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Rinazionalizzare il debito: il disegno sovranista fa felici i falchi tedeschi

Il piano Lega-M5S coincide con il sogno degli antieuropeisti del Nord Europa: far detenere a banche e risparmiatori italiani il nostro debito pubblico

Di Alessandro Santoro*
I due vicepremier Luigi di Maio e Matteo Salvini durante la cerimonia di giuramento del gabineetto Conte al Quirinale

C’è un aspetto paradossale – ma a pensarci bene neanche troppo – del disegno sovranista che il governo gialloverde sembra voler realizzare nella gestione della finanza pubblica italiana. Quel disegno va nella direzione auspicata dai “tedeschi”, o, meglio, da quella parte dell’opinione pubblica ed economica della Germania e degli altri Paesi europei che da anni rifiuta qualsiasi meccanismo di condivisione del debito pubblico italiano e dei PIGS (acronimo molto in voga tra gli analisti economici, per indigare gli Stati dell’Europa meridionale: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).

Il debito sulle spalle degli Italiani

La direzione è quella della rinazionalizzazione dei debiti pubblici, ovvero l’idea che i titoli del debito pubblico siano detenuti dai risparmiatori e dalle banche dei Paesi che li emettono. Questo significa che circa 1/3 dell’attuale debito pubblico italiano – oggi finanziato da banche e risparmiatori esteri – dovebbe essere riacquistato dalle banche e dai risparmiatori italiani. E che costoro dovrebbero destinare anche i loro eventuali risparmi futuri a questo scopo.

A chi è in mano il debito pubblico italiano?
Debito pubblico: il 30% in mano straniera – Fonte: Banca Italia

Questo è, da diversi anni, l’obiettivo dei più antieuropeisti tra i politici, gli economisti e i commentatori tedeschi, i cosiddetti “falchi” come vengono spesso definiti. Di cui, quindi, il governo gialloverde diventa in questo modo il migliore alleato.

Il diversivo dialettico antieuropeo

Per capirlo bisogna sgombrare il campo dal diversivo dialettico utilizzato dal governo e dai suoi sostenitori, che possiamo sinteticamente definire come il “dalli all’Europa”. Un diversivo dialettico costruito con grande abilità, partendo da una critica giusta e fondata all’assurdità e alla rigidità delle regole europee e facendo credere (o, peggio, credendo davvero) che questa critica fosse sufficiente per “il cambiamento”.

Le regole europee introdotte a partire dal 2011, relative alla velocità di riduzione del debito pubblico e ai limiti ai livelli di spesa pubbica, aggiunte a quella del 3% come livello massimo di rapporto tra indebitamento e Pil annuo, e a quelle che ci siamo autoimposti – la regola del bilancio strutturale in pareggio con la conseguente querelle sulla definizione del saldo strutturale – definiscono un quadro assurdamente rigido e non fondato scientificamente.

Sono il risultato degli equilibri geopolitici europei dominati dalla Germania e di un movimento di interessi e opinioni che, a seguito di una crisi causata dall’eccesso di debito privato, hanno fatto credere che la soluzione stesse in una limitazione del debito pubblico.

Dalla giusta critica alle regole del debito, un “Piano B”

Bene fa dunque il Governo a criticare queste regole ed ancora meglio farebbe a fare concrete proposte per il loro superamento. Invece, nella confusione di questi mesi, la direzione sembra proprio essere quella di dare per scontato che non vi siano margini di cambiamento delle regole e quindi che vada predisposto un piano B. Che questo piano B coincida, sostanzialmente, con l’idea di nazionalizzazione del debito pubblico italiano si vede analizzando in controluce le diverse “proposte” avanzate dal governo e dai suoi sostenitori o ministri.

Consideriamo innanzitutto l’idea – comparsa in una prima versione del “contratto di governo” – della “cancellazione” dei 250 miliardi di debito italiano detenuto dalla BCE. Si tratta di titoli che costituiscono passività nel bilancio della BCE a cui corrispondono altrettante attività, ovvero crediti, nei confronti delle banche italiane. Queste sarebbero quindi chiamate a coprire la cancellazione di questi titoli.

In analoga direzione sembra andare il ragionamento proposto dall’economista Paolo Savona. L’attuale ministro delle Politiche Ue, in un’intervista, ha evidenziato che il saldo della bilancia commerciale italiana, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni, è pari a “quel che ci serve”, facendo (forse) intendere che quelle risorse andrebbero utilizzate per finanziare il debito pubblico.

Un’ipotesi di risparmio forzoso?

Tuttavia, ad oggi, quelle risorse sono private. Appartengono infatti alle imprese italiane esportatrici. Non è chiaro in che modo queste risorse potrebbero essere convogliate nel debito pubblico se non attraverso un’ipotesi di risparmio forzoso. Risparmio forzoso che, d’altronde, è sotteso anche all’idea di minibot emessi per finanziare la flat tax e/o il reddito di cittadinanza.

Infatti, questa eventuale nuova emissione di titoli non farebbe che aumentare il debito pubblico italiano, la cui nazionalizzazione verrebbe peraltro garantita dalla distribuzione (con modalità mai chiarita) alle “famiglie italiane” di tali minibot.

E ancora alla nazionalizzazione del debito pubblico punta, in ultima analisi, la (paventata? ipotizzata?) uscita dall’euro. Perché la conseguenza necessaria dell’uscita dall’euro sarebbe la chiusura dei movimenti di capitale verso l’estero e la nazionalizzazione dei risparmi. Questi ultimi verrebbero (forzosamente) utilizzati per finanziare il debito pubblico che nessun risparmiatore o banca straniera vorrebbe più acquistare.

In sintesi, tutte queste idee e proposte hanno in comune l’idea di arrivare ad una rinazionalizzazione (volontaria e/o forzosa) del debito pubblico italiano. Appunto, il sogno dei più antieuropeisti (ed antiitaliani) che albergano un po’ ovunque nell’Europa del Nord, e che verrebbe realizzato dai loro “apparenti” nemici, i sovranisti italiani.

Sovranisti nostrani e antieuropeisti nordici a braccetto. E la sinistra ci casca…

Tuttavia, si tratta di un paradosso solo apparente. Che una filosofia sovranista, applicata all’economia, porti all’autarchia finanziaria, non è affatto strano. Che questa autarchia sia funzionale agli obiettivi dei nazionalisti di qualunque parte è addirittura ovvio. Ciò che è veramente strano è che questo tipo di idee abbiano successo anche da chi ritiene di essere “di sinistra”.

E ciò accade probabilmente perché – oltre alla critica alle regole europee – il progetto sovranista di abbandono dell’euro porta necessariamente con sé la chiusura dei movimenti di capitale. Un superamento del dogma liberista della piena libertà di circolazione di capitali. Ma parziale: perché i capitali esteri che volessero accettare di investire nei titoli italiani ad alto rischio (di insolvenza e, nel caso di abbandono dell’euro, anche di cambio) sarebbero comunque benvenuti. E unilaterale: perché riguarderebbero un solo Paese – l’Italia – il cui mercato di capitali ha tra l’altro dimensioni ridotte nel contesto mondiale.

I rapporti di forza tra grande finanza e lavoro non cambiano

Dunque non si tratterebbe affatto di un superamento politico, e non rappresenterebbe in alcun modo un rovesciamento o anche solo un cambiamento dei rapporti di forza tra la grande finanza e il lavoro. Al massimo, vi si potrebbe vedere una sorta di imposta patrimoniale alternativa, posto che ad essere colpiti sarebbero i risparmi di chi si è potuto permettere il lusso di non spendere parte del proprio reddito in questi anni. Ma il gettito di questa “imposta” sarebbe gestito da un governo che ha la sicurezza (interna) e la costruzione di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin tra i suoi primi obiettivi. Sarebbe bene ricordarselo.

* Professore associato di Scienza delle finanze all’università Milano-Bicocca, membro del comitato di gestione dell’Agenzia delle Entrate, è stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei ministri ed esperto tributario al Secit (Ministero delle Finanze).

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