Finanziare l’economia sociale non è un rischio. È un investimento

Le organizzazioni dell'economia sociale danno lavoro a 11,5 milioni di persone nell'Unione europea. Ma faticano a ottenere credito: le banche etiche colmano il vuoto

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Questo articolo fa parte del dossier La finanza che conviene

La finanza che conviene è un dossier di Valori.it, realizzato insieme a Valor Social, che mette alla prova un luogo comune: che la finanza etica costi in termini di rendimenti. I dati dicono il contrario. E se si mettono in conto clima, guerre e diseguaglianze, la convenienza è ancora più netta.

Gli articoli del dossier

A cosa dovrebbe servire la finanza? Quando si limita a generare denaro dal denaro, perde di vista la sua funzione di strumento al servizio dell’economia e della società. La crisi finanziaria del 2007-08 ha mostrato con chiarezza le conseguenze di questa ricerca di profitti a breve termine: salvataggi bancari, disoccupazione, sfratti e tagli alla spesa pubblica.

Per questo conta non solo quanto denaro si muove, ma anche come viene distribuito, quali attività ricevono finanziamenti e quali ne restano escluse. La finanza etica nasce dalla volontà di recuperare quella funzione: mettere il denaro al servizio dell’economia e della società. Non rifiuta l’attività finanziaria, ma propone di esercitarla in un altro modo. Orienta le risorse verso bisogni reali e progetti capaci di generare valore economico, sociale e ambientale, tra cui quelli promossi dalle organizzazioni dell’economia sociale.

Il peso dell’economia sociale

Nell’Unione europea esistono oltre 4,3 milioni di organizzazioni dell’economia sociale. Danno lavoro a più di 11,5 milioni di persone, circa il 6,3% dell’occupazione, e generano un fatturato superiore a 912 miliardi di euro. Cooperative, associazioni, fondazioni e imprese sociali operano in settori molto diversi: la cura, la casa, l’agricoltura, l’alimentazione, l’energia, la cultura, l’inserimento lavorativo.

La loro importanza, però, non si misura solo con questi numeri. Gli enti dell’economia sociale offrono servizi essenziali, creano e mantengono occupazione, favoriscono l’inclusione e sostengono l’attività economica in molti territori. Inoltre, per le loro caratteristiche, distribuiscono in modo diverso il valore che generano, perché seguono principi propri: il primato delle persone e della finalità sociale sul capitale, il reinvestimento di una parte sostanziale degli utili, una governance democratica o partecipativa.

Finanziare l’economia sociale, quindi, non significa sostenere un settore marginale o dipendente dai sussidi. Significa investire in una parte rilevante dell’economia europea, capace di unire attività d’impresa e interesse collettivo. Eppure il suo peso economico e sociale non trova corrispondenza nelle possibilità che molte di queste organizzazioni hanno di accedere al credito e al capitale necessari per consolidarsi e crescere.

L’accesso al credito difficile per l’economia sociale

Gli enti dell’economia sociale operano spesso in settori con margini ridotti. Hanno pochi beni da offrire in garanzia, oppure combinano entrate di diversa provenienza: vendite, contributi pubblici, apporti dei soci. Inoltre una parte importante del valore che generano non si trasforma in profitto privato. Si distribuisce invece nella comunità sotto forma di occupazione, servizi, inclusione sociale e radicamento territoriale.

Queste caratteristiche possono rendere difficile l’accesso alla finanza tradizionale. I sistemi standardizzati di valutazione del rischio non sempre riescono a riconoscere la stabilità della loro base sociale, il coinvolgimento dei soci, la conoscenza del territorio o la capacità di mantenere l’attività nei momenti di crisi.

Banche etiche, prestiti e accompagnamento per l’economia sociale

La finanza etica è un’alleata naturale dell’economia sociale perché ne condivide la visione dell’attività economica: centrata sulle persone, sui territori e sul lungo periodo. Molti dei suoi soggetti, come le banche cooperative etiche, fanno anzi parte dell’economia sociale stessa. Questa vicinanza non si limita ai valori condivisi. Permette anche di conoscere il funzionamento di queste organizzazioni e di valutarne la sostenibilità al di là dei criteri finanziari tradizionali.

Nel gennaio 2025 la Federazione europea delle banche etiche e alternative (Febea) ha condotto un’indagine tra i propri membri per analizzarne il rapporto con l’economia sociale. Dai risultati emerge che i loro portafogli includono cooperative, associazioni, mutue, fondazioni e imprese sociali. Spicca la presenza di microimprese che faticano ad accedere al credito delle banche tradizionali. In alcune delle banche partecipanti, fino al 93% dei prestiti era destinato a microimprese escluse dal sistema bancario convenzionale. Questa percentuale mostra una delle loro funzioni distintive: finanziare organizzazioni che altri intermediari considerano poco attraenti per le dimensioni, il settore di attività o la difficoltà di valutarne il modello economico.

Farlo, inoltre, non comporta necessariamente una qualità del credito peggiore. Nel 2024 le banche etiche europee analizzate avevano un tasso di crediti deteriorati del 2,11%, leggermente inferiore al 2,28% delle grandi banche. Questi dati riguardano l’insieme dei loro portafogli, non solo l’economia sociale. Mettono però in discussione l’associazione automatica tra finalità sociale e maggiore rischio finanziario.

La conoscenza diretta di ogni organizzazione permette di valutare elementi che non sempre compaiono in un bilancio. La finanza etica analizza i dati economici, ma anche l’attività svolta, la governance, il coinvolgimento della base sociale e il contesto territoriale. Questa prossimità consente una valutazione del rischio più accurata e aiuta a individuare le difficoltà prima che diventino problemi più gravi.

La relazione con il cliente, poi, non finisce con la concessione del prestito. Personalizzazione, dialogo e accompagnamento possono aiutare le organizzazioni a rafforzare la gestione, ad adattare i finanziamenti alle proprie esigenze e ad affrontare i processi di consolidamento o di crescita. Finanziare e accompagnare diventano così parte di uno stesso modo di intendere l’intermediazione finanziaria.

Mettere il risparmio al servizio dell’economia reale

La finanza etica permette di trasformare il risparmio in risorse per attività che creano occupazione, offrono servizi essenziali e rafforzano i territori. Nel 2024 il 98,36% dei prestiti delle banche etiche europee analizzate è andato ad attività con finalità ambientali o sociali, contro il 18,47% di quelli concessi dalle grandi banche. La percentuale non riguarda solo l’economia sociale. Mostra però fino a che punto la destinazione del denaro sia parte integrante del modello bancario stesso.

Finanziare l’economia sociale, quindi, non significa riservare una piccola quota delle risorse a progetti considerati socialmente meritevoli. Significa riconoscerla come una parte rilevante dell’economia e darle gli strumenti per sviluppare tutto il suo potenziale. La finanza etica non si limita a orientare il denaro verso attività con finalità sociale: sa riconoscere il valore dell’economia sociale, finanziarla e accompagnarne lo sviluppo. Così facendo, recupera la funzione essenziale della finanza: mettere le risorse disponibili al servizio dell’economia reale e dei bisogni della società.

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