Il carbone sfigura l’Australia, le banche europee finanziano chi lo estrae

Basta un aggettivo, metallurgico, e il carbone trova credito: 19 banche europee, Unicredit e Intesa incluse, hanno fornito 30 miliardi di dollari

Carbone in attesa di essere esportato al porto di Hay Point, nel Queensland australiano © Tammy Walker/iStockPhoto

In breve

  • Dal 2021 al 2025, 19 banche europee, tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno fornito 30 miliardi di dollari a chi espande le miniere di carbone metallurgico in Australia.
  • Le policy delle banche limitano il carbone termico, ma quasi mai quello metallurgico usato per l’acciaio, che pure si estrae da miniere ed emette CO2 allo stesso modo.
  • Circa 10 anni fa oltre 70 istituti finanziari hanno respinto il carbone termico del bacino di Galilee; oggi diversi finanziano le miniere di Bowen perché il carbone è metallurgico.

Il bacino di Bowen, nello stato australiano del Queensland, è noto per le sue gigantesche riserve di carbone. Tra il 2023 e il 2024 ne sono stati estratti 209 milioni di tonnellate, ma i progetti di nuove miniere e ampliamenti porterebbero a espandere la capacità di altri 97 milioni di tonnellate l’anno. Una bomba climatica in piena regola. Nonché una minaccia per l’ecosistema, perché le acque di scarico delle miniere (soggette a controlli a dir poco carenti) confluiscono nei bacini dei fiumi Fitzroy e Burdekin, che sfociano entrambi nella laguna della Grande barriera corallina.

Le società che vogliono portare avanti questa espansione ricevono generosi finanziamenti da diciannove banche europee, tutte dotate di policy interne che limitano il sostegno alle miniere di carbone. Nella lista compaiono anche Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Le policy delle banche perdono di vista il carbone metallurgico

Le due affermazioni sono solo apparentemente in contrasto tra di loro, perché la differenza la fa tutta un aggettivo: carbone termico o metallurgico? Un report pubblicato il 20 ottobre 2026 da una coalizione di organizzazioni (Reclaim Finance, BankTrack, Lock the Gate, Market Forces e urgewald) smaschera questo doppio standard. Sulle 97 grandi banche internazionali valutate dal Coal Policy Tracker di Reclaim Finance, 64 limitano i finanziamenti al carbone termico, cioè quello che serve per produrre energia nelle centrali. Solo dodici, però, fanno lo stesso per le miniere di carbone metallurgico, cioè quello impiegato negli altiforni per produrre acciaio. Ma il carbone metallurgico è sempre carbone. Per estrarlo bisogna scavare miniere, con tutto ciò che comporta per il territorio. Bruciandolo, rilascia CO2 esattamente come il carbone termico. Anzi, durante l’estrazione libera ancora più metano.

Le conseguenze sono a dir poco paradossali. Sempre in Australia, sempre nel Queensland, circa dieci anni fa oltre settanta istituti finanziari si sono rifiutati di sostenere Alpha Coal e Carmichael, due progetti di estrazione di carbone termico nel bacino di Galilee, insieme alle ferrovie e ai terminal portuali collegati. Nel gruppo c’erano nomi europei, australiani, americani e asiatici, Bank of China compresa. Così, il colosso indiano Adani è stato costretto a ridimensionare drasticamente il progetto Carmichael per poterlo autofinanziare. E, da allora, non è più stato realizzato nessun altro progetto minerario nella zona. Sono passati dieci anni e decine di grandi banche, incluse quelle che all’epoca si erano ritirate, finanziano senza batter ciglio le aziende che continuano a espandere la produzione fossile nel bacino di Bowen. Solo perché in questo caso il carbone è metallurgico.

Banche europee: 30 miliardi alle società del carbone metallurgico

Il report fa sapere che, tra il 2021 e il 2025, le banche internazionali hanno fornito 105,9 miliardi di dollari alle società che progettano di espandere l’estrazione di carbone metallurgico nel bacino di Bowen. Oltre un quarto, 30,3 miliardi, arriva da diciannove banche europee. Sul podio la francese Crédit Agricole con 4,5 miliardi, la britannica Barclays con 3,4 e la spagnola Santander con 3,1. L’analisi conteggia per intero i prestiti e collocamenti di obbligazioni e azioni destinati alle società, senza ricostruire quanto di queste cifre vada alle singole miniere.

Guardando invece alla graduatoria dei beneficiari, in testa c’è Glencore con 36,9 miliardi di dollari ricevuti dalle banche (incluse Ubs, Deutsche Bank e Barclays). Seguono Mitsubishi con 28,1 miliardi e Bhp con 13,6: insieme controllano Bma, il maggiore produttore di carbone metallurgico del Queensland. Da soli, tre progetti di Bma – Saraji East, Caval Ridge e Peak Downs Continuation – comporterebbero quattro miliardi di tonnellate di CO2 in atmosfera nell’arco della loro vita. È l’equivalente delle emissioni annue da combustibili fossili di uno Stato come l’Australia, moltiplicate per dieci. Per Peak Downs Continuation, il piano è quello di continuare a estrarre carbone fino al 2116.

Le policy di Unicredit e Intesa Sanpaolo si fermano al carbone termico

Nella lista dei finanziatori ci sono anche due banche italiane: Unicredit, con 800 milioni di dollari tra il 2021 e il 2025, e Intesa Sanpaolo a quota 86 milioni. Come tutte le diciannove banche europee analizzate, entrambe limitano i finanziamenti ai progetti di carbone termico. Unicredit estende le restrizioni anche alle società che li sviluppano, mentre Intesa lo fa solo in parte.

Sul carbone metallurgico, invece, nessuna delle due prevede esclusioni. Sono in buona compagnia. Solo sette banche europee limitano il sostegno ai singoli progetti, con restrizioni più severe per Crédit Agricole, Bnp Paribas, Ing e Société Générale e più deboli per Hsbc, NatWest e Caixabank. Nessuna delle diciannove si è autoimposta il divieto di sostenere le società che vogliono scavare o ampliare le miniere di carbone metallurgico.

Contattata da Reclaim Finance, Unicredit dichiara di non avere attualmente rapporti di prestito con le società o il progetto citati. La banca milanese fa sapere inoltre di avere avviato una revisione della sua policy sul carbone, che potrebbe estendersi anche a quello metallurgico e dovrebbe concludersi nella seconda metà del 2026.

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