La Cop31 metterà al centro l’elettrificazione, con i suoi problemi ancora da risolvere
La domanda di elettricità cresce, ma reti e fonti pulite non tengono ancora il passo. La Cop31 in Turchia proverà a colmare la distanza
Il dado è tratto: la Cop31 che si terrà a novembre 2026 in Turchia sarà quella dell’elettrificazione. Ci si aspettava una conferenza scialba, dopo quella simbolica di Belém dell’anno scorso. Non che le promesse degli organizzatori contino mai più di tanto: ormai anche chi si occupa di clima ha imparato a sfruttare (persino troppo) leve e meccanismi della comunicazione.
Ma il tema c’è. E la presidenza turca, in pieno neo-ottomanesimo e alla ricerca di un ruolo internazionale, l’ha centrato. Contribuiscono due fattori: il primo è la crescita importante dei consumi elettrici legata a data center, intelligenza artificiale e condizionatori. Un fatto che non si può più trascurare. Il secondo è che elettrificare, e quindi ridurre progressivamente l’importanza delle fonti fossili, offre il non trascurabile vantaggio di indebolire i vicini produttori di petrolio mediorientali. Tout se tient, come si dice.
Chi si aspetta che dietro alle discussioni che si tengono ogni anno in giro per il mondo vi sia un mero afflato ambientalista potrebbe rimanere deluso. Il dibattito sul clima non solo è plasmato dalla geopolitica: diventa strumento di potenza nelle mani degli Stati. Poco male. Come diceva Woody Allen, basta che funzioni.
Elettrificazione, la sfida 35 by ’35 in vista della Cop31
La promessa era stata già fatta a giugno con l’iniziativa “Electrify now”. A sottoscriverla, la presidenza turca e quella australiana della Cop31 (ma Canberra è tra i primi produttori di carbone al mondo), quella brasiliana della Cop30, quella etiope della Cop32 e un nugolo di Paesi: Canada, Filippine, Corea del Sud e Regno Unito. Martedì è stata ribadita da un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) presentato proprio mentre a New York si inaugurava la Climate Week che accompagna l’assemblea generale delle Nazioni Unite.
Lo slogan è sullo stile di quelli che il mondo ha imparato a conoscere negli anni scorsi: 35 by ’35, a intendere l’obiettivo di elettrificare il 35% della domanda finale di energia entro la metà del decennio prossimo. In nove anni, insomma; otto e mezzo per essere precisi. Non molto.
Le premesse, si legge però, paiono esserci. Da qui al 2035, stimano ad Antalya, la domanda di elettricità dovrebbe crescere a un passo quattro volte superiore a quello della domanda generale di energia. Si ritiene che nel 2026 le vendite di auto elettriche nel mondo raggiungano i 23 milioni di unità (il 28% del totale) mentre l’83% della nuova potenza installata l’anno scorso è stata rinnovabile. Tante cifre per dire una cosa sola: l’elettrone corre.
Per elettrificare servono reti elettriche adeguate e fonti rinnovabili
Ma non mancano i problemi, come mostra il caso della Tanzania. L’enorme diga sul fiume Rufiji, in grado di produrre 2.115 MW di energia, l’ha resa il primo Paese dell’Africa orientale in termini di potenza elettrica installata (superando il vicino Kenya) e ha messo fine a blackout quotidiani anche di otto-nove ore. Ma oggi gli enormi impianti devono funzionare al 40% della capacità, perché la rete elettrica non è in grado di gestire la nuova potenza. E per adeguare la rete servono quattrini, che tipicamente scarseggiano nei Paesi che compongono la cosiddetta maggioranza globale. Senza contare le questioni legate alla proprietà.
L’altro problema, sottolineato da molte Ong, è noto: non basta elettrificare, bisogna vedere in che modo si genera l’energia elettrica. Se per produrre elettricità si usano le fonti fossili, il problema ambientale rimane. Come fare, dunque? Sugli idrocarburi si è detto tutto. Sul nucleare il dibattito, invece, è ancora aperto, diviso tra no a priori e aperture più o meno ampie. Anzi, la questione sta prendendo quota.
Janet Longo, che si occupa della transizione energetica per la Ong globale Climate action network, sintetizza così la posizione del mondo dell’attivismo: «L’obiettivo 35 by ’35 rappresenterà un progresso solo se sostenuto da energia rinnovabile sostenibile – e non parliamo di nucleare o idrocarburi. Il successo non può essere misurato semplicemente da quanta parte dei consumi finali globali diventa elettrica. Dobbiamo chiederci con cosa è generata l’elettricità, chi vi ha accesso, chi possiede l’infrastruttura, e se sta aiutando le comunità nella transizione I Paesi in via di sviluppo devono avere le risorse e la capacità di possedere, governare e plasmare i propri sistemi elettrici nell’interesse pubblico».
Le Ong ambientaliste temono una nuova corsa all’atomo
Sono in molti a tenere che con l’elettrificazione si inneschi una nuova corsa all’atomo, con i relativi problemi di trattamento delle scorie. Ma la questione per i decisori non è semplice: di notte e senza vento le rinnovabili non producono elettricità, gli accumulatori costano e per sostenere l’aumento dei consumi senza rischiare blackout e razionamenti i governi devono trovare soluzioni di compromesso. Per non parlare dei danni ambientali che l’estrazione delle materie prime e delle terre rare necessarie alla transizione energetica sta già facendo lontano dagli sguardi dei media. Una cosa è certa: dopo anni di ideologia, i temi del clima stanno cominciando a confrontarsi con le difficoltà del mondo reale. Prima o poi doveva accadere, e la medicina potrebbe essere amara.




Nessun commento finora.