L’ambiente come vittima e campo di battaglia

Un estratto dal libro Disarmo climatico" di Francesco Vignarca (Edizioni Ambiente, 2026) sul rapporto tra guerra e ecologia

Francesco Vignarca
I danni ambientali della guerra © USGS/Unsplash
Francesco Vignarca
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«Desertum fecerunt et pacem appellaverunt». Oppure, per essere più rispettosi delle parole originali di Tacito: «Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant». Ma sempre con la stessa traduzione possibile: «Fecero un deserto, e lo chiamarono pace». Una frase lapidaria che attraversa i secoli e che, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autore latino, mostra con straordinaria efficacia quanto ogni guerra sia devastante per le comunità umane, per i territori e per l’ambiente. Proprio per questo, una pace autentica e duratura non può prescindere dalla tutela e dalla ricostruzione di queste dimensioni.

Purtroppo, nella storia si è spesso privilegiata la dimensione retorica e politica delle guerre, osservandole come eventi circoscritti a uno specifico contesto spazio-temporale e raramente considerando il loro processo di preparazione o le conseguenze che producono nel lungo periodo. Si tende a dimenticare troppo in fretta il loro impatto sulle persone, che dovrebbe invece essere il primo elemento di valutazione, perché riguarda direttamente la vita umana. Ancora più raramente si prende in considerazione l’impatto sull’ambiente, nonostante le sue conseguenze siano altrettanto decisive per la sopravvivenza di donne e uomini e, in senso più ampio, dell’intera umanità.

Le conseguenze ambientali della guerra

L’epoca che stiamo attraversando offre numerosi esempi di quanto sia fondamentale connettere guerra, militarizzazione, pace, disarmo e ambiente. Quanto sono estesi, e quanto restano ancora irrisolti, i residui tossici lasciati dalla presenza militare occidentale in Afghanistan? Quanto profondamente ha devastato il territorio del Congo la lunga guerra che continua a tormentare quel Paese, aggravata da una dimensione di sfruttamento delle risorse che ne costituisce uno degli elementi strutturali?

E quali sono, e soprattutto quali saranno nei prossimi decenni, le conseguenze ambientali della guerra che da oltre quattro anni infuria in Ucraina, riportando il conflitto su larga scala nel cuore dell’Europa? Un esempio emblematico della necessità di affrontare questi aspetti è offerto da quanto accaduto dopo la distruzione della diga della centrale idroelettrica di Kakhovka sul Dnipro, nel giugno 2023.

Non era mai successo che una massa di riserva d’acqua così imponente (equivalente a quella di un grande lago prealpino italiano) si riversasse in così poco tempo. Lasciando dietro di sé, oltre agli impatti diretti per le città limitrofe, anche una modifica dell’ambiente mai sperimentata prima. E che, secondo le stime degli esperti, non potrà essere riassorbita se non in decenni. E solo a guerra finita.

La “pioggia nera” acida carica di sostanze tossiche sulle città dell’Iran

E, ancora una volta sotto gli occhi di tutti, nella primavera del 2026 si è assistito alla serie di attacchi durata dodici giorni contro l’Iran, nell’ambito delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano. Le immagini delle raffinerie e dei depositi di carburante di Teheran in fiamme, con colonne di fumo nero che si alzavano sulla metropoli, hanno fatto il giro del mondo.

Quando nella notte tra il 7 e l’8 marzo gli attacchi hanno colpito oltre trenta siti petroliferi in tutto il Paese (quattro solo nei dintorni della capitale) su una città di più di nove milioni abitanti è caduta una “pioggia nera” acida carica delle sostanze tossiche sprigionate dalla combustione del greggio sulfureo, infiltratasi nei sistemi fognari e nelle falde.

È l’immagine forse più nitida, perché rilanciata globalmente nella sua drammatica plasticità, di ciò di cui parla questo libro: una popolazione civile esposta per anni, ben oltre la fine dei combattimenti, a un danno ambientale e sanitario che nessuno ha messo nel conto della guerra. Tantomeno chi ha scelto (e preparato) l’azione militare. Perché il punto, lo vedremo, non è “l’ambiente” come entità astratta da proteggere: ma è lo spazio geografico e sociale in cui le persone vivono, respirano, coltivano, crescono i propri figli.

L’ecocidio a Gaza: una ferita ecologica che condizionerà la vita per generazioni

E poi c’è Gaza. Di Gaza, in questi anni, abbiamo visto soprattutto macerie, grigio, polvere, detriti. Quasi nessun albero, quasi nessun elemento di vita naturale. Per descrivere quanto avvenuto nella Striscia è stato ripreso il termine “urbicidio”, l’uccisione di una città, nell’accezione elaborata da architetti e intellettuali dell’ex Jugoslavia durante le guerre balcaniche per raccontare la distruzione sistematica di biblioteche, ponti, moschee e chiese volta a sradicare l’identità del “nemico”.

Ma a Gaza, accanto all’immane tragedia umana con il tentativo deliberato di cancellare un intero popolo e una possibile futura condanna di Israele per “genocidio” di fronte alle Corti internazionali, si è consumata anche una devastazione ambientale così profonda e sistematica che molti scienziati e giuristi hanno cominciato a parlare apertamente di “ecocidio”.

Terreni agricoli rasi al suolo, falde contaminate, decine di milioni di tonnellate di macerie intrise di sostanze tossiche e resti umani: una ferita ecologica che condizionerà la vita (e la possibilità stessa di vita) nella Striscia per generazioni, ben oltre i fragili cessate il fuoco che si stanno sperimentando. Questa parola tiene insieme, in un solo concetto, sia la distruzione ecologica sia la sofferenza umana che ne deriva, nel presente e nel futuro.

Questo testo è un estratto del libro Disarmo climatico di Francesco Vignarca, Edizioni Ambiente, 2026

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