Clima, l’Onu indica la strada per tornare prima possibile sotto alla soglia degli 1,5 gradi

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite conferma che la soglia degli 1,5 gradi di riscaldamento climatico sarà superata, ma possiamo ancora invertire la rotta

Un'alluvione a Chittagong, Bangladesh, nell'Agosto del 2024 ©Md Zakir Hossain/IStockPhotos

Passi avanti inaspettati sull’energia pulita, ma straordinaria lentezza sull’abbandono del fossile e la lotta alla deforestazione. L’Accordo di Parigi che, nonostante tutto, è ancora vivo. Donald Trump, l’uomo che da solo è riuscito a peggiorare le previsioni climatiche dei prossimi decenni. E poi un numero: +1,7 gradi centigradi. Ovvero il picco massimo che potremmo raggiungere alla metà del secolo, per poi tornare nuovamente al di sotto della soglia “di sicurezza” degli 1,5 gradi.

Sono questi alcuni dei titoli che emergono dall’Emissions Gap Report 2026, il rapporto del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep). Ogni anno viene aggiornato, di solito poco prima che i governi si riuniscano per l’incontro negoziale sul clima di novembre, la Cop. Quest’anno è stato pubblicato il 21 ottobre. Il linguaggio è scientifico, ma le informazioni sono profondamente politiche. E arrivano, stavolta, dopo un’estate che verrà ricordata per le sue temperature record.

Una traiettoria che necessita però impegni concreti, immediati e ambisiosi

Era il 2015 quando i governi di tutto il Pianeta, riuniti a Parigi, si accordarono su un obiettivo. Si decise di limitare l’aumento della temperatura globale, dovuto alle attività umane e in particolare all’uso di combustibili fossili, entro i 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale. Ma rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. Dieci anni fa, il target appariva ambizioso, ma realistico. Oggi, poco più di dieci anni dopo, sappiamo che la più bassa delle due soglie verrà certamente superata. Occorre perciò attrezzarsi per far sì che tale superamento sia il più possibile breve.

Questo non significa, però, che tutto sia perduto. Con vigorose misure di transizione ecologica, si può rimanere appunto entro i +1,7/1,8°C, di qui alla metà del secolo. Ancora in linea con l’obiettivo meno ambizioso dell’Accordo di Parigi. Tecnicamente sarebbe possibile poi rientrare, a fine secolo, al di sotto dei +1,5°C.

Ma se invece dovessimo mantenere la traiettoria attuale, avverte ancora il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, la temperatura media globale continuerà inesorabilmente a crescere. Raggiungendo un riscaldamento climatico di 2,6-2,8 gradi centigradi alla fine del secolo. Ciò ammesso che le promesse di riduzione dei gas ad effetto serra avanzate dai governi di tutto il mondo vengano rispettate per intero.

Gli scenari calcolati, dal rispetto delle promesse al business as usual

La possibilità di rimanere entro la soglia dei +1,7°C è infatti tecnica. Significa che la fisica dell’atmosfera lo permette. Ma questo non implica che sia lo scenario più probabile, tutt’altro. Sempre secondo l’Unep, se l’economia globale continuerà nella traiettoria attuale – in termini di consumi, approvvigionamento energetico eccetera – si sfioreranno i +3 gradi a fine secolo, per poi crescere ancora. Si tratta di una previsione estremamente rischiosa. Già a +2°C, ad esempio, si stima un 37% della popolazione mondiale esposta ad ondate di caldo estreme e la perdita quasi totale della barriera corallina, secondo un report IPCC del 2018 sostanzialmente confermato dalle ricerche più recenti.

E anche l’aumento minimo previsto in caso di rispetto di tutte le promesse di riduzione delle emissioni avanzate – i +2,6 gradi citati – è maggiore rispetto a quello indicato nello scorso rapporto. Segno che la situazione continua a deteriorarsi. Il peggioramento ha d’altra parte nome e cognome: Donald Trump. La sua decisione di abbandonare l’Accordo di Parigi ha, infatti, cancellato gli impegni presi dal secondo emettitore globale. Gli scienziati dell’Unep hanno calcolato anche uno scenario ultra-ottimistico, ancorché poco realistico, che tiene conto non solo delle promesse di riduzione ma anche degli impegni sul net-zero (l’azzeramento delle emissioni nette di CO2). Il risultato è, comunque, un aumento importante: +2,1 gradi.

Cosa stiamo facendo, e cosa servirebbe fare

L’Emissions Gap Report è dunque, anche e soprattutto, un bilancio. Cosa hanno fatto i governi per fronteggiare la crisi climatica, e cosa resta da fare. Non ci sono solo cattive notizie. Confermando una tendenza osservata da molti, l’Unep sottolinea come, dall’Accordo di Parigi in poi, l’installazione di energia rinnovabile sia cresciuta ad un ritmo triplo rispetto alle previsioni. Il solare fotovoltaico è cresciuto sette volte in più delle attese. Ma mentre abbiamo imparato ad aggiungere energia pulita, non siamo altrettanto bravi – e determinati politicamente – a togliere quella sporca dalla circolazione. Combustibili fossili e deforestazione sono le aree critiche individuate dal report.

Di certo c’è che, per rimanere davvero entro i citati 1,7 gradi, servirebbero misure drastiche. Si parla di una riduzione delle emissioni del 18% in cinque anni, del 45% in dieci e del 69% in quindici. Tutte calcolate rispetto ai livelli del 2025. Per tornare sotto gli 1,5°C, è necessaria anche la rimozione dall’atmosfera di 320 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2. Una cifra enorme. Tradotto in indicazioni per il sistema energetico, le raccomandazioni dell’Unep sono le seguenti. Gas, carbone e petrolio dovrebbero ridursi rispettivamente di almeno il 55%, il 15% e il 5% entro il 2035 rispetto al 2025. Entro il 2040 sarebbero richieste riduzioni di almeno il 75%, 30% e 35%. Le rinnovabili dovrebbero triplicare al 2035, e quasi quintuplicare al 2040. Il carbone nei sistemi elettrici, poi, deve crollare entro il 2035 e sparire al 2040.

Numeri ambiziosi. E che, però, rischiano di rimanere inascoltati nelle stanze del potere. Almeno fino a quando saranno occupate dai Donald Trump e dalle classi dirigenti, non solo di destra, che hanno fatto della difesa dello status quo energetico un pezzo fondamentale del loro progetto politico. Le reazioni del mondo politico e accademico arriveranno nelle prossime ore. Tra i primi a commentare c’è Bill Hare, Ceo dell’istituto globale di scienza e politica Climate Analytics. «Il punto fondamentale è semplice: i governi devono darsi da fare ad attuare politiche che riducano l’uso di combustibili fossili il prima possibile».

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati