La transizione giusta inizia da chi cuce i nostri vestiti: Abiti Puliti il 1° maggio in piazza a Prato
l 1° maggio Campagna Abiti Puliti in piazza a Prato per lanciare il Manifesto internazionale che lega diritti del lavoro e transizione ecologica nella moda
Il 1° maggio, alle 15:30, in piazza del Comune a Prato, Campagna Abiti Puliti insieme a Sudd Cobas manifesta contro lo sfruttamento nel distretto tessile, al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori del Macrolotto. È il polo produttivo che ospita migliaia di persone, in larga parte di origine cinese e pakistana, spesso senza contratto, pagate a cottimo, con turni che superano abitualmente le 12-14 ore al giorno. Una scelta non casuale: il distretto pratese è uno dei più grandi d’Europa e uno degli specchi più nitidi delle contraddizioni dell’industria globale della moda.
I numeri raccontano un sistema, non una serie di eccezioni. A marzo 2026 un’operazione coordinata dalla prefettura di Prato ha portato alla sospensione di sette aziende, all’individuazione di 32 lavoratori in nero su 90 controllati e a sanzioni per oltre 131mila euro, oltre al sequestro di due dormitori abusivi allestiti dentro i capannoni. E le cose non vanno meglio altrove: l’inchiesta della procura di Milano che abbiamo raccontato in questi mesi ha rivelato la presenza di oltre 200 lavoratrici e lavoratori sfruttati nella filiera dell’alta moda milanese, in laboratori che producono per i grandi marchi del lusso made in Italy.
Le stesse dinamiche di sfruttamento che Clean Clothes Campaign denuncia da anni a livello globale – la rete internazionale di cui Campagna Abiti Puliti è la sezione italiana – si riproducono dunque a pochi chilometri da Firenze, nel cuore del Made in Italy. «La transizione giusta non riguarda solo le fabbriche del Bangladesh o del Pakistan», è il messaggio della giornata, ma anche chi cuce i nostri vestiti dietro l’angolo di casa, spesso invisibile e senza voce.
Il Manifesto: salario dignitoso e giustizia climatica insieme
Proprio nel giorno della Festa Internazionale dei Lavoratori, Clean Clothes Campaign lancia in tutto il mondo il Manifesto per una transizione giusta nella moda, un documento co-sviluppato con giovani, lavoratrici, lavoratori e organizzazioni alleate in decine di Paesi. La piattaforma – di cui su Valori abbiamo seguito la genesi partecipativa – delinea i principi per trasformare radicalmente l’industria della moda partendo da subito.
Tra questi spicca il salario dignitoso: la retribuzione base netta ancorata al costo reale della vita, garantita a tutte le persone che lavorano nella filiera per consentire loro di soddisfare i bisogni primari, e regolarmente indicizzata. Un parametro di riferimento per il salario minimo legale o contrattuale, oggi quasi ovunque sganciato dal costo effettivo della vita.
Il filo che tiene insieme il Manifesto è la convinzione che le grandi sfide di questo tempo – precarietà, riscaldamento globale, violenza di genere e razziale, collasso ecologico, guerre – affondino le radici nello stesso meccanismo: lo sfruttamento di persone e Pianeta a beneficio di pochi.
«Non si può salvare il clima sulle spalle di chi già fatica a sopravvivere»
«Siamo a Prato, nel cuore del tessile italiano, e quello che vediamo ogni giorno ci dice tutto: il sistema moda devasta il Pianeta, sfrutta chi lavora e non fa gli interessi di chi quegli abiti li indossa», afferma Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce di Campagna Abiti Puliti. «I profitti si concentrano in pochissime mani, mentre i costi – sociali, ambientali, economici e umani – vengono scaricati su tutti gli altri».
«Ripensare i modi di produzione e consumo non è un lusso: è una necessità», continua Lucchetti. «Ma una transizione che riduce i volumi produttivi senza proteggere lavoratrici e lavoratori non è una soluzione, è un altro sopruso. La vera sfida è tenere insieme giustizia sociale e giustizia climatica, tutelare le comunità che vivono di questo lavoro e il Pianeta che tutti abitiamo».
Sul versante dei Paesi produttori, Khalid Mahmood della Labour Education Foundation (Pakistan) sottolinea che il Manifesto «offre un quadro importante per garantire che i costi della transizione non ricadano su lavoratrici, lavoratori e comunità del Sud Globale, ma siano sostenuti da chi trae maggior profitto dall’industria. Per chi lavora in Pakistan, la transizione ambientale non può dirsi giusta se non garantisce anche lavoro dignitoso, salari adeguati, salute e sicurezza sul lavoro, libertà di associazione, protezione sociale e partecipazione concreta alle decisioni».
I principi del Manifesto
Un sistema della moda giusto, secondo il documento, è un sistema che:
- garantisce lavoro dignitoso, qualità di vita elevata e pari diritti a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori lungo la catena del valore;
- assicura giustizia sociale, economica, di genere e climatica, ora e in futuro;
- ridistribuisce la ricchezza a favore di chi lavora, garantendo salari dignitosi e protezione sociale universale;
- ripartisce equamente i costi dell’adattamento e della mitigazione climatica;
- dà voce a lavoratrici e lavoratori nelle decisioni e permette loro di esprimersi senza timore;
- ripristina la natura e opera entro i limiti planetari;
- riduce i volumi eccessivi di produzione e aumenta la sicurezza del lavoro;
- ritiene aziende e dirigenti responsabili dei danni che causano;
- adotta modi nuovi e giusti di coltivare, trasformare, produrre, trasportare, vendere, riciclare e valorizzare abbigliamento, calzature e accessori;
- si costruisce attraverso un movimento di potere collettivo e solidarietà globale.
Oltre 200 organizzazioni in 43 Paesi
Il Manifesto è già stato sottoscritto da oltre 200 organizzazioni in 43 Paesi. Tra le adesioni italiane figurano sigle sindacali (Adl Cobas, Filctem Cgil, Sudd Cobas, Uiltec Uil), organizzazioni della società civile (Fair, Fashion Revolution Italia, Movimento Consumatori, Oxfam Italia, Equo Garantito), realtà del mondo dell’economia etica (Fondazione Finanza Etica), del giornalismo indipendente (Scomodo) e dell’attivismo climatico (Fridays For Future Italia e Firenze).
Il Manifesto può essere firmato dalle singole persone su abitipuliti.org/manifesto oppure sottoscritto dalle organizzazioni scrivendo a manifesto@abitipuliti.org.




Nessun commento finora.