Perché l’Unione del risparmio e degli investimenti rischia di rivelarsi un boomerang per il clima
La nuova Unione del risparmio e degli investimenti punta a spostare i risparmi verso i mercati, ma senza alcuna garanzia per il clima
È passato quasi un anno da quando la Commissione europea ha presentato con grande enfasi l’Unione del risparmio e degli investimenti, pensata per mettere in circolo i risparmi dei cittadini e delle cittadine. Da allora, l’iniziativa è andata avanti. Con consultazioni, raccomandazioni e, alla fine del 2025, un pacchetto legislativo più ampio per favorire l’integrazione dei mercati finanziari europei. Ma c’è un tema che resta sistematicamente sotto traccia: verso quali attività verranno davvero indirizzati questi capitali e con quali conseguenze per il clima? Un articolo di Reclaim Finance solleva la questione. E giunge a conclusioni tutt’altro che rassicuranti.
Cos’è l’Unione del risparmio e degli investimenti
I cittadini europei possiedono circa 10mila miliardi di euro che restano fermi nei conti correnti bancari. In sostanza, le istituzioni europee li vogliono convincere a spostare almeno in parte questi soldi sui mercati finanziari, per recuperare quei 750-800 miliardi di euro all’anno che – secondo il rapporto sulla competitività europea di Mario Draghi – vanno investiti da qui al 2030 in transizione climatica, innovazione tecnologica e digitale e rafforzamento dell’autonomia strategica europea in un contesto geopolitico sempre più instabile.
Il “come” è, appunto, l’Unione del risparmio e degli investimenti. Questa espressione riunisce una lunga serie di misure per armonizzare la vigilanza di mercato, semplificare le normative, rafforzare il ruolo dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), promuovere prodotti finanziari paneuropei e nuovi conti di risparmio e investimento, rilanciare la cartolarizzazione e spingere sull’educazione finanziaria.
L’Europa dà fiducia ai mercati finanziari e dimentica il clima
Dentro all’Unione del risparmio degli investimenti, dunque, ci sono tante cose. Ma ne manca una, fondamentale: un meccanismo per indirizzare gli investimenti verso gli obiettivi climatici che la stessa Unione europea si è posta e, viceversa, evitare che finiscano per danneggiarli. Reclaim Finance denuncia con forza questa distorsione. Ricordando come il clima e la sostenibilità siano a malapena menzionati nelle strategie per «rafforzare l’educazione finanziaria e le opportunità di investimento per i cittadini». E come il rilancio delle cartolarizzazioni permetta alle banche di erogare più prestiti, senza però alcun filtro su chi li possa ricevere.
C’è di più. In un settore oligopolistico come quello dei fondi di investimento, a trarne vantaggio saranno i soliti noti. A partire da BlackRock e Vanguard. I colossi americani superano di gran lunga i concorrenti europei per dimensioni: il primo gestisce 14mila miliardi di dollari e il secondo 12mila, contro i circa 2.800 di Amundi. Anche per questo, possono garantire costi molto più competitivi.
Una precedente analisi di Reclaim Finance su un campione di 30 asset manager li colloca inoltre al primo posto per volume di investimenti obbligazionari nel settore dei combustibili fossili. Per la precisione, Vanguard è a quota 4,2 miliardi di dollari e BlackRock a 2,9 miliardi. Insomma, l’Unione europea che promette la neutralità climatica al 2050 è poi la stessa che, nel disegnare l’Unione del risparmio e degli investimenti, non pone alcun argine a chi continua a perpetuare il business dei combustibili fossili. Una frattura che rischia di svuotare di coerenza l’intera strategia europea. Ma che, almeno per ora, sembra non trovare alcuno spazio nel dibattito politico.




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