Zucman: «Nessun diritto a diventare ricchi senza doveri verso la collettività»
La sua proposta è un'imposta minima del 2% sui patrimoni oltre i 100 milioni. E secondo lui ogni Paese può introdurla anche da solo
In breve
- La Zucman-tax è un’imposta minima effettiva del 2% annuo sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro, pensata perché nessun ultraricco versi meno di quella soglia.
- Funziona colpendo il patrimonio e non il reddito: gli ultraricchi organizzano la ricchezza in holding che producono poco reddito imponibile, mentre il patrimonio è difficile da manipolare.
- Secondo Gabriel Zucman non serve un accordo internazionale: ogni Paese può introdurla, obbligando chi emigra a pagare l’imposta per altri cinque-dieci anni.
«I diritti richiedono denaro». Può sembrare un’affermazione banale, ma nelle poche parole scelte come titolo del suo ultimo saggio la giurista keniota Attiya Waris riassume uno dei principali paradossi del nostro tempo. Per quanto solenni possano essere le dichiarazioni, nessun diritto umano può esistere senza le risorse economiche necessarie a renderlo effettivo. Ospedali, scuole, sistemi giudiziari, trasporti pubblici, protezione sociale: tutto richiede entrate fiscali. Quando quelle entrate vengono meno, anche i diritti finiscono per svuotarsi di significato.
Nel suo saggio pubblicato da Aeon, Waris sostiene che il problema non sia tanto la scarsità di risorse, quanto il modo in cui l’architettura finanziaria internazionale permette a una parte consistente della ricchezza mondiale di sottrarsi alla tassazione. È una questione che riguarda il debito dei Paesi a basso reddito, i flussi finanziari illeciti, la competizione fiscale tra Stati e le regole con cui viene tassato il capitale. In altre parole, il funzionamento stesso del sistema economico globale.
Secondo le stime dell’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), ogni anno dall’Africa escono circa 88,6 miliardi di dollari attraverso flussi finanziari illeciti. Una cifra superiore a quella che il continente riceve complessivamente sotto forma di aiuti internazionali e investimenti diretti esteri. Per Waris, non si tratta semplicemente di un problema di evasione fiscale o di cattiva amministrazione, ma della conseguenza di regole costruite in un contesto storico in cui molti Paesi oggi indipendenti non avevano alcun peso nel definirle.
Tassare i patrimoni invece che i redditi
La riflessione, tuttavia, va ben oltre il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Gli stessi meccanismi che impoveriscono gli Stati più fragili operano anche nelle economie avanzate, dove patrimoni enormi riescono a contribuire al finanziamento dei servizi pubblici in misura proporzionalmente inferiore rispetto ai redditi da lavoro. È su questo terreno che si inserisce il lavoro dell’economista Gabriel Zucman, tra i maggiori studiosi mondiali delle disuguaglianze fiscali.
Negli ultimi anni Zucman ha documentato come, in numerosi Paesi, i miliardari finiscano per pagare aliquote effettive inferiori a quelle della classe media. Non perché occultino illegalmente il proprio patrimonio, ma perché sfruttano strumenti perfettamente compatibili con la normativa vigente.
«Gli ultraricchi possono facilmente organizzare il proprio patrimonio in modo che produca poco o nessun reddito imponibile», spiega a Valori. «In Europa una tecnica molto diffusa consiste nel creare società holding personali alle quali vengono destinati i dividendi. Poiché nessuna persona fisica riceve direttamente quel reddito, non viene pagata l’imposta sul reddito delle persone. E, nella maggior parte dei casi, anche l’imposizione societaria resta molto limitata».
Il punto, osserva Zucman, è che il sistema fiscale continua a concentrarsi sul reddito. Mentre la grande ricchezza contemporanea è sempre più organizzata attraverso patrimoni che possono crescere enormemente senza trasformarsi in reddito imponibile. Il risultato è che il patrimonio aumenta, ma il fisco continua a vedere ben poco.
Che cos’è la Zucman-tax
Da questa constatazione nasce la proposta che negli ultimi mesi è diventata nota come Zucman-tax. Un’imposta minima effettiva pari al 2 per cento annuo per i patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. L’obiettivo non è introdurre una nuova patrimoniale tradizionale, ma garantire che nessun contribuente ultra-ricco versi complessivamente meno di quella soglia.
«Un’imposta minima individuale è l’unico modo per garantire che le fortune più grandi non paghino un’aliquota effettiva inferiore a quella della classe media», afferma. «Per funzionare deve essere applicata al patrimonio, non al reddito. Perché il reddito può essere fatto sparire, mentre il patrimonio è molto più difficile da manipolare».
La distinzione è centrale anche per comprendere perché molte imposte patrimoniali introdotte in Europa negli ultimi decenni abbiano prodotto risultati modesti. Secondo Zucman, il problema non era l’idea di tassare la ricchezza in sé, ma le numerose eccezioni previste dalle diverse legislazioni, che finivano per escludere proprio le forme di patrimonio detenute dai contribuenti più facoltosi. La sua proposta punta invece a eliminare le esenzioni e a stabilire una soglia minima di imposizione realmente inaggirabile.
La “bufala” dei miliardari in fuga
L’obiezione che accompagna da sempre questo tipo di riforme è nota: se uno Stato aumenta la tassazione sui grandi patrimoni, i contribuenti più ricchi sposteranno semplicemente la propria residenza fiscale altrove. È uno degli argomenti più utilizzati contro qualsiasi forma di patrimoniale. E viene spesso presentato come la dimostrazione che simili misure possano funzionare soltanto attraverso un accordo internazionale.
Zucman, però, respinge questa impostazione. A suo giudizio, un coordinamento globale è auspicabile, ma non rappresenta una condizione necessaria. «Non abbiamo bisogno di un accordo internazionale perché questa misura funzioni», sostiene. «Qualunque Paese può introdurla autonomamente. Se un miliardario decide di trasferirsi all’estero, la legge dovrebbe prevedere che continui comunque a pagare l’imposta minima per almeno cinque o dieci anni dopo aver lasciato il Paese nel quale la sua fortuna è stata costruita».
Perché tassare i grandi patrimoni è una scelta politica
Per l’economista francese, il principio è politico ancor prima che fiscale. La possibilità di accumulare grandi ricchezze non nasce nel vuoto, ma all’interno di società che hanno investito nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture, nella tutela della proprietà e nelle istituzioni che rendono possibile fare impresa.
«Se una persona entra nel club dei miliardari», conclude Zucman, «è evidente che lo deve anche all’istruzione e all’assistenza sanitaria ricevute, ai beni e ai servizi pubblici che hanno permesso alle sue imprese di prosperare e alla spesa pubblica che ha protetto le sue proprietà. Non esiste un diritto a diventare ricchi e poi non avere alcun dovere nei confronti della collettività».
È forse proprio qui che la riflessione di Zucman incontra quella di Waris. Se quest’ultima ricorda che senza risorse economiche i diritti restano promesse prive di efficacia, l’economista francese prova a indicare uno degli strumenti con cui recuperare quelle risorse. Entrambi, pur partendo da prospettive diverse, arrivano alla stessa conclusione: la questione fiscale non riguarda soltanto il modo in cui gli Stati raccolgono entrate, ma il tipo di società che intendono costruire. Perché decidere chi contribuisce al finanziamento dei beni comuni significa, in ultima analisi, decidere quali diritti possono essere realmente garantiti.




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