Valori fiscali

Uscire dall’euro per migliorare il welfare. L’utopia dei sovranisti “di sinistra”

Ammesso che l’uscita dall’euro aumenti la spesa pubblica, tali incrementi verranno usati per migliorare il welfare o, ad esempio, destinati alla spesa militare?

Di Alessandro Santoro*

A sinistra non mancano le opinioni e gli schieramenti “sovranisti” o nazionalisti che dir si voglia. Persone, studiosi, singoli politici e associazioni che hanno appoggiato l’idea del governo di sfidare la Commissione Europea sul deficit di bilancio perché questo consentirebbe – magari in futuro, magari ad un governo “sovranista di sinistra” – di aumentare la spesa pubblica per perseguire obiettivi di giustizia sociale e di eguagalianza. Liberandoci così definitivamente dalla sinistra governista, ubriacata dal neoliberismo, prona ai grandi poteri della finanza internazionale e incapace di pensare un orizzonte politico alternativo a quello delle destre. Ma è davvero così? L’idea di rilanciare politiche di spesa pubblica di segno progressivo – nella sanità, nell’istruzione, nella spesa sociale ed assistenziale – sfruttando l’onda lunga del sovranismo è credibile, oggi, in Italia?

Meno spesa pubblica, meno servizi

Per rispondere esaminiamo i dati sull’andamento della spesa pubblica primaria, ovvero al netto di quella sostenuta per gli interessi sul debito pubblico. Il ragionamento dei sovranisti di sinistra potrebbe essere declinato così: l’adesione all’euro ha determinato una riduzione dei livelli di spesa pubblica primaria. Sono quindi diminuiti i beni e i servizi acquistati dalla pubblica amministrazione, il livello degli stipendi pagati ai dipendenti pubblici (dagli insegnanti agli infermieri, dagli impiegati ai poliziotti), quello degli investimenti (infrastrutture materiali ed immateriali), sempre valutati in valore medio per residente.

A sua volta, questa riduzione del livello di spesa primaria pro-capite ha determinato un peggioramento della qualità dei servizi offerti dal pubblico.

Il cittadino (e l’elettore) medio si è sentito meno tutelato dallo Stato e questo ha alimentato la competizione sociale, acuito le tensioni e le paure verso il diverso, che, a loro volta, hanno generato una risposta sovranista “da destra”. Ergo, uscendo dall’euro e dall’Europa e aumentando la spesa pubblica primaria pro-capite si può invertire questa deriva, e realizzare, “la sovranità costituzionale”.

Per esaminare il fondamento di questo ragionamento, analizziamo l’andamento della spesa pubblica primaria procapite (cioè divisa per il numero dei residenti) in termini nominali e reali (deflazionando i livelli di spesa primaria tenendo conto dell’indice dei prezzi al consumo, IPC) nella figura qui sotto.

Figura 1: andamento della spesa pubblica primaria pro-capite in Italia dal 1995 al 2017 (migliaia di euro). Dati di fonte Istat (Conto economico consolidato della pubblica amministrazione, bilancio demografico e indice nazionale dei prezzi al consumo)

Dal 1995 al 2009 la spesa primaria procapite italiana è aumentata fortemente in termini nominali (da 7.000 a 12.500 euro circa) e sensibilmente anche in termini reali (fino a 9.200 euro). Nel periodo successivo, invece, è rimasta pressoché costante in termini nominali (raggiungendo 12.800 euro) mentre si è ridotta (a 8.600 euro nel 2017) in termini reali.

Non è quindi vero che la permanenza nell’euro abbia determinato una generalizzata riduzione della spesa primaria, che è anzi aumentata nella maggior parte del periodo osservato, ed è tuttora superiore a quella del 1995, ma è vero che dal 2009 in poi la spesa primaria procapite non è più aumentata. Il fatto che si sia ridotta in termini reali – valutati tenendo conto dell’indice dei prezzi al consumo – è rilevante soprattutto per le componenti di spesa che sono più direttamente legate al potere d’acquisto –gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e i beni e servizi acquistati sul mercato – e meno significativa per alcuni consumi intermedi.

In estrema sintesi, un fondamento per le tesi dei sovranisti “di sinistra” lo si può forse trovare esclusivamente a partire dal 2009, e presumibilmente per l’effetto combinato di due fattori: la crisi dello spread e la risposta che a questa crisi è stata data in termini di regole di bilancio adottate dall’Unione Europea. In realtà, sebbene queste ultime siano fortemente aumentate negli ultimi 10 anni, l’incremento si è registrato soprattutto a partire dal 2013 in poi e quindi con un certo ritardo rispetto alla crisi.

E in Germania?

È a questo punto istruttivo confrontare i dati italiani con quelli registrati in Germania nello stesso periodo. È bene precisare che in Germania, dove il pil procapite è circa del 1,7 volte quello italiano, anche la spesa pubblica primaria procapite è ben superiore in valore assoluto. Nel 1995 in Germania la spesa primaria procapite era pari a 12mila euro in termini nominali (contro i 7mila euro italiani) e nel 2017 ha raggiunto i 17mila euro (contro i 12,8 mila euro italiani). Tuttavia, qui siamo più interessanti a verificare come questa spesa è variata nel corso del periodo osservato, prendendo il 1995 come anno base.

 

Figura 2: variazioni della spesa primaria procapite nominale in Italia e in Germania (1995=100%). Dati di fonte Commissione Europea (AMECO: spesa primaria procapite=(total expenditure-interest)/ population)

In Germania si è evidentemente registrato un andamento opposto a quello osservato in Italia: mentre la spesa primaria procapite è rimasta sostanzialmente costante fino al 2008 (in cui era pari al 108,4% rispetto a quella del 1995), essa è poi fortemente aumentata nel decennio successivo, e nel 2017 in Germania la spesa pubblica primaria per abitante è aumentata del 40% rispetto al 2008.

In sintesi, e com’era lecito aspettarsi, la Germania ha potuto rispondere alla crisi finanziaria del 2008 aumentando la spesa primaria anche perché essa è stata beneficiata dalla maggior affidabilità – e quindi dalla minor spesa per interessi – dei suoi titoli del debito pubblico.

Come potrebbe l’Italia riguadagnare margini di utilizzo della spesa primaria, se non uguali a quelli della Germania, almeno paragonabili a quelli avuti dal nostro Paese fino al 2009?

La via d’uscita per l’Italia

Una prima strada consiste nel tentativo di cambiare le regole sulla gestione e sulla condivisione del debito pubblico dei Paesi dell’area euro, in modo da rendere i titoli del debito pubblico italiano e di altri paesi meno esposti al rischio spread. Questo potrebbe consentire di ridurre il numero e il rigore delle regole di bilancio europee e quindi di liberare risorse per la spesa pubblica primaria produttiva e sociale.

Nel contempo, l’Italia dovrebbe comunque affrontare la questione dell’efficienza della composizione della sua spesa pubblica, che ad oggi è sbilanciata sia secondo criteri di reddito (vi sono molti interventi di politica cosiddetta sociale che non sono sottoposti ad un adeguato test dei mezzi) sia secondo criteri generazionali sia nel rapporto tra spesa per investimenti (bassa) e spesa corrente (elevata). Bisognerebbe, insomma, ricostruire le condizioni che, fino al 2008, hanno consentito di ampliare la spesa pubblica pur riducendo il rapporto debito/Pil.

Uscire dall’euro: una non soluzione

Ma, come detto, a sinistra si affaccia con sempre maggiore evidenza un’opinione diversa. Anche a causa dell’ottusità di alcune prese di posizione da parte della Commissione europea, si sostiene che l’unica strada per tornare ad avere margini per politiche fiscali espansive sia quella di uscire dall’euro (e dall’Unione Europea?), reintrodurre una moneta nazionale, gestire (in qualche modo) i tremendi impatti che ne conseguirebbero nel breve periodo in termini di inflazione importata e di conseguente svalutazione della moneta, sperare che tale svalutazione, pur nel contesto di catene del valore fortemente globalizzate come sono quelle attuali, aumenti la competitività delle merci italiane e che questo (possibile) aumento, unito a politiche fiscali espansive, dia una spinta al Pil superiore all’effetto recessivo dell’aumento dei tassi di interesse che conseguirebbe ad un simile scenario.

Basta semplicemente rileggere quanto appena scritto per rendersi conto della catena di ipotesi che reggono un simile scenario. Ma, a guardare bene, non sono neppure queste le ipotesi più ambiziose.

L’ipotesi più ambiziosa della sinistra sovranista è che, ammesso e non concesso che l’uscita dall’euro apra questi formidabili spazi di aumento della spesa pubblica, sia politicamente credibile l’idea che questi aumenti vengano fatti nella spesa sociale, in quella per l’istruzione, insomma nel welfare.

Ovvero che la spinta politica, nettamente e decisamente conservatrice, che inevitabilmente sarebbe decisiva e (ancor più) vincente con l’uscita dall’euro, perdesse le sue connotazioni fondamentali nel momento stesso del suo trionfo.

L’idea cioè che la destra italiana, da sempre rappresentante dei peggiori istinti della borghesia conservatrice e del capitalismo anarco-familista, una volta riacquistata la libertà di politica fiscale la utilizzi non per aumentare la spesa militare, fare condoni e distribuire ricchezze alle mafie e ai potentati locali, ma invece per convertirsi magicamente all’utilizzo della spesa pubblica in modo lungimirante e progressivo.

C’è, davvero, qualcuno che ci crede?

 

* Alessandro Santoro è professore associato di Scienza delle finanze all’università Milano-Bicocca, membro del comitato di gestione dell’Agenzia delle Entrate, è stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei ministri ed esperto tributario al Secit (Ministero delle Finanze).

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