«Sostenere finanza etica e terzo settore non è un interesse di parte»
Intervista a Cristina Tajani, senatrice del Pd che ha presentato, assieme a Tino Magni di Avis un Ddl per la promozione della finanza etica
Cristina Tajani, senatrice del Partito democratico, ha presentato un disegno di legge che mira ad introdurre “Misure per la promozione della finanza etica” in Italia. La proposta normativa è stata co-firmata da Tino Magni, di Alleanza Verdi e Sinistra. Il testo si articola in due principali direttrici: da una parte la riforma dell’articolo 111bis del Testo unico bancario, che indica le caratteristiche degli operatori bancari di finanza etica e sostenibile. Dall’altro, l’introduzione di garanzie più stringenti per il sostegno garanzie all’economia. sociale.
Senatrice Tajani, si è fatta promotrice di un disegno di legge che mira a promuovere la finanza etica. In che modo è nata l’iniziativa?
Il disegno di legge è maturato anche grazie alle audizioni effettuate nella Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo, alle quali hanno partecipato anche Banca Etica e altri operatori del terzo settore. Quel confronto ci ha permesso di comprendere quali siano le esigenze e proporre delle modifiche normative di natura sia formale che procedurale, a partire dalla riforma dell’articolo 111bis, che definisce quali siano gli operatori di finanza etica, e che istituisce un albo che non è mai in realtà diventato operativo.
Quali sono le modifiche proposte per quanto riguarda la definizione del perimetro della finanza etica?
Proponiamo nuove regole per identificare i soggetti operatori di finanza etica, non più appunto sulla base di quanto disposto dall’articolo 111bis, bensì attraverso criteri interni, stabiliti da statuti e valutati in modo più trasparente. Ad esempio, una quota di almeno il 20% di prestiti assegnati all’economia sociale, o ancora che il 70% degli utili sia tenuto da parte per rafforzare la solidità della banca. Oltre al superamento del citato obbligo, mai attuato, di iscrizione all’albo.
Puntate poi ad agire anche sulle garanzie concesse al terzo settore.
Questa è una parte più “sostanziale” del disegno rilegge. Con questo Del vogliamo rendere stabile il fondo di garanzia per facilitare l’accesso al credito agli enti non profit, che dovrebbe terminare alla fine del 2026. Riteniamo infatti importante dare sicurezza a lungo termine sia agli operatori di finanza etica che agli enti del terzo settore. La norma stabilisce inoltre criteri per accedere alle garanzie dello Stato, con l’obiettivo di garantire trasparenza. Infine, proponiamo incentivi fiscali a favore delle persone fisiche e delle aziende che investono nel fondo: il 19% di detrazione Irpef per le prime, e il 20% di deducibilità delle somme investite, con un tetto massimo, per le seconde.
Quale è la copertura finanziaria prevista?
Abbiamo ritenuto che 15 milioni di euro all’anno rappresenti una quota ragionevole.
La finanza è necessaria per l’economia e la finanza etica in particolare è un patrimonio comune: pensa che la vostra iniziativa possa unire maggioranza e opposizione?
È l’auspicio mio e del senatore Magni. Consideriamo il disegno di legge una base di discussione per la commissione Finanze e tesoro a cui è stato assegnato in sede redigente. Il testo è stato condiviso nelle scorse settimane e speriamo in altre adesioni anche da parte della maggiorana, perché il tema non è di parte. Sostenere la finanza etica e il terzo settore è interesse di tutto l’arco parlamentare, anche alla luce del percorso che il governo sta facendo con il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale. Proprio in tale documento, d’altra parte, è indicato che l’articolo 111bis va riformato.
Si sente dunque ottimista?
Speranzosa. Certo devo constatare un innegabile spirito del tempo che rema sembra remare contro tutto ciò che ha anche fare con sostenibilità ambientale, sociale, inclusività. C’è una spinta evidente che parte dagli Stati Uniti. Ma insisto sul fatto che quello avanzato nel disegno di legge è un cambiamento che va a vantaggio dell’intero tessuto economico italiano. Non a caso sono a conoscenza del fatto che anche altri attori istituzionali come il Cnel stanno lavorando sul tema.
La forma di un emendamento alla legge di bilancio potrebbe rappresentare una scorciatoia rispetto al Ddl da lei presentato, tenuto conto del fatto che la legislatura è entrata nel suo ultimo anno?
Senza dubbio sì, è un’ipotesi su cui lavoreremo. Un disegno di legge può consentire di estrapolare emendamenti alla manovra.
Dopo quattro anni in Parlamento qual è la sua idea sul grado di comprensione esistente nella politica rispetto al peso della finanza su ambiente e società?
Penso che una consapevolezza sia emergendo. Il caso sella crisi energetica è emblematico. Un altro ambito in cui l’impatto della finanza è evidente è la questione immobiliare nelle grandi città. La finanziarizzazione del mercato è ormai evidente, così come il fatto che la casa da diritto è diventata un asset finanziario. Assistiamo al comportamento di fondi d’investimento il cui unico interesse è fornire rendimenti ad azionisti. È tutto insomma chiarissimo, in Italia ma anche in Europa.
Per garantire che la richiesta di agire giunga anche dai cittadini è necessario ripensare il modo in cui vengono informati i cittadini?
È senza dubbio necessario Il tema dell’educazione finanziaria ha attraversato spesso il dibattito politico. Sono state approvate anche norme, in questo senso, per un piano nazionale. Al momento siamo però alla composizione dell’organismo preposto e c’è perciò ancora molto da fare. Noi insisteremo affinché anche il piano diventi operativo.
Anche perché, numeri alla mano, se non cambia la finanza è ad esempio molto difficile immaginare di risolvere questioni epocali come la crisi climatica…
Servono strumenti nuovi. Ma amaramente credo che in termini politici non siamo ancora pronti. Da molto il Green Deal europeo è visto come un vincolo e non come opportunità. Serve ancora costruire consapevolezza sul clima. Temo però che anche su questo tema il problema sia il vento che spira a livello mondiale, assieme alla speculazione e alla finanziarizzazione dell’economia.
L’associazione Ultima Generazione ha lanciato di recente una campagna per chiedere agli italiani di togliere i loro depositi dalle banche che alimentano la crisi climatica e sostengono le industrie degli armamenti. Lei si sente di sostenere l’iniziativa?
Tutte campagne sul clima rappresentano uno sprone per generare consapevolezza e per questo vanno rilanciate e portate all’attenzione opinione pubblica. Poi si può discutere di strumenti e di gradualità. Ma di certo la richiesta è giusta.



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