Le guerre costano carissimo. Investire nella pace conviene
Nel 2025 la spesa militare ha sfiorato i 2.900 miliardi di dollari. Senza conflitti, il Pil dei Paesi colpiti sarebbe stato più alto del 25%
Questo articolo fa parte del dossier La finanza che conviene
La finanza che conviene è un dossier di Valori.it, realizzato insieme a Valor Social, che mette alla prova un luogo comune: che la finanza etica costi in termini di rendimenti. I dati dicono il contrario. E se si mettono in conto clima, guerre e diseguaglianze, la convenienza è ancora più netta.
Gli articoli del dossier
- La finanza etica non sacrifica i rendimenti. Lo dicono i dati
Fondi sostenibili e tradizionali a confronto, dal primo semestre 2026 al lungo periodo. - I costi dell’inazione climatica spaventano. Ma non smuovono
Dagli asset fossili a rischio all’agricoltura italiana: quanto costa rinviare la transizione. - I soldi non sono tutto. Le alternative alla crescita esistono
Da Pepe Mujica ai limiti planetari: perché il Pil non basta a misurare il benessere. - Le guerre costano carissimo. Investire nella pace conviene
Spesa militare record e riarmo europeo da una parte, i vantaggi economici della pace dall’altra. - Decidere dove vanno i nostri soldi conviene. E riduce i rischi
Segreto bancario, trasparenza e partecipazione: chi decide davvero come vengono usati i nostri risparmi. - Finanziare l’economia sociale non è un rischio. È un investimento
Cooperative e imprese sociali faticano a ottenere credito. Le banche etiche colmano il vuoto. - Le banche etiche crescono. E reggono il confronto con i grandi gruppi
Solidità, redditività e impatto: il nono rapporto sulla finanza etica in Europa, dati alla mano.
Il prezzo della guerra è sempre altissimo. Il 2025 è stato l’anno con più guerre dal 1946, primo anno delle rilevazioni. Gli oltre 60 conflitti sparsi per il mondo nel 2025 hanno causato quasi 250mila vittime dirette, e nei prossimi anni le vittime indirette potrebbero essere centinaia di migliaia. Ma, come sempre in guerra, oltre ai terribili costi in vite umane ci sono anche quelli economici.
Da una parte, migliaia di miliardi di dollari investiti in armi e sottratti a salute, istruzione e welfare. Dall’altra, i soldi spesi per ricostruire ciò che è stato distrutto, che spesso finiscono nelle tasche degli stessi distruttori. E non è finita qui. Poiché vita, economia e ambiente sono legati in modo inestricabile, tra i costi delle guerre vanno considerati anche quelli ambientali: costi destinati a pesare per decine e decine di anni sulla vita delle persone.
Ecco perché è necessario immaginare la pace. Lavorare per la pace, come cerca di fare la finanza etica. E, perché no, lottare per la pace, come fanno le persone di buona volontà. Perché la pace non è solo assenza di guerra, e allo stesso modo ciò che offre in termini umani, economici e ambientali non si riduce ai costi della guerra evitati. È molto, molto di più.
Il Fondo monetario internazionale e i costi del riarmo
Facciamo finta che le guerre non distruggano vite umane, non devastino l’ambiente per decenni, non provochino a catena disastri sociali, sanitari e ambientali. Anche i soli costi economici sarebbero insostenibili. E arricchiscono sempre le solite poche persone, mentre impoveriscono il resto dell’umanità.
Non è certo un covo di pacifisti, eppure lo riconosce anche il Fondo monetario internazionale quando scrive: «Dimostriamo inoltre che l’aumento della spesa per la difesa – pur potendo stimolare la domanda nel breve periodo – comporta difficili compromessi di bilancio. Rendendo più che mai fondamentale una corretta definizione delle politiche e il raggiungimento di una pace duratura». Alla faccia del delirante riarmo europeo, e di tutti i politici che continuano a sostenere che investire in armi conviene.
Spesa militare globale e riarmo europeo, i numeri del Sipri
Secondo lo Stockholm international peace research institute (Sipri) nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, il 2,9% in più rispetto al 2024. Stati Uniti, Cina e Russia, da soli, ne coprono la metà. E se in Asia la spesa è cresciuta dell’8%, in Europa è salita del 14%.
Merito soprattutto del piano ReArm Europe, presentato nel marzo 2025 e oggi ribattezzato con il più pacifico nome di Readiness 2030. Un piano che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa e di cui abbiamo denunciato i costi sociali altissimi, oltre all’inutilità. Lo spiega il progetto accademico Costs of War della Brown University: «La spesa militare genera in media cinque posti di lavoro per ogni milione di dollari. Lo stesso investimento in altri settori crea più occupazione. Quasi 13 posti di lavoro nell’istruzione, nove nella sanità e otto nelle infrastrutture e nell’energia pulita».
Il rapporto della Brown University è fondamentale. Mette in luce senza mezzi termini i costi umani delle guerre, sociali, sanitari e ambientali, oltre a quelli economici. Partendo soprattutto dal caso degli Stati Uniti, spiega come le guerre alimentino paura, insicurezza e razzismo: situazioni di crisi che portano nuovi costi alla collettività. E come, dall’altro lato, finiscano per favorire sempre i soliti noti. Da qualche anno, in particolare, la Silicon Valley, «oramai completamente dipendente dal complesso militare-industriale e dai finanziamenti del Pentagono».
I vantaggi economici della pace secondo il Global Peace Index
Il Global Peace Index 2026 invece va oltre le guerre e studia l’impatto economico della violenza. Ovvero l’insieme delle spese e degli effetti economici legati al suo contenimento e alla sua prevenzione. Qui le cifre diventano ancora più alte. Nel 2025 questo impatto è stato pari al 10,5% del Pil globale, cioè 2.657 dollari per ogni abitante del Pianeta. Soldi che sarebbero potuti andare in cibo, medicine, agricoltura, infrastrutture. Secondo l’indice, anche solo evitare nuove guerre «potrebbe generare benefici economici globali per circa 2.200 miliardi di dollari».
Come detto, la pace non è semplicemente assenza di guerra. Non fa bene solo al Pianeta e alla vita umana che lo abita (per quanto ancora?). Anche guardando ai soli aspetti economici, la pace è un asset macroeconomico strategico, che innesca circoli virtuosi di investimenti, stabilità dei prezzi e fiducia dei mercati. Altro che corsa al riarmo. Come scrive l’Institute for Economics and Peace (Iep), che cura il Global Peace Index, «la pace è più della semplice assenza di guerra: è un vantaggio economico».
Un vantaggio che si misura in cifre. L’Iep ha analizzato otto Paesi che tra il 1970 e il 2022 hanno vissuto conflitti durati almeno quattro anni. Senza la guerra, a cinque anni dal suo inizio, il loro Pil sarebbe stato più alto del 25%, le esportazioni del 30% e le importazioni del 19%, con bilance commerciali più solide. E gli investimenti stranieri sarebbero stati superiori del 54%.
Che dire: la guerra non è solo un orrore, è anche costosissima. La pace, al contrario, distribuirebbe più ricchezza. È anche per questo che la finanza etica esclude dai propri investimenti l’industria delle armi. Se vogliamo la pace, prepariamo la pace. Alla faccia del vecchio motto caro ai guerrafondai, e smentito dalle analisi politiche ed economiche: «Si vis pacem, para bellum».
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