Da Vaca Muerta all’Atlantico: il gas argentino di Eni e il prezzo del fracking

Il giacimento di Vaca Muerta è un eldorado del gas per l'export. Tra fracking, comunità Mapuche espropriate e il contratto ventennale di Eni

Marta Facchini
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Il gas naturale liquefatto viene presentato come la soluzione ponte: non più dipendenza dalla Russia, non ancora rinnovabili. Dopo il 2022, l’Europa ha costruito terminal in fretta, firmato contratti a lungo termine, aperto le porte a nuovi fornitori.

Ma la filiera del gnl – dal Bacino Permiano texano all’Artico russo, da Vaca Muerta al Mozambico, fino alle coste europee dove i rigassificatori moltiplicano le proteste – racconta un’altra storia. Quella di territori sacrificati, comunità ignorate, dipendenze sostituite con altre dipendenze. E di un combustibile fossile che, nel frattempo, continua a riscaldare il Pianeta.

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Vaca Muerta, una “zona di sacrificio”

Vaca Muerta è da anni legata all’immagine di un futuro promettente per l’Argentina. Nelle rocce situate a migliaia di metri di profondità, si trova uno dei più grandi giacimenti al mondo di petrolio e gas non convenzionale. Per recuperarli è necessario un procedimento chiamato fratturazione idraulica o fracking: acqua, sabbia e prodotti chimici vengono iniettati ad alta pressione nelle formazioni sotterranee, causando un forte impatto sull’ambiente.

Il presidente di destra Javier Milei punta a trasformare il Paese in un importante produttore di petrolio e gas, alimentando l’immaginario di Vaca Muerta come “eldorado”. Come il leader ultraliberista, anche la produzione nell’area guarda oltre i confini argentini. Dal 2012, quando inizia ad apparire nell’agenda pubblica nazionale, nell’area è aumentata la presenza di multinazionali, e oggi sono in via di realizzazione progetti per l’esportazione del gas e petrolio dalla costa atlantica. L’immagine di una prospettiva di crescita è criticata da organizzazioni ambientaliste, cittadini e comunità Mapuche che denunciano la creazione di una “zona di sacrificio” e la violazione dei diritti del territorio e di chi ci vive.

Una storia che inizia con la violenza

Situata nel nord della Patagonia, Vaca Muerta ha un’estensione di 30mila km quadrati e comprende parte del sottosuolo delle province di Neuquén, Mendoza, Río Negro e La Pampa. Secondo le stime della US Energy Information Administration, conterrebbe circa 8.700 miliardi di metri cubi di shale gas e 16 miliardi di barili di shale/tight oil. Gli analisti internazionali la paragonano al bacino Permiano, situato tra Texas e New Mexico, punto di riferimento mondiale per l’estrazione di idrocarburi attraverso tecniche non convenzionali.

Lo sviluppo dell’area comincia nel 2013 con un accordo di investimento congiunto tra Ypf (la principale compagnia argentina del gas e del petrolio sottoposta nel 2012 a una parziale rinazionalizzazione da parte dello Stato, che aveva tolto alla spagnola Repsol il 51% delle azioni) e la compagnia statunitense Chevron sulla quale pesava una condanna, confermata dalla Corte suprema di giustizia dell’Ecuador, per la grave contaminazione provocata in Amazzonia. Il contratto tra le due imprese era stato approvato nell’agosto 2013, ma il suo contenuto completo non è mai stato reso pubblico.

«La storia di Vaca Muerta inizia con un atto violento: mentre si discute l’accordo, le proteste fuori dal Parlamento di Neuquén sono represse con brutalità. E la storia prosegue con ulteriore violenza», dice a Valori Ariel Slipak, economista e coordinatore dell’area di ricerca dell’organizzazione ambientalista Fundación Ambiente y Recursos Naturales (Farn).

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Vaca Muerta © Martín Álvarez Mullally/OPSur

L’enclave internazionale di Vaca Muerta

«Vaca Muerta è diventata un’enclave internazionale grazie all’insediamento di imprese straniere». Nelle operazioni di upstream, una delle più importanti è la Pan American Energy, joint venture con capitale britannico (British Petroleum), cinese (China National Offshore Oil Corporation) e argentino. Sono presenti anche la anglo-olandese Shell, la francese TotalEnergies e la statunitense Continental Resources. Gestiscono direttamente le operazioni in un “blocco” (cioè le porzioni delimitate di sottosuolo in cui vengono organizzate le attività di perforazione ed estrazione degli idrocarburi) oppure partecipano come partner, detenendo quote di investimento e di produzione senza assumere direttamente il ruolo di operatore delle attività estrattive.

«In seguito alcune imprese hanno venduto i loro asset, come la norvegese Equinor, oppure li hanno ridotti, come Total. Oggi si stanno espandendo soprattutto realtà con capitali argentini o con capitali parzialmente argentini come Pampa Energía e Vista Energy», prosegue Slipak. «Non significa che gli attori internazionali stiano andando via. Assistiamo a una loro riorganizzazione: da un lato, continuano a partecipare ad altre parti della filiera, come il midstream, e comprano idrocarburi argentini. Dall’altro, vendono alcune concessioni a imprenditori nazionali che sono loro partner in altri affari globali». Tra gli attori del settore finanziario che sostengono Vaca Muerta, ci sono sia banche di sviluppo e agenzie di credito all’esportazione, come la Banca Interamericana di Sviluppo, sia soggetti della finanza privata come BNP Paribas (Francia) e JP Morgan (Stati Uniti).

Fracking senza freni: oltre 17mila “fratture” nel 2024

La crescita dell’area ha avuto un’accelerazione dopo la pandemia da Covid-19. «Fin dall’inizio ha ricevuto sussidi statali, accesso a tassi di cambio differenziati, privilegi doganali e fiscali. Negli ultimi anni l’espansione è stata molto forte», spiega Slipak. «Nel 2024 sono state registrate 300 perforazioni di pozzi non convenzionali. Ogni pozzo ha tra le 40 e le 80 fasi di frattura, cioè il numero di perforazioni nella roccia durante il processo di fracking. In totale solo nel 2024 queste sono state circa 17.696. Nel 2025 il numero è stato maggiore», aggiunge Slipak. «Uno degli effetti della fratturazione è la sismicità indotta, microsismi causati dall’attività industriale. Un fenomeno invisibilizzato che impatta notevolmente sulla vita di chi vive nella regione».

Da anni organizzazioni ambientaliste denunciano la contaminazione che il fracking, proibito in Europa, produce sul territorio e sulle comunità. Nel report Atlas Ambiental de Vaca Muerta. Cartografías de lo oculto, l’organizzazione Observatorio Petrolero Sur (OPSur) ha analizzato gli effetti che questa tecnica di estrazione sta avendo sull’acqua e sull’aria. «Vaca Muerta è un’area semi-desertica, dipende molto dai fiumi. La fratturazione idraulica richiede milioni di litri di acqua dolce e compete con quella per uso umano e agricolo», spiega Alan Varsanyi, ricercatore dell’osservatorio. Nelle diverse fasi del processo di estrazione, si manipola l’acqua con additivi chimici e sabbie silicee che possono arrivare a contaminare le fonti di acqua dolce sotterranee e superficiali. Fuoriuscite e perdite di fluidi di perforazione possono attraversare le cementazioni e le tubazioni del pozzo, progettate per isolarlo dall’ambiente naturale ma sottoposte a pressioni molto elevate.

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Vaca Muerta © Martín Álvarez Mullally/OPSur

L’acqua avvelenata dal fracking

Secondo ricerche realizzate dalla United States Environmental Protection Agency (Epa) nella composizione dell’acqua di ritorno (flowback) si trovano materiali radioattivi e le sostanze chimiche utilizzate nella fratturazione idraulica. Le compagnie petrolifere negano i rischi associati all’uso di sostanze chimiche e, appellandosi al segreto commerciale, non rendono disponibili le informazioni complete sui prodotti utilizzati. «Gli studi sull’impatto ambientale sono richiesti per legge e dovrebbero prevedere audizioni pubbliche. Spesso sono organizzate in luoghi difficili da raggiungere e controllate da forze di polizia legate alle aziende, limitando la possibilità di esprimersi dei cittadini critici», aggiunge Varsanyi.

Questi grandi volumi di acqua di ritorno tossica, stimati in circa 15 milioni di litri per pozzo, vengono raccolti, stoccati e trasportati fuori dal sito di estrazione, tramite camion o condotte, per essere smaltiti. «Gli impianti di trattamento spesso si limitano a immagazzinarli senza smaltirli correttamente, anche vicino a zone abitate», prosegue. Ad oggi mancano dati ufficiali o monitoraggi sugli effetti che le attività estrattive hanno sulla salute della popolazione, ma le comunità che si trovano vicino alle aree interessate segnalano l’aumento di malattie, come problemi respiratori e diversi tipi di cancro.

Il costo umano dell’eldorado

Gli impatti sono anche sul tessuto sociale. Le comunità parlano di aumento di disuguaglianze e violazioni dei diritti delle comunità Mapuche. «Le aziende hanno una forte presenza nelle scuole e organizzano attività per attrarre studenti. Si sta generando un’idea comune tra i giovani, cioè che entrare in un’azienda petrolifera sia un impiego migliore rispetto al tradizionale settore agricolo che ha salari più bassi», afferma Varsanyi.

«Sono promesse che non si mantengono a lungo. La produttività dei pozzi cala rapidamente e le decisioni di trivellazione dipendono dai prezzi internazionali del petrolio, creando instabilità occupazionale per molti lavoratori. Nel settore estrattivo il lavoro manuale è quello meno specializzato e quindi il primo a essere scartato nei periodi di riduzione della produzione. Ci sono stati vari incidenti sul lavoro che hanno provocato la morte di operai. Prima del fracking non esisteva il nome Vaca Muerta. Il termine si è imposto quando le attività estrattive hanno iniziato a crescere e questo territorio ne ha mangiati altri. Con il governo di Milei le leggi ambientali sono state indebolite e i loro parametri resi più flessibili», prosegue.

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© Multisectorial Golfo San Matías

Dal giacimento al porto: il Vaca Muerta Oil Sur

Nell’agosto 2024, l’attuale esecutivo ha approvato il Rigi (Régimen de incentivo a las grandes inversiones), pensato per attrarre grandi investimenti privati offrendo incentivi fiscali, doganali e di cambio in settori considerati strategici dell’economia argentina come le miniere e il petrolio. «Si è rafforzata la logica secondo cui si produce principalmente per l’esportazione, senza considerare i danni ambientali e le conseguenze per le persone e i territori. L’obiettivo è il solo profitto delle aziende», conclude.

Il riferimento è al Vaca Muerta Oil Sur. L’oleodotto, ad oggi in costruzione, attraverserà parte della provincia di Neuquén, partendo dal giacimento Loma Campana di Ypf a Vaca Muerta, e arriverà a Punta Colorada nella provincia di Río Negro. Il consorzio è guidato da Ypf con la partecipazione, tra gli altri, di Pan American Energy, Vista e Chevron. In una zona sensibile del Golfo San Matías, ricca di biodiversità marina e fondamentale per la pesca e il turismo locale, si sta costruendo un porto in acque profonde per esportare petrolio greggio: il progetto consiste in un terminal di 250 ettari dotato di un parco serbatoi.

A causa delle loro grandi dimensioni, le petroliere che Ypf intende utilizzare per la commercializzazione non potranno avvicinarsi alla costa: saranno costruite due boe di ormeggio a punto singolo, situate a 6 e 8 chilometri dalla costa di Punta Colorada, ancorate al fondale marino con catene e ancore.

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© Multisectorial Golfo San Matías

L’oleodotto che arriva al mare

«Non è la sola minaccia che grava su un ecosistema unico al mondo e un laboratorio di biodiversità. Sono in corso ulteriori progetti per la produzione ed esportazione di gas naturale liquefatto», spiega Raquel Perier, biologa e attivista della campagna “Golfo azul para siempre” che riunisce comitati cittadini e organizzazioni ambientaliste in difesa dell’area, riconosciuta patrimonio mondiale dall’Unesco. Perier vive a Las Grutas, località turistica nel golfo, di fronte alle cui coste è prevista la costruzione di unità galleggianti per la produzione ed esportazione di gnl nell’ambito del progetto Argentina Lng promosso principalmente da Ypf. Il gas utilizzato arriverebbe da Vaca Muerta e dalla formazione della Cuenca Austral.

«Siamo molto preoccupati per gli impatti che queste strutture avranno sull’ecosistema. Le navi che trasporteranno il gas sulle piattaforme si trovano lungo la rotta di balene, delfini, orche e leoni marini», spiega Perier. «La produzione di gnl è una fabbrica sulle acque che funzionerà senza interruzioni, tutto il giorno e la notte, producendo inquinamento acustico e atmosferico. L’acqua del mare, usata per raffreddare il gas, tornerà in mare più calda e desalinizzata. Ciò avverrà nelle zone costiere, le aree più vulnerabili dove molte specie animali si riproducono».

Multisectorial Golfo San Matías
© Multisectorial Golfo San Matías

Eni e il progetto Argentina Lng: dodici milioni di tonnellate di gas all’anno

Tra le sei unità galleggianti di liquefazione, due sarebbero in capo a Eni. Nell’aprile 2025 l’impresa italiana e Ypf hanno firmato un memorandum d’intesa che valuta la partecipazione del Cane a sei zampe al progetto Argentina Lng, definendo «le attività necessarie a traguardare la decisione finale di investimento della fase del progetto che comprende le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di gnl all’anno».

Ad oggi, la cifra non è stata ancora resa nota. L’associazione ReCommon ha messo in evidenza la possibilità che a sostegno di Eni possa intervenire Sace: ha lanciato una campagna per chiedere di fermare il suo supporto all’iniziativa e ha inviato una lettera all’assicuratore pubblico italiano per diffidarlo dal sostenere il progetto. Il memorandum tra Eni e Ypf aveva fatto seguito al “Piano di azione 2025-2030 Italia-Argentina” che, annunciato nel novembre 2024 e firmato successivamente, dedicava una parte alla cooperazione nei settori energetici e delle materie prime critiche. 

«Se cambiano il golfo e il territorio, viene colpita anche la nostra identità», conclude Perier. «Abbiamo bisogno di rafforzare le economie locali e le attività già esistenti. Non abbiamo bisogno di mega progetti che sono solo distruzione e saccheggio». 

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