I soldi non sono tutto. Le alternative alla crescita esistono

Da Pepe Mujica all'indice di sviluppo sostenibile, che premia Costa Rica e Uruguay: perché oltre una certa soglia di reddito il benessere non cresce più

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Questo articolo fa parte del dossier La finanza che conviene

La finanza che conviene è un dossier di Valori.it, realizzato insieme a Valor Social, che mette alla prova un luogo comune: che la finanza etica costi in termini di rendimenti. I dati dicono il contrario. E se si mettono in conto clima, guerre e diseguaglianze, la convenienza è ancora più netta.

Gli articoli del dossier

Nel maggio 2025 fa moriva a Montevideo José “Pepe” Mujica, il «presidente più umile del mondo». Era diventato uno dei politici più popolari del Pianeta pur governando un Paese di poco più di tre milioni di abitanti, l’Uruguay, di solito lontano dalle cronache. La sua fama derivava dal buon governo, più o meno unanimemente riconosciuto, e dalla sua biografia, con un passato da guerrigliero contro la dittatura militare. Ma soprattutto, a renderlo celebre sono stati il suo stile di vita e i suoi inviti alla semplicità.

Mujica rinunciò alla residenza presidenziale e a buona parte del suo salario. Vestiva con abiti comuni, usava una vecchia automobile che guidava lui stesso e rimase a vivere nella sua fattoria in campagna. I critici lo deridevano per il suo aspetto poco curato, ma lui ne fece un vanto. Un concetto chiave della sua retorica era la contrapposizione tra tempo e denaro. «Io consumo il necessario, ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli», affermò in un discorso diventato celebre. «Se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi».

Pepe Mujica è diventato, per le sue scelte di vita più che per l’operato politico, un simbolo di quel pensiero che, a seconda dei casi, si chiama decrescita, post-crescita o economia del benessere. Ovvero, quel filone di analisi economica e filosofica centrato sull’abbandono della crescita economica come obiettivo politico. Una scuola di pensiero dalla lunga storia e che trova molti campi d’applicazione. E che, in tempi di crisi climatica e aumento dei costi dell’energia, è tornata di attualità.

Il Pil come misura della crescita economica e i suoi limiti

La crescita economica è di solito un obiettivo condiviso, almeno nominalmente, dai governi di tutto il mondo e di tutte le inclinazioni politiche. La si definisce come aumento del prodotto interno lordo (Pil). Ovvero, la somma del valore di tutti i beni e servizi prodotti in un certo territorio durante un certo periodo. Quando Giorgia Meloni parla di crescita dell’Italia o quando le opposizioni lamentano il rischio recessione si riferiscono all’aumento o alla riduzione del Pil.

Chi critica l’importanza che viene data al Pil lo fa sulla base di argomenti sociali ed ecologici. I primi hanno a che fare con i parametri che il Pil rileva. La crescita tradizionalmente intesa, infatti, non implica necessariamente un aumento del benessere – sia esso misurato come aspettativa di vita, disponibilità di beni essenziali, felicità percepita. Le critiche ecologiche hanno a che fare con il consumo di risorse. Nella visione economica dominante, la crescita del Pil non ha un limite. Idealmente, prosegue senza sosta. Ma storicamente, la crescita del Pil si è accompagnata ad una crescita della cosiddetta pressione antropica – cioè, tutti i modi in cui mettiamo in difficoltà gli ecosistemi. Quindi più emissioni, più materiali estratti dal terreno, più suolo consumato e così via. L’obiezione ecologica si riassume nella frase, diventata slogan, «non è possibile una crescita infinita in un mondo finito».

Decrescita e benessere, storia di un concetto

La storia delle critiche alla visione tradizionale della crescita, e della ricerca di alternative, è lunga. Già nel 1920 l’economista Arthur Cecil Pigou parlò di «economia del benessere», un termine ombrello che stava a indicare il tentativo di creare un sistema al servizio del benessere comune. Nel 1972 un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) pubblicò un rapporto, elaborato per conto del think tank Club di Roma, intitolato I limiti della crescita. Si tratta di un documento cruciale. Per la prima volta, un modello scientifico ipotizza il collasso della civiltà come conseguenza del consumo eccessivo di risorse naturali. Quel testo introduce anche il concetto di responsabilità verso le future generazioni. L’idea, cioè, che trovare modi di produzione compatibili con gli ecosistemi sia un dovere anche e soprattutto nei confronti di chi non è ancora nato.

Più di recente, poi, molti pensatori sono intervenuti sul tema – da Nicholas Georgescu -Roegen a Serge Latouche a fino a Kate Raworth. Il mondo femminista ha dato vita al concetto di «economia della cura». L’idea, cioè, che la società debba organizzarsi in modo da mettere al centro, retribuire e garantire le attività di cura – dei malati, dell’infanzia, degli anziani – normalmente affidate in forma gratuita alle donne.

Esistono anche dei tentativi pratici di sostituire il Pil. Le Nazioni Unite usano da anni l’indice di sviluppo umano (Hdi nel suo acronimo inglese) che combina reddito nazionale lordo pro capite, aspettativa di vita e istruzione. In questa classifica i primi posti sono occupati da nazioni nord-europee come Islanda e Norvegia, mentre gli ultimi da Paesi africani come Somalia, Sudan del Sud, Repubblica Centrafricana. L’Italia è tra i Paesi a sviluppo umano molto alto.

L’Università di Londra ha proposto un’ulteriore modifica, che include anche parametri ecologici. Ne è risultato l’Indice di sviluppo sostenibile (Sdi in inglese). Con queste integrazioni, la classifica cambia notevolmente. I Paesi nordici perdono posti per via delle loro alte emissioni, e alcuni Paesi del Golfo Persico sprofondano per la stessa ragione. Guardando allo Sdi le tre nazioni più virtuose sono Costa Rica, Uruguay e Sri Lanka, le ultime Lussemburgo, Kuwait e Qatar. L’Italia è al 73° posto su 163. 

La scienza dietro la decrescita

Dal punto di vista ecologico, uno studio estremamente influente è quello pubblicato nel 2009 da un gruppo di ricercatori guidati dall’ecologo svedese Johan Rockström. Nel paper, Rockström individua nove limiti planetari il cui superamento avrebbe conseguenze negative per l’umanità. Indicatori come CO2 in atmosfera, acidificazione degli oceani, stabilità dello strato di ozono atmosferico. Le ultime ricerche indicano che sette dei nove limiti sono già stati superati. 

Il dibattito si è incentrato sulla possibilità del cosiddetto disaccoppiamento. Ovvero, se sia possibile proseguire nella crescita del Pil slegandolo – disaccoppiando, appunto – dalla crescita di inquinamento e consumo di risorse, ad esempio, usando energia rinnovabile e riciclando i materiali usati. Gli ottimisti credono sia possibile, e guardano a esempi recenti nel mondo sviluppato. Il Pil europeo è cresciuto dagli anni Novanta mentre le sue emissioni sono calate. La Cina ha migliorato alcuni fattori ecologici chiave – ad esempio la qualità dell’aria – mentre cresceva vorticosamente. I critici, al contrario, puntano sui dati globali complessivi. L’umanità nell’insieme continua a consumare di più mano a mano che cresce.

Un altro studio molto citato è stato scritto nel 2018 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds. Gli scienziati hanno studiato la correlazione tra aumento del reddito medio pro capite e qualità della vita. Hanno trovato che una correlazione, effettivamente, esiste, ma ha un tetto. Quando una nazione raggiunge la soglia dei 20mila dollari di reddito medio pro capite, un’ulteriore crescita non porta le persone a stare meglio. Questo è il cuore della critica sociale al concetto di crescita. Superato un certo livello, il benessere ha a che fare con la distribuzione della ricchezza e l’organizzazione della società, più che col Pil.

C’è vita oltre la crescita

Pepe Mujica, da presidente, non ha creato per il suo Uruguay un sistema economico che prescinde dal Pil e da una visione tradizionale della crescita. Ha però aumentato enormemente la quota di energia pulita nel mix elettrico nazionale, riducendo le emissioni mentre aumentava i salari e la qualità dei servizi pubblici. Con la sua vita e i suoi discorsi, poi, ha fornito un esempio che va oltre l’operato di governo.

Figure come la sua hanno contribuito a popolarizzare un concetto. Quello per cui la vita umana debba orientarsi alla felicità, e alla possibilità di godere del proprio tempo, delle proprie passioni, delle proprie reti sociali. Non del proprio denaro. «Mi chiamano “il presidente più povero del mondo”, ma io non mi sento povero», ha dichiarato. «I veri poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso e vogliono sempre di più. Questa è una questione di libertà. Se non possiedi molte cose, allora non hai bisogno di lavorare tutta la vita come uno schiavo per mantenerle, e quindi hai più tempo per te stesso».

E la finanza? Se il benessere non coincide con la crescita del Pil, anche il valore di un investimento non si misura solo con il suo rendimento. È l’idea da cui nasce la finanza etica: chiedersi non soltanto quanto rende il denaro, ma che cosa produce. Posti di lavoro, servizi ed energia pulita, oppure emissioni e diseguaglianze. Le banche e i fondi etici valutano l’impatto sociale e ambientale di ciò che finanziano e rinunciano alle attività speculative, che inseguono profitti rapidi a scapito della stabilità. Una scelta che, come mostrano gli altri articoli di questo dossier, non costa rendimenti. E che porta nella gestione del risparmio la stessa domanda di Mujica: a cosa ci servono davvero i soldi?

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