Rana Plaza, tredici anni dopo: la moda sostenibile dimentica chi cuce i vestiti

La moda si dice sostenibile, ma chi cuce i vestiti resta invisibile. Tredici anni dopo il Rana Plaza, i diritti sociali sono ancora il punto ...

Lavoratori tessili in India © Chris Bucanac/iStockPhoto

Tredici anni fa, il 24 aprile 2013, un edificio di otto piani crollava a Dacca, in Bangladesh. Dentro c’erano cinque fabbriche tessili. Morirono almeno 1.138 persone, operai e operaie che quella mattina erano stati costretti a entrare nonostante le crepe nelle mura fossero già visibili. Il Rana Plaza non fu una fatalità, ma il risultato di un sistema basato su salari da fame, assenza di sindacati, controlli inesistenti. E una catena di fornitura globale che comprava a prezzi talmente bassi da rendere impossibile qualsiasi investimento in sicurezza.

Tredici anni dopo, l’industria della moda si è trasformata, almeno nella comunicazione. I brand pubblicano report di sostenibilità, le fabbriche ottengono certificazioni ambientali, le collezioni si chiamano “eco” o “green”. L’Europa ha cominciato a legiferare seriamente.

Eppure qualcosa manca: il dibattito sulla moda sostenibile si concentra sull’impatto ambientale, ma chi cuce i vestiti continua ad essere invisibile. Una sostenibilità a metà.

Fast fashion e sovrapproduzione: 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno

Che il settore della moda abbia un enorme impatto ambientale e climatico è indubbio. E la causa va rintracciata in un modello economico che impone di produrre sempre di più per consumare sempre più capi di qualità sempre più bassa. Tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%, secondo l’Ellen MacArthur Foundation.

Le collezioni, che tradizionalmente erano due l’anno, sono diventate decine: ogni settimana i brand della fast fashion sfornano nuovi modelli rendendo obsoleti – e quindi non più desiderabili – i vecchi. Il risultato è una montagna di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte in discarica o incenerita.

Ne abbiamo scritto nel nostro dossier sulla moda. Ed è su questo terreno che l’Unione europea ha scelto di intervenire con un pacchetto normativo tra i più ambiziosi mai adottati per un singolo settore.

Ecodesign e Epr: cosa cambia con la normativa europea sulla moda

La prima misura entrerà in vigore tra pochi mesi. Dal 19 luglio 2026, in forza del Regolamento europeo sull’ecodesign (Espr), le grandi imprese non potranno più distruggere articoli di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi; le piccole sono per ora esentate.

Ad oggi la discarica e l’inceneritore sono un’opzione ordinaria per la gestione degli invenduti. Da luglio le aziende dovranno ripensare il modello inserendo donazione, ricondizionamento e riciclo delle fibre come uniche strade percorribili per smaltire il magazzino. Ciò comporta anche il ripensamento della sostenibilità a monte, visto che a limitare la possibilità di donare capi e riciclare tessuti è oggi la scarsa qualità dei materiali e delle confezioni. Per l’industria «cosa succede dopo» non è mai stato un problema, mentre produrre abiti a basso costo era la condizione di base per aumentare i profitti.

Sempre sul fronte dei rifiuti, quest’anno entrerà in vigore l’Epr tessile, la Responsabilità estesa del produttore. Mentre l’Espr vieta la distruzione di capi nuovi mai venduti, l’Epr riguarda i capi già acquistati e poi dismessi dal consumatore. Renderà i brand responsabili della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei propri prodotti a fine vita. Un dato chiarisce perché questa norma era urgente: oggi in Italia viene raccolta in modo differenziato solo il 12% dei tessili immessi al consumo. Il restante 88% viene smaltito come rifiuto generico.

Il passaporto digitale di ogni capo e la fine del greenwashing

Entro il 2027, ogni prodotto tessile immesso sul mercato europeo dovrà avere un Digital product passport (Dpp), una carta d’identità digitale accessibile via Qr code o Nfc. Scansionandolo, i consumatori – e le autorità doganali – potranno vedere la composizione esatta dei materiali, la percentuale di contenuto riciclato, le istruzioni per la riparazione e lo smaltimento, la tracciabilità della filiera produttiva. Per i brand, significa dover condividere informazioni sui fornitori e sui laboratori di confezione. Dati che fino ad oggi erano considerati riservati e che spesso nascondevano subappalti a cascata verso fabbriche con standard minimi.

Dal 27 settembre prossimo, con il recepimento italiano della direttiva europea 2024/825, sarà illegale usare termini come “eco-friendly”, “green”, “sostenibile”, “a zero emissioni” o “carbon neutral” senza prove verificabili. L’Agcm – l’Antitrust italiano – potrà chiedere documentazione a supporto di qualsiasi messaggio ambientale diffuso al pubblico e applicare sanzioni in caso di dichiarazioni ingannevoli. Dovrebbe essere la fine, almeno sulla carta, del greenwashing che ha caratterizzato la comunicazione della moda (e non solo) negli ultimi anni. Ma manca ancora all’appello la seconda direttiva che avrebbe dovuto istituire un meccanismo unico di verifica ex ante dei green claim volontari.

Il punto cieco della moda sostenibile: 75 milioni di lavoratori senza diritti

Queste iniziative europee, pur lodevoli, ruotano intorno a tre assi: impatto ambientale, trasparenza delle informazioni, economia circolare. Ciò che manca è l’attenzione ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della filiera – circa 75 milioni di persone nel mondo, la grande maggioranza donne, concentrate nei paesi del Sud globale. 

Nel rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio” a cura della Campagna Abiti Puliti, emerge come l’attenzione per la sostenibilità ambientale non necessariamente vada di pari passo con un miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Bangladesh è il Paese del mondo con il maggior numero di fabbriche certificate Leed. Una certificazione che rappresenta uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale per valutare la sostenibilità degli edifici. Nelle otto fabbriche analizzate è assente qualsiasi rappresentanza sindacale e il divario tra salario pagato e minimo dignitoso è del 70%. Fabbriche con i pannelli solari sul tetto e senza sindacato.

Come sintetizza Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari».

Decidere di trattare la crisi ambientale e climatica e i diritti delle persone lavoratrici come questioni separate è una scelta politica precisa. Eppure, è solo affrontandole come complementari che possiamo realizzare una transizione giusta. Ovvero, politiche di tutela dell’ambiente e del clima che promuovano giustizia sociale.

Accordo internazionale, SA8000 e filiere corte: gli strumenti che mettono insieme ambiente e diritti

Tuttavia, esistono strumenti che cercano di mettere insieme ambiente e diritti sociali. Dopo il crollo del Rana Plaza è nato l’Accordo internazionale per la sicurezza. Rinnovato nel 2023, è un accordo vincolante che impegna i brand firmatari a garantire condizioni di sicurezza nelle fabbriche, pratiche commerciali corrette e libertà sindacale. Non è sufficiente da solo – la Campagna Abiti Puliti chiede che i brand ne estendano la portata includendo prezzi equi e copertura assicurativa contro gli infortuni – ma è uno dei pochi strumenti con meccanismi di verifica e sanzione effettivi.

Esistono poi certificazioni sociali integrate. Fairtrade e SA8000 sono standard che valutano condizioni di lavoro, retribuzioni, diritti sindacali e parità di genere lungo tutta la filiera. Sono esigenti – richiedono la verifica da parte di enti terzi di ogni passaggio della filiera – e per questo i brand faticano ad adottarli. Ma sono l’unico modo per rendere la sostenibilità credibile anche sul piano sociale.

Il passaporto digitale, come dicevamo, è pensato principalmente come strumento di trasparenza ambientale. Ma la sua architettura – tracciabilità verificabile di ogni passaggio della filiera – potrebbe essere estesa a includere dati sulle condizioni di lavoro. Per esempio sui  salari pagati, sulla presenza di contratti collettivi, sull’assenza di lavoro minorile. 

Produzioni locali e filiere corte non sono soluzioni adatte a tutto il mercato, ma rappresentano modelli alternativi per alcuni segmenti. Alcune realtà italiane ed europee stanno costruendo filiere trasparenti e verificabili, con standard sociali integrati fin dalla progettazione del capo.

Investimenti e fast fashion: quando la finanza verde replica il problema

C’è un altro attore che il dibattito sulla transizione della moda ha iniziato a nominare esplicitamente: gli investitori. Un report di Bcg e Fashion for Good del 2020 stima che gli investimenti necessari per attuare innovazioni sostenibili nel settore ammontino a 20-30 miliardi di dollari l’anno fino al 2030. Nuovi materiali, processi di tintura a basso impatto idrico, tecnologie di riciclo fibra-a-fibra, modelli di business circolari sono innovazioni che esistono come prototipo e che necessitano di investimenti per diventare la norma. 

Ma il capitale privato non è neutrale: sceglie dove andare in base al rendimento atteso, non in base alle priorità sociali. Come abbiamo mostrato analizzando i fondi sostenibili che continuano a investire nella fast fashion, il rischio è che la finanza “verde” replichi il problema invece di risolverlo. Un fondo che investe in una startup di riciclo certificata Leed senza verificare le condizioni di lavoro nella sua catena di fornitura sta facendo esattamente questo. Cambiano i pannelli solari sul tetto; le lavoratrici restano senza sindacato.

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati