: la soglia di +1,5 gradi centigradi di aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali, entro fine secolo.

Una richiesta fondata sulla legge francese sul dovere di vigilanza. Secondo questa norma, le grandi aziende sono tenute a prevenire le possibili violazioni di diritti umani e ambientali derivanti dalla propria attività, compresa quella di filiali, fornitori e subappaltatori. La causa contro TotalEnergies per le emissioni Scope 3 era la prima a invocare questa legge in riferimento ai cambiamenti climatici.

Perché la Corte ha obbligato TotalEnergies a considerare le emissioni Scope 3

La 34a sezione del Tribunale di Parigi ha ritenuto TotalEnergies colpevole di non aver rispettato le previsioni della legge sul dovere di vigilanza. Nello specifico, le ha ingiunto di aggiornare il proprio piano di vigilanza entro sei mesi dalla notifica della decisione. E di aggiungere le emissioni di gas serra Scope 3 alla mappatura dei rischi e alle relative misure. In un’udienza già fissata per fine gennaio 2027 si valuterà come l’azienda avrà risposto.

L’espressione Scope 3 si riferisce alle emissioni indirette collegate alla catena del valore di un’azienda, comprese quelle relative all’uso dei suoi prodotti. In questo caso, ad esempio, al consumo di benzina. Per TotalEnergies, che è il sesto produttore di petrolio e gas al mondo, si parla di oltre 300 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 2025. La Corte ha ritenuto incompleto l’attuale piano dell’azienda, parlando di un legame intrinseco tra la produzione di combustibili fossili e la loro combustione.

La sentenza ha quindi rigettato le motivazioni avanzate dalla difesa nell’udienza di febbraio che, in sostanza, ruotavano intorno ai soliti ritornelli. Per esempio, che l’azienda produce i combustibili fossili ma poi è il cliente a bruciarli. Il giudice non le ha invece imposto misure specifiche sulla riduzione della sua attività di estrazione. Su questo punto si è allineata alla posizione della procura di Parigi che a febbraio, con un passo a dir poco inusuale, aveva sostenuto le ragioni di TotalEnergies. Ma la decisione dei giudici sulle emissioni Scope 3 basta e avanza per parlare di risultato storico.

Le potenziali ricadute della sentenza sulle future climate litigation contro l’industria fossile

Nell’udienza che si era svolta a fine febbraio, l’esperto legale di Notre Affaire à Tous, Paul Mougeolle, aveva usato parole che davano la misura della posta in gioco. Parlando a nome dei ricorrenti, si era rivolto direttamente ai giudici. Aveva chiesto loro di scegliere tra due strade: avallare lo status quo, schierandosi dalla parte dell’accusato e quindi dell’inerzia climatica, oppure affermare che la legge e la giustizia non sono semplici spettatori dei cambiamenti climatici, ma strumenti per spezzare quell’inerzia.

I giudici hanno scelto la seconda strada. E ora ciò apre scenari fino a ieri probabilmente insperati. Lo erano per gli stessi ricorrenti, come per tutti coloro che da anni si battono perché le grandi compagnie petrolifere siano obbligate a riconoscere le proprie responsabilità nella crisi climatica. È più che plausibile, infatti, che molte altre climate litigation d’ora in poi richiamino questo precedente. Non per niente negli Stati Uniti Big Oil sta cercando di correre ai ripari, chiedendo una sorta di impunità: il blocco di nuove climate litigation e l’archiviazione di quelle pendenti. Una cosa che poteva accadere solo nell’America di Trump. Ma tra Stati Uniti e Francia c’è un oceano di mezzo, geograficamente e legalmente. E si sente tutto.

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