Quanta acqua consumano le aziende? Un nuovo indice prova a dare una risposta

Se il calcolo delle emissioni è sdoganato, non si può dire altrettanto dell’impronta idrica. Il Water Sustainability Index vuole colmare questo vuoto

Il Water Sustainability Index misura prelievi idrici, scarichi, consumo idrico e riutilizzo dell’acqua © jirapongb/iStockPhoto

Qualsiasi azienda consuma acqua. Una risorsa scarsa e sotto pressione: secondo le stime Unesco, l’uso globale di acqua dolce è aumentato di sei volte nell’ultimo secolo e continua a crescere al ritmo dell’1% all’anno dagli anni Ottanta.

È logico auspicare di usare l’acqua in modo più efficiente, è molto più complesso riuscirci. Tanto più perché – secondo Cdp, società specializzata proprio nella misurazione degli impatti ambientali – l’uso complessivo di acqua associato a un prodotto si genera per la stragrande maggioranza, circa il 90%, nelle fasi iniziali della filiera. Tradotto: in quei subfornitori di materie prime e semilavorati, spesso disseminati dall’altro lato del Pianeta, che molte multinazionali non riescono nemmeno a mappare per intero.

Un team di ricerca internazionale ha messo a punto uno strumento che vuole colmare, almeno in parte, questo vuoto di informazioni. Si chiama Water Sustainability Index (Wsi) ed è descritto in un articolo pubblicato su Nature Water.

Come funziona il Water Sustainability Index (Wsi)

Il Water Sustainability Index è frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori della Stanford University, della Korea University e della International Esg Association. È il primo tentativo di elaborare un indice in grado di valutare la gestione delle risorse idriche da parte delle aziende. E di farlo sulla base dei dati e della specifica area geografica coinvolta, anziché di descrizioni qualitative o impegni generici che rendono difficile mettere a confronto le aziende tra di loro. «Mentre le emissioni di gas serra hanno impatti relativamente simili a livello globale, l’acqua è una questione locale che varia da bacino a bacino», ha spiegato Yong Sik Ok, professore presso la Korea University. «Metodi di valutazione basati su algoritmi opachi possono produrre risultati diversi tra istituzioni e aumentare i rischi di greenwashing».

Nella pratica, il Water Sustainability Index prende in esame quattro indicatori: prelievi di acque sotterranee e superficiali, scarichi di acque reflue, consumo idrico e riutilizzo dell’acqua. Tutti questi parametri vengono poi ponderati in base allo stress idrico della zona interessata. In altre parole, prelevare una determinata quantità d’acqua da un territorio a rischio siccità “pesa” di più rispetto a farlo in una zona in cui l’acqua è abbondante. L’obiettivo è quello di dare ai dirigenti delle aziende uno strumento per prendere decisioni. «Un’azienda può inserire diversi scenari – spostare un impianto, migliorare il trattamento delle acque reflue, implementare sistemi di riciclo – e vedere quanto migliorerebbe il proprio punteggio prima di investire anche un solo euro», ha spiegato William Mitch, coautore dello studio e professore alla Stanford University.

L’impronta idrica è un punto cieco nella valutazione sulla sostenibilità delle aziende

Il Water Sustainability Index è uno strumento sperimentale e volontario. Non lo impone nessuna legge e non sostituisce né le norme tecniche (come la ISO 14046 sulla water footprint) né gli standard per la rendicontazione di sostenibilità. Resta però un tentativo di affrontare un tema, quello della pressione sulle risorse idriche, che è oggettivo ma ancora in larga parte ignorato. I ricercatori hanno preso in esame i dati del London Stock Exchange Group. Scoprendo che, tra le tra 3.107 aziende valutate secondo criteri ambientali, sociali e di governance (Esg), circa il 40% rende noti i dati sulle emissioni di gas serra, mentre solo il 26% comunica i prelievi idrici totali. Ancora più risicate le informazioni sull’uso di acqua riciclata.

L’ambizione dichiarata dei ricercatori è quella di mettere a disposizione un nuovo standard, finalmente univoco, che non si presti al greenwashing. Evitando che, come accade oggi, una stessa azienda possa ricevere valutazioni Esg diverse a seconda del provider che le emette. Valutazioni che non restano sulla carta, perché determinano l’accesso – o l’esclusione – dai portafogli dei fondi che si presentano come sostenibili. Se i criteri sono opachi o incoerenti, anche l’allocazione del capitale rischia di esserlo. Strumenti più solidi e trasparenti potrebbero portare quella chiarezza di cui il settore della finanza sostenibile mostra di avere un gran bisogno.

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