Da Unicredit e Intesa Sanpaolo 9,3 miliardi di dollari alle fossili in un solo anno

Intesa Sanpaolo e Unicredit riducono i finanziamenti alle aziende fossili. Ma ReCommon avverte: le policy delle due banche italiane restano troppo permissive

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Eppure senza di loro l’industria fossile non potrebbe espandersi: sono i prestiti e le sottoscrizioni a rendere possibili nuove trivelle, gasdotti e terminali. Da dieci anni il rapporto Banking on Climate Chaos misura esattamente questo, istituto per istituto.

L’edizione 2026 racconta un sistema che non rallenta. E, soprattutto, racconta una concentrazione sempre più stretta e un dietrofront: dopo il crollo della Net-Zero Banking Alliance, molti istituti hanno abbandonato i loro stessi impegni.

In questo dossier i numeri, le due banche italiane, il caso del Gnl, il prezzo che paghiamo in instabilità e le poche eccezioni che dimostrano che si può finanziare diversamente. Perché oggi, troppo spesso, le banche sono nemiche del clima.

Gli articoli che compongono il dossier:


Ci sono luci e ombre nell’ultima edizione di Banking on Climate Chaos, lo studio più autorevole e completo sul sostegno ai combustibili fossili da parte delle 65 maggiori banche globali. È vero infatti che il totale dei finanziamenti resta gigantesco, con 906 miliardi di dollari – tra prestiti e sottoscrizioni – erogati alle aziende fossili nel 2025. Ma è vero anche che sono ben 26 gli istituti che lo scorso anno hanno ridotto il proprio sostegno al settore. Compresi gli unici due italiani nella lista.

Unicredit e Intesa Sanpaolo stanno davvero abbandonando le fossili?

Intesa Sanpaolo figura infatti al quarantesimo posto in classifica con 4,7 miliardi di dollari nel 2025, una cifra pressoché stabile rispetto all’anno precedente, che le fa raggiungere un totale di 23,8 miliardi dal 2021 in poi. Di questi 4,7 miliardi, 2,4 sono andati ad aziende che stanno espandendo attività e infrastrutture fossili: 179 milioni in meno rispetto al 2024. Ancora più marcato il calo di Unicredit, al 42° posto in graduatoria. Il sostegno alle fossili scende di un miliardo di dollari in un anno (da 5,6 a 4,6 miliardi), quello all’espansione di oltre mezzo miliardo (da 2,7 a 2,2 miliardi, quasi il 20% in meno in un anno).  Ma, complessivamente, dal 2016 al 2025, Unicredit ha raggiunto 73,3 miliardi di dollari e Intesa Sanpaolo 53,7 miliardi. Che, sommati, fanno la bellezza di circa 127 miliardi di dollari.

Ci sono dunque abbastanza elementi per dire che le banche italiane si siano finalmente allontanate dal business dei combustibili fossili? Daniela Finamore, Finance and Climate Campaigner di ReCommon, invita alla prudenza. Prima di tutto perché i dati di Banking on Climate Chaos monitorano i flussi di finanziamento, ma non le partecipazioni azionarie e obbligazionarie detenute direttamente dalle banche o tramite i loro asset manager. Inoltre, secondo la Ong, le policy sulle fonti fossili di entrambe le banche italiane lasciano aperti diversi varchi. E lo dimostrano i progetti, anche molto controversi, che continuano a finanziare.

I punti deboli delle policy sulle fonti fossili di Unicredit e Intesa San Paolo

Intesa Sanpaolo ha pubblicato una nuova policy sull’oil&gas circa due anni fa, nell’estate del 2024. Le nuove regole accelerano i tempi per terminare il sostegno alle risorse non convenzionali come shale gas e sabbie bituminose (ma non l’estrazione in acque ultra-profonde). In più, prevedono di escludere i progetti di sviluppo di nuovi giacimenti petroliferi e quelli nell’Artico e in Amazzonia. Tuttavia, lasciano la porta aperta al gas e alle società fossili con piani di espansione.

Già all’epoca, ReCommon aveva espresso forti perplessità sulle nuove regole. «Questi dati le confermano», spiega Daniela Finamore a Valori. «Se il finanziamento totale resta pressoché stabile e il calo sull’espansione è di pochi punti percentuali, significa che la policy non sta producendo alcuna riduzione strutturale. Era esattamente la nostra obiezione: una policy che lascia aperti troppi varchi, senza un’esclusione reale dell’espansione, non sposta i volumi. Il segnale più eloquente è la composizione: mentre il totale resta fermo, cresce la quota destinata al gas naturale liquefatto (Gnl) di esportazione statunitense. Non è una banca che esce dal fossile, è una banca che riposiziona il portafoglio verso nuove infrastrutture di export».

Anche Unicredit ha aggiornato nel 2024 la sua policy sull’oil&gas. E anche in questo caso, sottolinea Finamore, ci sono diverse possibili scappatoie. «I divieti veri colpiscono solo il project finance dedicato; il finanziamento corporate generale alla società che sviluppa un progetto fossile non è vietato, ma regolato solo da soglie di fatturato», sottolinea. In più, la banca esclude i progetti di esplorazione ed espansione di petrolio, ma non quelli di gas. E continua a offrire servizi più sofisticati – come la sottoscrizione – anche ai clienti meno allineati ai piani climatici. Manca, infine, un impegno a uscire dalle fonti fossili entro una certa data.

Intesa Sanpaolo e Unicredit continuano a sostenere il business del Gnl

Le policy sulle fossili delle maggiori banche italiane, continua Finamore, sono particolarmente morbide nei confronti del gas naturale liquefatto (Gnl). Nessuna delle due, infatti, esclude i nuovi terminal per l’esportazione di Gnl prodotto da giacimenti convenzionali. «Nel caso di Unicredit l’unico divieto netto sul gas riguarda le infrastrutture legate allo shale, e solo a livello di project finance dedicato; il resto, gas convenzionale e finanziamento corporate, resta finanziabile». L’esempio opposto è La Banque Postale che promette di azzerare i finanziamenti e gli investimenti nell’oil&gas entro il 2030. Non a caso, è l’unica a non aver elargito nemmeno un dollaro alle fossili nel 2025. Un’altra francese, Crédit Agricole, ha fermato i finanziamenti ai nuovi progetti di estrazione di petrolio e gas.

Intesa, invece, è coinvolta nelle operazioni finanziarie per i grandi progetti statunitensi di Gnl (CP2 di Venture Global, Rio Grande di NextDecade, Plaquemines). «È lì che si è spostata la sua esposizione», commenta Finamore. Un’iniziativa da monitorare è Argentina Lng, con cui Eni punta a esportare gas naturale liquefatto dal giacimento di Vaca Muerta, da cui il gas viene estratto tramite fratturazione idraulica delle rocce (fracking). Sarà un banco di prova soprattutto per Unicredit, sottolinea ReCommon: le sue policy infatti impediscono di finanziarlo direttamente, ma permettono di fare credito alle società che lo sviluppano.

In Mozambico saranno mesi cruciali per Rovuma Lng, il megaprogetto onshore guidato da ExxonMobil insieme a Eni, con una capacità prevista di 18 milioni di tonnellate di Gnl l’anno. «Il progetto punta alla decisione finale di investimento nel 2026 ed è ora alla ricerca di finanziamenti presso banche ed export credit agency, in una regione segnata dal conflitto e da gravi criticità sui diritti umani», conclude Finamore. «Sarà un test imminente per la posizione delle due banche italiane, anche per la presenza di Eni nel consorzio».

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